Soltanto il mare

 

Un documentario di Dagmawi Yimer, Giulio Cederna, Fabrizio Barraco, 2011 (49’)

Regia, fotografia, suono: Dagmawi Yimer, Fabrizio Barraco, Giulio Cederna
Montaggio: Fabrizio Barraco 
Musica: Nicola Alesini
Produzione: Archivio Memorie Migranti di Asinitas, Marco Guadagnino, Alessandro Triulzi
Con il sostegno di: Fondazione lettera27
Disponibile con sottotitoli: inglese, francese

Sbarcato a Lampedusa nel 2006, qualche anno dopo Dagmawi Yimer ritorna con una videocamera e un regolare documento d’identità per conoscere e filmare ciò che allora aveva soltanto potuto immaginare attraverso le grate del centro dove era recluso. Girato tra il 2010 e l’inizio del 2011, il film è un omaggio all’isola e ai suoi abitanti.

Cerchio narrativo rifugiati somali (Cn/1-9)

Il cerchio narrativo è la prima struttura di auto-narrazione collettiva sperimentata con un gruppo di rifugiati somali all’interno della Scuola Asinitas di Via Ostiense a Roma.
Il cerchio si è svolto in nove incontri da gennaio a giugno 2008 diventando un luogo privilegiato di auto-riflessione, di memoria condivisa, e di riconoscimento di soggettività al nostro interno, come gruppo di volontari e operatori che si ponevano domande sul loro lavoro, e tra gli stessi ragazzi somali i cui racconti svelavano percorsi di vita e di viaggio disomogenei per origini, sorti e motivazioni. Ma tutti interessati a narrare e ascoltare, con uguale impegno, e a scambiare echi e esiti di quell’ansia di muoversi verso confini e pascoli (anche della mente) più freschi che i somali individuano con il termine
buufis, una voglia di partire (ma anche di esplorare, di sognare o di innamorarsi) di cui si è a lungo discusso tra noi.

Al cerchio narrativo hanno partecipato un gruppo di richiedenti asilo somali  arrivati in Italia da poco e allora ospitati presso il Centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto; una mediatrice culturale (Zahra Omar) che ci faceva da guida e  da interprete per le sottigliezze della lingua somala, gli operatori della scuola e dell’archivio (Marco Carsetti, Chiara Mammarella, Sandro Triulzi, Dagmawi Yimer, Sintayehu Eshete), e due scrittrici di origine somala (Igiaba Scego  e Cristina Ali Farah) che avevamo invitato ad accompagnare il cerchio narrativo con propri spunti e sollecitazioni. Ne sono risultate nove sessioni di cui riproduciamo qui brevi estratti (CN/1-9), una serie di parole chieste a Cristina per iniziare il cerchio, simboliche pietre di accostamento, e di inciampo, su cui affinare distonie e somiglianze (Pcn/1-5), e un ideale Diario di bordo (Dbo/1-5), riflessioni libere che Igiaba ha scritto sul lavoro, gli intrecci e gli incontri del cerchio.

Sul cerchio narrativo con i ragazzi somali uscì allora un intervento a più mani di Igiaba Scego, Marco Carsetti e Sandro Triulzi su Lo straniero n. 107, 2009 (v. Il cerchio e la scuola, nella sezione Ricerche)

 

CN/1 (Partire)

H.: Io ero uno studente, sono cresciuto in una situazione di guerra in Somalia, quando è uscito Siad Barre avevo tre anni. Quindi non posso ricordare come era la pace. Ho continuato a studiare anche se c’erano le difficoltà della guerra civile. Mi dicevo, mentre continuavo a studiare, che avrebbero fatto pace e si sarebbe ricostituito il governo, avrei avuto un futuro. Il tempo si prolungava, mentre stavo per fare l’ultimo esame della scuola superiore, a Mogadiscio comandavano varie fazioni, mentre stavo facendo l’esame, quelli che controllavano la città hanno costituito un’organizzazione che doveva espellere dalla città, o combattere contro altri gruppi che disturbavano la città, come le corti. In quei giorni sono cominciati scontri tra le fazioni armate e le corti islamiche, mentre facevo gli esami in alcuni quartieri c’era pace, in altri si combatteva continuamente. Quando ho finito gli esami, il conflitto è esploso, durante i tre mesi estivi [in cui] io progettavo e mi preparavo per andare all’università, le corti islamiche hanno preso tutto il sud della Somalia, eliminando tutte le fazioni a loro opposte.
Io ero contento, perché il paese fino a quel momento era stato diviso tra varie fazioni che si combattevano, mentre ora era controllato da un solo gruppo, da Mogadiscio fino al sud, quindi pensavo sarebbe tornata la pace e avrei potuto studiare.
A Baidoa c’era il governo transitorio e aveva annunciato che avrebbe fatto la pace con le corti e tutto si sarebbe ristabilito, poi si sono incontrati in altri paesi (come il Sudan) per riconciliarsi, ma non hanno fatto la pace, non c’è stato nessun risultato. Nel frattempo mi ero iscritto all’università, a scienze informatiche, sono iniziati altri scontri, tra il gruppo governativo e il gruppo delle corti islamiche, gli scontri inizialmente erano fuori dalla città, in altre regioni, ma sono arrivati fino a Mogadiscio, gli scontri si sono conclusi con la cacciata delle corti e la presa del potere del governo transitorio. Ho avuto una nuova speranza, che il governo aveva preso il potere e avrebbe ristabilito la pace e che io avrei potuto continuare i miei studi. Nel frattempo in modo sotterraneo le corti mettevano delle bombe, c’erano delle esplosioni, prima l’università era fuori dalla città, uscivamo la mattina e andavamo all’università, mentre da quel momento l’università è diventata il quartier generale del governo. Alcuni giorni non si andava all’università, oppure si andava e c’erano degli scontri, qualche volte si interrompeva la strada del ritorno. Quando è diventata quartier generale del governo, l’università è stata chiusa e le varie facoltà sono state divise tra varie case. Nonostante questo non siamo riusciti a continuare, è diventato difficile continuare. A me piaceva tanto studiare, quando non ho avuto la possibilità di fare quello che desideravo ho pensato di andare via. Questo è il motivo per cui ho deciso di partire.

A.: eravamo compagni di università io e H. Siamo cresciuti entrambi con l’assenza di un governo, in mezzo alla guerra civile. Noi abbiamo sempre visto militari con i fucili e posti di blocco. I genitori erano sempre preoccupati, si era sicuri di uscire la mattina, ma non di tornare la sera. Molte cose sono successe nella mia famiglia, persino mio padre, una mattina è uscito e non è più tornato. Mio fratello andava all’università, una mattina è uscito e non è più tornato.
Sono stato in questa situazione per tutta la mia vita, per diciotto anni. Molte volte ho pensato di morire e invece ero vivo. Per fare un esempio, un giorno mentre stavo andando a scuola hanno aperto il fuoco sul bus su cui viaggiavo. È morta una persona vicino a me, ho sentito il calore del suo sangue. Pensavo di essere ferito e sono sceso, non si riescono a raccontare tutte le cose che abbiamo passato. Si poteva morire anche senza nessuna ragione. Questa è la ragione per cui ho pensato di andarmene. (…)

F.: quanto io penso alla mia storia, provo paura. Quando è caduto il regime di Siyad Barre io frequentavo la scuola media, stavo a Beletweyne, la guerra, gli attacchi sono iniziati da lì. Dormivamo sempre con la paura per non aver lasciato la città, la mia famiglia era enorme, eravamo più di una decina. Siamo andati a Mogadiscio e a Mogadiscio ci ha raggiunto la guerra con cui è stato cacciato Siyad Barre. Da lì siamo andati nella campagna di Johar, siamo rimasti lì due mesi, siamo tornati a Beletweyne e abbiamo trovato la nostra casa bruciata, poi siamo stati ospiti del vicinato finché mio padre ha ricostruito la casa. Sinceramente era una situazione molto difficile. Poi molti civili hanno iniziato ad armarsi, sono incominciate questioni di clan.
Mio padre aveva un’officina, io lavoravo nell’officina di mio padre. In città c’erano delle persone armate che creavano delle SBARRO/ posti di blocco. Nel 1994 in città hanno ucciso delle persone, queste persone venivano da fuori città, io ero presente, a causa di quell’incidente ci sono stati degli scontri in tutta la città, noi siamo scappati dalla città. (…)

 

CN/2 (Lasciare)

Igiaba: io direi che continuiamo a fare quello che abbiamo fatto la volta scorsa per capire sempre più cose, per capire soprattutto le nostre idee del viaggio e capire che cosa avete messo nella valigia, nella borsa quando siete partiti e mi piacerebbe sapere a chi avete detto che stavate partendo, un po’ F. ci ha spiegato i suoi tre viaggi, H. ci ha detto del suo.

Dag: io quando sono partito… non ho salutato mio padre, perché non l’ho salutato ci sono tanti motivi, lui non avrebbe creduto in quel viaggio che stavo per fare. Mia mamma l’ho chiamata ed è lei che mi ha mandato anche i soldi e una settimana prima mi sono preparato con le cose che dovevo portare con me e tra le cose che mi ricordo sono i vestiti più leggeri per il deserto e delle cose anche inutili, avevo tre libri, immaginate tre libri, a che cosa servono. Però non avevo nessuna idea del viaggio che mi aspetta. Non sapevo neanche che dovevo andare su queste macchine fuori strada. Tra i libri avevo una grammatica e dizionario della lingua inglese e oromo, però passo per la zona amhara, non mi serve, però l’avevo portato perché mi piacerebbe sapere la lingua oromo, gli altri libri erano finzione [romanzi], non me li ricordo, non li ho letti, e c’avevo la bussola e poi c’avevo del cibo, datteri, lo zucchero … ma era pesantissima la mia borsa. Sapete che a Kufra abbiamo buttato tutto e poi siamo rimasti nelle mani dei libici, comunque anche in Sudan ho dovuto buttare molte cose, perché non c’entrava. Quindi la persona che ho salutato quando sono partito è mio fratello piccolo, mia mamma non c’era in Etiopia, mia nonna pure non c’era in quel momento, poi altri amici che conoscevo. La sera sono uscito, ma il giorno dopo che dovevo partire sono andato a dormire da un’altra parte, è così. (…)

Mo.: oggi il viaggio non posso raccontare qua è molto lungo, alcune parti sono molto tristi, sono passato dall’Etiopia, il Sudan e la Libia e il Mediterraneo che sta tra l’Italia e la Libia. Una volta ho provato il viaggio quando vivevo in Etiopia, ho affrontato molti disagi e stenti, ho sofferto per venti giorni e sono tornato indietro. Sono rimasti lì sei mesi e ho riprovato. Comunque il mio viaggio è stato come desideravo, Dio me l’ha facilitato, dal Sudan all’Etiopia ho impiegato 14 giorni. I disagi che ho incontrato è che per più di una settimana ho dormito nella boscaglia e l’altra difficoltà è quando dal Sudan alla Libia e ho attraversato il Sahara. Il Sahara, Dio mi ha facilitato, l’ho attraversato solo in sette giorni fino a Kufra. La difficoltà più grande è stata che sono passato in un periodo molto freddo nel Sahara. I vestiti che avevo e le provviste preso dagli amici, le ho perse, avevo pantaloni e la camicia leggera, la notte avevo freddo. Quando sono arrivato a Kufra sono andato a Tripoli, sono stato dieci giorni, poi quando ho visto la vita che si faceva in Libia ho deciso di entrare presto in mare, dio mi ha facilitato, venerdì notte alle due sono entrato in mare, sono stato in mare per 24 ore, sono arrivato a Lampedusa il 27 dicembre 2008. Vi ringrazio. Sono uscito da Mogadiscio, ad Addis Abeba sono vissuto per un anno. (…)

 

CN/3 (Il dentro e il fuori)

(…)

Mo.: eravamo piccoli avevamo otto anni, alla radio dicevano che avrebbero cacciato il governo e ne avrebbero portato uno migliore. Quando il governo è stato destituito, gli stessi che ci avevano promesso di liberarci hanno cominciato a lottare tra di loro. La città quindi è stata divisa in due, ma di radio ce n’era solo una, “La voce del popolo”. Fino al 1993 quando è intervenuta l’Unisom, la città era divisa e l’Unisom ha tracciato una linea verde, tra i due gruppi. Poi le persone sono state convinte ad opporsi all’Unisom. Da quel momento in poi, Mogadiscio è diventata quartiere e quartiere e anche le regioni erano a sé. Fino al 2006 un gruppo comandava un quartiere, un altro gruppo un villaggio, un altro ancora una città. Fino a quando sono iniziati i conflitti tra le corti islamiche e i suoi oppositori. Questo è stato il succedersi dei fatti.

(…)

[Allora Mogadiscio era divisa in due parti, una veniva chiamata Manifesto, e l’altra Manicomio]
Manifesto si chiamava così per la carta moneta che circolava. Credo che si chiamasse così per questo motivo. Nella parte di Manicomio invece circolavano i vecchi soldi somali. Chiunque dava un nome alla sua parte, quello che c’era era una gara, una disputa per una poltrona. (…)
Quello che succedeva a me direttamente e quello che si sentiva alla radio era diverso. Quando si sentivano le notizie, ognuno diceva di avere la sua ragione e di essersi opposto a quel gruppo per un motivo valido. Ma quando stai dentro casa tua e arriva un razzo, in quel momento pensi che siano tutti uguali e nessuno è migliore dell’altro. (…)
Se posso aggiungere qualcosa, Manifesto erano i soldi, ma anche una parte della fazione che combatteva contro il governo e si chiamava USE. Come ho avuto modo di sentire, erano gli anziani con le camicie a quattro tasche che pensavano di risolvere le cose con la forza.

H.: se posso aggiungere qualcosa, quando iniziavano gli scontri ed ero a casa, il conflitto tra Siad Barre e gli oppositori, io ero piccolo, avevo tre anni, non lo posso ricordare. Però quelli successivi, quando iniziavano gli scontri in una zona, bisognava trasferirsi in un altro quartiere, lì si rimaneva due, tre giorni, in seguito si tornava nella propria zona quando tutto finiva. Io ricordo di una sera, ero con mia sorella piccola, eravamo in un negozio per telefonare, eravamo all’incrocio Tawfiq, in una traversa del mercato di Suuq Bacaad. Mentre ero lì dentro chiamando un’altra regione della Somalia, fuori abbiamo sentito uno scontro a fuoco, tra quelli che controllavano le sbarro e un altro gruppo. Sentivamo gli spari, a noi non è successo niente e poi siamo andati via. (…)
(…) dall’inizio alla fine ti nascondevi sotto il letto. A volte poteva succedere che entrassero degli spari dentro casa e uccidessero le persone… finché duravano gli scontri nessuno poteva uscire. Quando gli scontri finivano si andava all’ospedale, se la persona era morta si andava a seppellirla. Se uscivi sembrava che facessi parte di quelli che combattevano.
Quando non c’era guerra si andava. Noi siamo cresciuti in un periodo in cui il governo era frantumato, quindi c’erano dei singoli venuti dall’estero che aprivano le proprie scuole, o delle associazioni. Quindi poteva andare a scuola solo chi aveva una famiglia che poteva sostenere l’impegno finanziario… io pagavo 14 dollari al mese per la scuola superiore, quella media 12 dollari, quella elementare 10 dollari. L’autobus, la penna, il tuo libro. Spendevi circa cinquanta dollari al mese. Non tutti erano uguali, alcuni genitori non potevano permettersi soldi per il cibo della ricreazione. Mangiavano a casa loro. (…)

H.: c’erano anche delle famiglie che avevano soldi, ma non mandavano i figli a scuola per paura che succedesse loro qualcosa. Altri ancora avevano i soldi, ma non riconoscevano il valore dello studio.
(…) Chi andava a scuola, poteva incontrare molte difficoltà. Mentre l’autobus va verso la scuola può succedere che in un quartiere ci siano scontri e l’autobus sia costretto a fermarsi. La cosa più incredibile che mi è successa, una volta, mentre andavo a scuola al quarto chilometro (io abitavo a Black Sea, Hodan), la macchina è girata intorno alla tribuna, sotto la macchina di fronte a noi è esplosa una mina. La gente era ferita. È successo poco tempo fa, nel 2007 quando c’era la guerra delle corti islamiche. Le difficoltà potevano esserci quando uno andava a studiare.

Dag: la storia nostra non c’entra niente con quella della Somalia, però mi ricordo nel 1990 quando il socialismo è stato vinto dai ribelli che stanno adesso al potere, mi ricordo a casa il coprifuoco (bandow: coprifuoco in somalo. Forse da bando?) C’era una paura tremenda, perché l’Etiopia è conosciuta come un paese che aveva tante armi e quelle armi erano distribuite a tutte le famiglie, nei quartieri, e da noi è arrivato un Kalashnikov, perché mia madre lavorava nell’amministrazione del quartiere, anche se non c’entrava niente con la situazione. Quel kalashnikov nessuno lo poteva usare e c’erano familiari che sono venuti da noi dopo che l’esercito è stato disperso. Da noi questi familiari sono arrivati ad Addis Abeba perché combattevano da un’altra parte e a casa eravamo in tanti per passare quel momento. E loro hanno montato il kalashnikov, era tutto smontato, e noi guardavamo come si montava, eravamo piccoli. Mio padre era molto preoccupato voleva fare una casa sotto, un buco con le traverse di sotto per nasconderci, soltanto noi figli, addirittura ha portato i ferri della ferrovia. E studiava come metterli, quanto può essere pericoloso anche mettere queste traverse. Noi non uscivamo da casa ma si sentivano i fuochi, si diceva sono arrivati, c’era l’ansia, la preoccupazione, perché in una settimana questi ribelli non erano ancora entrati in Addis Abeba. C’era un governo provvisorio che è durato solo una settimana. Era 1991. Comunque, io quando ho sentito che Menghistu era scappato dal paese, sono arrivato da scuola, era mercoledì, lo so bene, il pomeriggio non avevamo le lezioni, abbiamo acceso la radio, e hanno detto Menghistu, senza dire Signor Menghistu, come si faceva prima. Non c’era nessuna informazione perché era proibita la radio, era pericoloso per uno che la sentiva, devi essere nascosto per sentire. E all’improvviso hanno detto che Menghistu era andato via, era in Zimbabwe. Era una paura totale, uno choc, le scuole erano chiuse e così per le strade, nel quartiere, trovavamo delle bombe per terra, l’esercito che si vendeva un kalashnikov per 40 bir, 4 euro così. Questa situazione mi ricorda quando ero dentro casa. Solo una settimana dopo c’è stata un’esplosione ad Addis Abeba, all’arsenale. Mio padre non era ad Addis Abeba stava lavorando a Awash, mia nonna ci ha portato lontanissimi a Entoto, nella periferia di Addis Abeba, in montagna. Noi ci divertivamo. C’erano le madri che si preoccupavano. Padri che correvano di qua e di là e noi… Avevo quattordici anni.

 

CN/4 (Casa, House/Home)

H.: io vivevo con mamma e papà e cinque fratelli più piccoli. Io ero il più grande. Sono nato a Mogadiscio. Se oggi devo raccontare della casa dico innanzitutto che mio padre era una persona istruita nella religione musulmana, aveva una piccola biblioteca dove raccoglieva molti libri che parlavano della storia dell’Islam e parlava l’arabo. Anch’io so l’arabo. Aveva tutti questi libri e quando tornava a casa leggeva. Insegnava nelle moschee. Anch’io a volte leggevo i libri arabi. Abitavo in una casa di questo tipo, andavo a scuola, io non avevo i miei libri, avevo solo quelli di mio padre e quelli della scuola. Quando tornavo a casa studiavo e a volte leggevo i libri arabi. Quando si parla di cambiare casa: cambiare casa in Somalia è diverso da come può essere qui, può succedere che tu sia costretto a cambiare casa e a cambiare quartiere per le difficoltà e gli scontri. Ciò che cambi è la casa, non la home, quando lasci la tua casa vai in un’altra casa di parenti e così ti vai ad aggiungere agli altri e ad aumentarli, quindi è molto difficile trasportare la tua vita, i tuoi libri e tutto il resto. Lasci tutte le tue cose, vieni via solo tu e vai nella casa dei tuoi parenti. Cambi solo tu, la casa rimane al suo posto. Io finisco qui. Prima però ho sentito chiedere se Castelnuovo può essere come una casa. Possiamo dire di no. Perché una casa è il luogo dove hai i tuoi libri, dove riponi il tuo avvenire. Una casa non può essere il luogo dove mangi e dormi. Possiamo chiamare casa il luogo dove siamo oggi, a scuola. Ho finito. (…)

Mu.: come ha detto H. le usanze dei somali si assomigliano. Come si abita nelle case, quello che i bambini imparano, tutto è come l’ha raccontato H. Se io parlo personalmente come Mu., la prima volta che sono stato costretto a sfollare, ci sono stati degli scontri nel mio quartiere, prima piccoli, poi sono continuati per quattro mesi. Siamo stati costretti per quindici giorni a lasciare casa. Noi siamo tutti nati a Mogadiscio, ma mio padre era originario della regione Hiraan, quando iniziavano gli scontri quindi andavamo nella città di Beletweyne. Nel nostro quartiere ci sono stati sei sette scontri. Noi ogni volta andavamo a Beletweyne. La prima volta che ci siamo trasferiti. Prima di tutto mio padre era un maestro che insegnava l’arabo nelle scuole. Mio padre è venuto a Mogadiscio come studente durante il governo di Siad Barre. La prima volta ci siamo trasferiti nella sua regione senza portare nulla. Libri, televisione… non abbiamo portato nulla. Dopo quattro mesi, alla fine degli scontri, lascia perdere i libri, avevano staccato persino le porte e le finestre alla casa. La cosa più impressionante che ho visto è stato lasciare una casa tutta arredata e tornare senza trovare né porte né finestre.  Io avevo sei sette anni e sono state le prime guerre nella città di Mogadiscio. Dopo quel momento quando avevamo bisogno di qualcosa, dei libri, dei vestiti, dovevamo andare al mercato.

I.: se dico una piccola cosa, poiché si parla di home e di house, per quanto riguarda la home, ognuno ha il suo pensiero. Se parlo della mia casa, io abitavo nella capitale di Gibuti, nel quartiere di Balbala dove le case sono di terra e di lamiera, eravamo circa undici persone, undici figli e i miei genitori, io ero il secondogenito. Per me quello che è home dipende da quanto ha vissuto e la persona e quanto ha visto. Mio padre amava i libri, ne raccoglieva molti fuori e li portava a casa e poi li chiudeva in una specie di baule, perché lui non aveva tempo di leggerli, lavorava la mattina e il pomeriggio. Quando ho compiuto tredici anni, mi si è aperta la testa e ho cominciato ad amare i libri e a leggerli, la difficoltà è che assieme ai libri c’erano fogli e documenti e mio padre non voleva che noi li toccassimo (ci entrassimo con le dita), quindi era molto difficile aprire quel baule e tirarne fuori dei libri da leggere, anche a lui sarebbe piaciuto che noi leggessimo e scrivessimo, il problema era che non aveva tempo. Lì provavo una forte oppressione, per questo ho cominciato a cercare i miei libri per avere il mio baule. Molte volte ho provato a prendere i libri di mio padre a sua insaputa, ma mio padre mi ha picchiato, perché aveva nei libri i suoi documenti e temeva che glieli sporcassimo, ci giocassimo, li strappassimo. Quando ho preso il diploma delle superiori, abbiamo tirato fuori tutti i libri che da piccoli non c’erano concessi e uniti ai miei sono diventati millecinquecento. In lingua araba, in francese. I più importanti li abbiamo portati in una scuola molto frequentata in modo che fossero usati. Quindi per me home è ciò che vivi e l’esperienza che prendi dentro la tua casa. Quello che tu prendi dentro casa lo porti fuori e ti fa sempre compagnia, quindi per me home è tutto quello che ho nella mia testa e lo porto con me. Quello che potrò acquisire saranno altre esperienze. Castelnuovo di Porto non può essere una home. Posso considerare come home anche questa scuola che mi aiuta ad aumentare le conoscenze. Concludo qui il mio intervento. (…)

 

CN/5 (Amico/alleato) 

O.: Esiste il vero amico, perché il mio fratello più grande nel 2007, l’8 ottobre, ha fatto un viaggio [partendo] da Mogadiscio, ci ha salutati a tutti, ha detto che voleva fare un viaggio e voleva andare in Italia. Ha detto con chi voleva viaggiare, ha detto che c’erano ragazzi di diversi quartieri quindi vado con quei ragazzi.
Gli ho chiesto se sapeva nuotare così si poteva salvare. E lui ha detto di no.
Gli ho detto non te ne andare, stai qui con noi, e lui ha detto di no.
Ho impiegato quindici giorni per persuaderlo a non partire, e lui non ha voluto.
I ragazzi del nostro quartiere erano entrati in Italia, e tutti volevano partire.
Io devo andare via, ho questa voglia di partire: lo abbiamo salutato e gli ho detto buon viaggio.
È arrivato in Etiopia e poi dall’Etiopia lo hanno rimandato ad Hargheisa.
Ci ha chiamato e ha detto che voleva riprovare ancora.
Per una seconda volta lo hanno riportato ad Hargheisa.
Poi, ci ha richiamato ed ha detto questa volta vado in Eritrea. Gli abbiamo detto di ritornare indietro.
Lui non è voluto ritornare, è andato in Eritrea e non abbiamo avuto sue notizie fino al 5 gennaio 2008.
Poi il 20 gennaio ci hanno telefonato dei ragazzi, ci hanno detto che era morto e che lo avevano seppellito.
Era morto per colpa della sete, e loro erano scappati per salvarsi. Loro lo conoscevano bene ma ognuno doveva salvare la propria vita.
Quando si sta in un momento di difficoltà ognuno deve salvare la propria vita.
Gli abbiamo fatto il funerale e la moglie ha preso il vestito da vedova e abbiamo fatto tutte le esequie.
A marzo, mi è successo anche a me che mi è venuta la voglia di partire.
Io stesso ho detto che me ne andavo in Italia.
Mio padre ha pensato che sarei morto anch’io, perché già aveva avuto il problema del primo che è morto.
La mamma ha detto che potevo partire, allora loro due si sono messi a litigare.
Sono andato dietro mia madre, e tanto il destino….
Papà non voleva che io partivo, alla fine si è deciso.
Io non venivo a casa a dormire perché mio padre non voleva che partivo.
Poi, papà alla fine si è deciso ma mi ha detto di andare con mio cugino dalla parte di mamma, e ha detto voi due partite insieme.
O vivrete insieme o vi salverete insieme.
Da lì siamo partiti insieme e siamo andati in Etiopia, poi in Uganda e poi insieme.
C’era un confine tra la Libia e il Sudan, lì dove i sudanesi e i libici si prendono le persone e fanno lo scambio…
Intanto, quando dovevano fare lo scambio mi sono addormentato.
Allora, quando hanno fatto il cambio tutti hanno preso le macchine, tutti sono andati in macchina e io dormivo perché ero troppo stanco.
Mio cugino non mi trovava dentro la macchina, mi ha cercato e mi ha chiamato.
Poi dopo mi ha trovato che stavo, dormivo sotto una duna, e mi ha svegliato con un calcio, mi ha tirato fuori e io mi sono svegliato spaventato e sono corso sopra il camion.
Poi da lì sono arrivato in Libia e abbiamo fatto anche la traversata insieme.
Fino ad oggi siamo insieme in Italia.
Quindi l’alleato c’è, perché lui è mio amico. Tutti sono andati in macchina lui è l’unico che è sceso a chiamarmi.
Questa è la mia storia ho finito.
(…) 

D.: (…) il mio amico più vicino che io amavo molto è un mio zio, il fratello di papà. Eravamo molto amici.
Lui aveva un piccolo negozio e io lavoravo al negozio.
Io ero molto vivace, i ragazzini che venivano a comprare le cose io litigavo con tutti.
Io quel momento non sapevo che lo zio era un mio amico, l’ho capito dopo.
Dato che ero molto vispo e fastidioso, lui mi diceva la gente che viene qua non la trattare male, non darle fastidio. Mi dava dei consigli. “Anche se ti sputano in faccia non ti preoccupare, tu lavala, pulisci con la mano, digli grazie e fai le [tue] cose”.
Però, ero troppo vispo, una volta lo ascoltavo e tante altre volte no.
Allora, litigavo con le persone e loro andavano da lui.
E dopo quando cenavamo insieme, non mi parlava ma dopo mi chiamava da parte in un angolo e mi ridiceva tutte le cose mi diceva al negozio.
Mi ripeteva “ma come, quello che ti dicevo, ovvero, se ti sputano fai così, e tutti gli altri consigli che ti ho ripetuto anche la sera perché non li hai seguiti”.
Quando ero così vispo e davo così fastidio mi davano tre o quattro bastonate e io andavo via e ricominciavo da capo le cose che non dovevo fare.
Non ero abituato alle parole, poi man mano che crescevo mi rendevo conto di tutte le parole che mi diceva.
Questa era la mia infanzia da quando ero cresciuto, tutti questi consigli dello zio.
Dopo quando sono diventato un po’ più grande sono stato in mezzo a tanti miei amici.
Ho lavorato con gruppo di pescatori, eravamo tutti giovani e non c’erano persone grandi.
Giovani che stavano tutti insieme e poi dopo andavamo uno contro l’altro ci attaccavamo.
E sono stato sette anni a fare questo lavoro, non ho mai fatto a botte con qualcuno e non ho mai discusso con nessuno.
Avevo ancora i detti degli zii, che mi diceva qualunque cosa che ti fanno…
Poi tutte le cose che mi diceva lo zio, ogni tanto me le ritrovo vicino, tutte quelle parole mi vengono dietro e ogni tanto ci ripenso.
All’inizio mi prendevo a botte con chiunque, poi da quando sono andato via dalla casa dello zio penso sempre alle sue parole e non litigo con nessuno.
Quindi, il mio zio è stato il mio grande amico, che mi ha sempre raccomandato questo cose qua, però l’ho capito dopo che era un mio grande amico, l’ho capito dopo. (…)

 

CN/6 (Il nome)

Igiaba: Quando nasci in un paese in cui i tuoi genitori sono stranieri, perdi anche pezzi di nome; il mio nome è Igiaba Alì Omar Scego, però quando mio padre è andato a scrivere il nome per i documenti, Alì Omar è scomparso, quindi per tutti ora sono Igiaba Sciego, un po’ strano. Per tradizione somala io non sono Igiaba Sciego, sono Alì Omar Sciego. Quindi ho scoperto che qui in Italia, oltre al fatto che non si ricorda il nome dello straniero, si perde anche il nome. E poi in Italia tendono anche a cambiarti il nome. Mi ricordo che i miei fratelli non li hanno mai chiamati con i loro nomi: Mohamed l’avevano chiamato Amedeo e (…) l’hanno chiamato Bucatini, come la pasta, non ho mai capito perché ma tutti i vicini di casa lo chiamavano così. Poi in generale il mio nome è un nome strano anche per la Somalia, ho incontrato pochissime persone che si chiamavano come me, soltanto donne molto anziane e non ho mai capito bene da dove viene perché non è un nome coranico, anche se persone di lingua araba mi hanno detto che significa “risposta”. Dunque non lo so, diciamo che è cosi, però immagino che il periodo in cui mi hanno dato questo nome, non è stato un periodo facile per i miei genitori. Erano qui, scappati dalla Somalia quindi volevano forse un nome che ricordasse una loro amica, mi hanno detto che quest’Igiaba era una loro amica; a me piace molto questo nome perché me l’hanno dato con amore e poi suona bene.
Come secondo nome ho Faduma, non so perché ma quando vivevamo in un altro quartiere, da piccola, tutti gli italiani mi chiamavano Fatima, e io mi arrabbiavo, dicevo “No, non è il mio nome, non è così”; poi ho ancora un altro nome Suba, mia mamma mi chiama così. Nella mia famiglia abbiamo tanti soprannomi, mio fratello si chiama Barbaro, Zahra si chiama Johnny e io Mino, non lo so perché.

Sintayehu: Non so se qualcuno qua sa qual è il mio vero nome, Sintayehu, adesso anche a me suona strano, nessuno mi chiamava così… Questo nome me l’ha dato mia madre, lei ha sofferto tanto per farmi nascere, e il mio nome in italiano significa “Quanto ho sentito”. A casa mia madre, le mie sorelle e i miei fratelli mi chiamano Sinti. Fuori casa ho un soprannome, mi chiamano Gobena, è un nome di un eroe, era un generale oromo di Menelik. Ancora non so perché mi hanno dato questo nome. Quando sono arrivato qui, Sintayehu era un po’ difficile per gli italiani, così me ne hanno dato uno più corto, Sinti. Ancora adesso quando qualcuno mi chiama Sintayehu è un po’ strano per me.

F.: Il mio nome è F., me l’ha dato mia mamma quando sono nato.
Questo nome è venuto così: quando mamma si è sposata con papà, lui voleva tanto avere un maschio. La prima figlia è venuta femmina, poi ne è venuta un’altra, e tutti consigliavano papà di sposarsi con un’altra donna, dicendo che così avrebbe avuto un maschio. Poi mamma è rimasta incinta un’altra volta, ed è nata una terza femmina. F. significa “felicità” in somalo. Dopo tre femmine, com’è abitudine, mio papà si è sposato con un’altra donna. Poi mamma è rimasta incinta un’altra volta, di me. E l’altra donna è rimasta incinta anche lei, poi sono nato io. Mamma si è tanto arrabbiata quando sono nato. Era molto spaventata quando sono nato e non ha cercato un altro nome. Sono nato io è ha detto: “questo è F., felicità”.
Dopo qualche giorno l’altra donna ha avuto una femmina.
Poi dopo sono diventato grande e verso i sette anni papà mi chiamava con un altro nome: Abd Aziz, poi con quel nome ho cominciato la scuola, ma quando sono cresciuto per tutti i conoscenti sono stato sempre Farhaan, che tra i due nomi mi piace di più.
Il significato di Abd Aziz è di una persona molto dura, severa. Il contrario di F., che è un nome felice. Può darsi che il mio carattere sia il significato dei due nomi, nonostante io sia dalla parte buona. Mi piace il mio nome.

Y.: Mia mamma dice che quando sono nato mi ha chiamato (…) letteralmente sarebbe “pulito”, sono nato nella città di (…)
Mio zio che abitava a Mogadiscio, ha mandato una lettera, c’era scritto che quel bambino nato si doveva chiamare Y., che questo nome è un nome antico e si usa dappertutto. Poi ora che sono venuto qua è cambiato poco, qua mi chiamano Joseph, sicuramente si usa dappertutto questo nome, non c’è nulla da cambiare, tutti mi chiamano così e sono contento.

A.: Io mi chiamo A. ma questo nome non me l’hanno dato né mio padre né mia madre. Me l’ha dato un signore, un santone amico di mio padre. Lui si consultava con questo santone quando la mamma era incinta e da lì uscivano i nomi: il mio nome è venuto cosi.
Dopo quando sono cresciuto ho saputo che A. era il primo califfo del profeta. Più tardi ho saputo che in realtà non era proprio un nome, era un soprannome: questo modo di dire A. è un nome arabo, significa “figlio di”. Non era una cosa che veniva dalla Somalia, e così gli amici mi dicevano: “questo è un soprannome, tu ti devi dare un nome!”. Poi dopo non mi sono dato tante responsabilità di scegliere un altro nome, e dato che tutti mi conoscevano così, ho lasciato andare.

Mu.: Mamma e papà si sono consultati per darmi il nome, chiedevano anche agli altri: “questo bambino come lo chiamiamo?”. Praticamente mia madre doveva scegliere tra tre nomi dati da mio padre. M. è il nome che ora ho e gli altri due sono O. e M.
La mamma ha scelto di chiamarmi sempre M.. Quando incontravo papà invece, il nome che veniva a lui era O. o M.. Sono contento dato che questo nome me l’hanno dato dietro consiglio dei miei genitori e quando sento il mio nome sento un’abitudine e so che i miei mi hanno dato dei bei nomi e sono felice.

M.: Il mio nome è M. A. I., sono nato nel nord della Somalia nel 1988. Quando sono nato mio papà non lo sapeva, lui era un poliziotto militare e quando siamo nati, sia io che mio fratello più grande, lui non c’era. Mia mamma mi ha chiamato come soprannome “sentito nell’orecchio”, a me “soltanto sentito” e a mio fratello “quello che non ha sentito niente” perché nostro padre non l’abbiamo mai visto.
Lui non c’era mai in casa non sapeva mai quando mamma rimaneva incinta e tanto meno quando partoriva.
Il soprannome di mio padre era ‘Abdi Il Nero’, e mia mamma si chiamava (…) che sarebbe nero. Sia mamma che papà avevano il soprannome “nero”, quindi io non sono chiaro per niente.

I.: Mi ricordo un giorno in cui mamma mi ha parlato del mio nome, mamma ci raccontava le cose, mi ha raccontato del mio nome, praticamente mi ha detto che il mio vero nome è Sahel.
Le ho chiesto qual era il motivo di questo nome. Mi ha detto che quando mi aspettava, era all’ottavo mese, ci fu un litigio con altre donne del vicinato e tutte le altre donne andarono contro mia madre. Lei ha avuto un sanguinamento, così gli altri del vicinato si sono arrabbiati con quelle donne: “come avete potuto andare contro una donna in attesa?”.
Dopo un po’ è andata all’ospedale e, fortunatamente, poi sono nato io.
Pensavano che forse avrebbe portato conseguenze, ma per fortuna non ce n’è stata nessuna e sono nato.
Dopo che sono nato la prima parola che lei ha detto è stata Sahel che significa (…).
Mio nonno invece, il padre di mio padre, mi ha chiamato Idris, lui voleva molto bene a mia madre, seguiva sempre la sua condizione. Mio padre era il più piccolo dei suoi figli, e prima di mia madre aveva avuto altri due matrimoni, così. mio nonno ci teneva molto al nome, e che con questa terza moglie, papà avrebbe fatto famiglia e sarebbe stato tranquillo.
Il nipote, voleva chiamarlo Idris: mia mamma non ha potuto dire niente, ma quando mi vede mi chiama sempre Sahel.
Nessuno conosce questo nome, gli amici, i compagni… Quel nome sta dentro di me e lo conosco solo io, mia mamma mi chiama così.

H.: Mia mamma e mio papà mi hanno chiamato H., questo nome è venuto fuori la notte in cui sono nato: quella notte era la commemorazione della morte di un signore che si chiamava H. (…), era nato nella città di Merka, ed era un santone famoso, molto conosciuto in quella parte della Somalia.
Tutti mi chiamano con questo nome, non ne ho mai avuti altri. Mi piace questo nome perché il suo significato è “bene”, accompagna una persona che indica bene, mi hanno dato lo stesso nome di una persona che faceva solo il bene.
Finché sono venuto qui in Italia questo nome non è mai cambiato. Qui si scrive H. al posto di (…) è cambiata solo l’iniziale, non altro.

Ab.: Mi chiamo Ab., mi hanno chiamato così mamma e papà, ma ho tanti altri soprannomi come Tokjo: mi hanno chiamato così altre persone perché mio padre quando si è sposato con mia madre dopo poco ha divorziato. Significa: “è nato in un istante”. Ho un altro nome, Fantù: perché correvo molto quando andavo a scuola e per questo mi hanno dato questo nome, perché ero uno che correva tanto, sono felice e dico solo questo.

 

CN7 (Il buufis)

H.: A me sembra che quando venivamo qua c’erano tanti ragazzi che sono venuti prima di noi, i ragazzi prima di noi, quando stavano in campo, il campo serviva solo per vivere, non si studiava, non si faceva niente. E dopo che finiscono il campo, chiusa la porta del campo, escono fuori. Non hanno programmato, non hanno pensato dopo l’uscita dal campo dove dovevano andare, la prima cosa da fare è conoscere la lingua, non hanno studiato nel centro e non hanno avuto la possibilità. Noi credevamo che la prima cosa era andare fuori dal centro per cercare di andare fuori per studiare. Siamo usciti dal centro prima che si chiudesse la porta. Oggi sappiamo un po’ l’italiano ed è importante quando si va a cercare un’altra porta perché stiamo in Italia. Ci sono tanti al cui interno c’è ancora il buufis, che non sanno se rimanere o no, il buufis dipende (dal fatto) che quando non troveranno facilmente un’altra porta da bussare, andranno via dal posto dove stanno e andranno in un altro posto. Io credo che la porta è reale e si può trovare, ha bisogno però di tempo, e bisogna imparare anche il modo di aprire le porte. Prima il professore aveva detto che i nomadi non hanno le porte e che hanno una porta interna, però se si vede in modo reale, i somali che hanno questa casa, quando ti viene a trovare qualcuno non bussa ad una porta, non entrano, però c’è una porta che conoscono sia quelli che ti vengono a trovare sia tu che abiti là, la porta c’è ma è astratta. Io credo che bisogna aprire la porta con tenacia e bisogna anche sapere tante cose e bisogna sapere i codici e i regolamenti delle porte, io non ho nessun buufis, io credo che troverò qua una porta sicura. Termino così.

(…): Allora nella società, quando qualcuno perde un lavoro si dice ‘Quando si chiude una porta, Dio apre tante porte’. Per noi come stranieri da aprire ci sono tante porte, ma per aprirle prima dobbiamo imparare la lingua, così una porta apre le altre che sono chiuse.

(…): Per me, se parliamo di porte aperte e chiuse, le porte sono state sempre aperte e chiuse, se cominciamo fin dai tempi della nascita della persona. Sicuramente abbiamo visto tante porte chiuse e tante porte aperte, e quando si chiudevano le porte, si pensava che in qualche modo si sarebbe risolto. La difficoltà ti fa uomo e ti fa pensare alle soluzioni. Noi abbiamo fatto tanti viaggi, abbiamo passato tante difficoltà, (momenti in cui) dovevamo nasconderci dalla polizia (perché) senza documenti, qui è diverso. Io credo che qualche porta si aprirà, che non conosciamo, si dice ‘Chi non attraversa la terra non ha occhi’, chi non viaggia, chi non cammina, non ha occhi, non ha vista.

(…): Si dice anche ‘Chi non viaggia non conosce gli uomini’.

(…): Ciò che ci ha portato qui in Italia era il fatto che una porta si era chiusa e qui siamo venuti per una porta. Quindi è un’abitudine che una porta si apre e un’altra si chiude. Io penso che si supererà. Poi quando parlo del buufis, personalmente oggi non ho più questo buufis, mi basta quanto ho passato, ho imparato tante cose, con questo viaggio ho imparato il valore del paese che ho lasciato. Ho finito.

(…): Tocca a me. Sicuramente penso che qui ci sono persone che hanno tanta esperienza e prima di me hanno detto che la porta si chiude, ma la porta si apre. Secondo me tra il termine buufis e la porta chiusa o aperta c’è una differenza, può essere probabile che stai nel tuo paese e ti si chiude una porta, mentre il buufis è uno che vuole viaggiare, andare via, cercare una vita migliore di quella che stava facendo. Se parliamo di noi somali che stiamo qua, secondo me, quando uno va via dal suo paese e si trova in un paese straniero che si chiude una porta, non esiste un problema più grosso della chiusura di quella porta. Quello sicuramente che abbiamo visto. Siamo passati in tanti paesi, abbiamo passato tanti problemi, non sapevamo se potevamo passare, se potevamo continuare il nostro viaggio, quindi abbiamo già visto questi problemi. Prima di tutto mi vorrei raccomandare prima di iniziare, qui siamo in un paese con documentazione, tutto in regola che può sostituire il paese che abbiamo lasciato, come regolarità. Io penso che le porte che si sono chiuse non sono meno difficili di quelle che ci aspettano, ha bisogno di tempo e di impegno, la lingua è la cosa più importante.

(…): Vorrei aggiungere il mio pensiero, abbiamo sentito prima di me dei termini più importanti. Se parlo prima della porta, il professore ha detto che c’è una porta reale e una porta non reale, che c’è una porta che si può toccare e una che non si può toccare. La porta reale è quella che non si vede, quella porta astratta che bisogna solo capire dentro, la domanda è: come si può aprire questa porta e trovare la chiave di questa porta? Io penso che quella chiave può essere la speranza, la speranza è una cosa in cui tutti credono. Il giorno in cui uno non troverà più la speranza, quella volta dirò che si chiude la porta di quella persona. La speranza può essere buona e non buona, si può passare con impegno e pazienza. Uno quando vuole andare da una parte deve essere una persona che ha grinta, mi ricordo una storia che mi ha raccontato mio padre quando ero piccolo, mi ha raccontato che un ragazzo a cui moriva il padre, mentre stava morendo, il ragazzo gli ha detto ‘Papà lasciami delle parole in eredità, che voglio ricordarmi quando tu non ci sarai’. Il ragazzo ha ripetuto varie volte al padre queste parole. Il ragazzo pensava che il padre gli avrebbe detto tante parole, però il padre gli ha consigliato di avere esperienza, l’esperienza è una cosa molto importante. Anche quella può essere una chiave per aprire le porte, io ho questa idea che in eredità gli ha lasciato questa parola, esperienza, tutto, imparare una lingua, andare avanti con la vita rientra in quella chiave dell’esperienza. L’esperienza non viene stando seduti.

Per quanto riguarda il buufis, il buufis può avere tanti significati, il buufis può anche essere la porta che ti si chiude, che hai perso la speranza, un movimento che nasce dentro anche se non hai nessuna difficoltà, può essere anche una persona a cui vuoi bene che vuole andarsene e vuoi andare con lui. Può avere tanti significati il buufis, però il buufis che sente tutto il nostro popolo somalo è quello che hanno perso la buona speranza in cui vivevano e sono in cerca di una nuova speranza, è una cosa a cui sei costretto dalle circostanze in cui una persona vive. Questo è il buufis.

(…)

 

CN/8 (La madre) 

F.: Questo argomento, sulla mamma, è un argomento molto importante. Sicuramente, di tutti gli argomenti che abbiamo trattato, questo lo trovo molto importante. È molto importante, è una cosa che esprime tanti sentimenti quando si parla della mamma. Sicuramente, la mamma è la prima cosa che una persona percepisce. È una cosa che è sempre esistita, c’è sempre stata. La mamma inizia a prendersi cura di te, da quando nasci. Direi neanche da quando nasci, ma da quando sei nella pancia della mamma. Da lì comincia ad avere cura di lui.  Deve avere cura anche di sé stessa, in modo che il bambino che porta con sé non abbia problemi. Quando nasci, lei pensa alle cose che puoi fare, che puoi prendere, bere, fare. Sicuramente è un argomento che muove la pelle (jir dhaqaajis), il corpo. È una cosa su cui tutto il mondo è d’accordo, in qualunque posto le persone si trovino, come io penso che piaccia loro esistere. Una madre quando ha un figlio, lo cresce, lo tiene in braccio, lo allatta, e le piace che quell’essere che ha partorito faccia tanti progressi. Può essere di qualsiasi colore, può avere qualsiasi credenza, ma lei ama vedere i progressi della persona che ha generato. Alla mamma non piace che si faccia qualcosa che non va bene. Quindi possiamo dire che la mamma è la guida della pace degli esseri umani. Se ci sono dei problemi da qualche parte, la prima persona che ha dei problemi e che si angoscia, è la mamma, invece di pensare a sé stessa, alla sua vita, pensa al figlio. Per il momento basta, magari dopo tornerò sull’argomento. (…)

I.: Io vorrei dire una cosa. L’argomento della mamma è molto importante. Quando si parla della mamma, della situazione della mamma, proviamo compassione (calool jileec, stomaco molle), e forti sentimenti. Tutte le parole che avete detto, mi fanno riaffiorare tanti ricordi dentro. Io ricordo tanti problemi che ho passato con la mia mamma. Quando avevo undici anni, mi ricordo che stavo male e mi portò all’ospedale, quello stesso giorno pioveva tanto, io avevo la febbre molto alta. Eravamo dentro la fila per la visita, lei non si è seduta perché ero in cattive condizioni, allora si è messa a camminare veloce, poi è andata a prendere i medicinali e siamo tornati. Mentre tornavamo a casa, sono caduto in un piccolo torrente in cui si raccoglieva l’acqua piovana, sono caduto dentro, era tutto fango. Tornato a casa, la febbre era aumentata ancora. Poi mia mamma mi ha portata da alcuni parenti per cambiarmi perché in quel momento ero tutto bagnato, lei mi ha praticamente lasciato in questa casa ed è andata a piedi in un posto lontano per andarmi a procurare dei vestiti per potermi cambiare quelli bagnati. Mi ha cambiato, mi ha portato una coperta, mi ha coperto tutto con i vestiti che aveva portato indietro, ma la mia condizione non stava migliorando. Poi mi ha procurato da mangiare, perché non aveva la pazienza di chiedere di portarmi qualcosa da mangiare, lei è uscita di nuovo a prendere qualcosa da mangiare. In quella casa si potevano trovare dei vestiti con cui cambiarmi, però lei è andata a casa nostra a prendere la mia roba, in pratica lei lì non era tranquilla (…)

La mamma è una cosa molto importante, ci sono molti racconti. Possiamo capire che i bambini quando sono piccoli e hanno bisogno di qualcosa, piangono sempre, piangono quando hanno bisogno di mangiare, se hanno bisogno di andare di corpo piangono, se vogliono fare il bagno piangono, piangono sempre. E l’unica persona che può capire di cosa hanno bisogno è la mamma. Il bambino se vuole giocare piange, tutto ciò che vogliono lo esprimono con il pianto, e la mamma è l’unica che può capirlo e che può fare le cose di cui hanno bisogno. È lei che, anche se stanca, la notte si sveglia. Non dorme, lo guarda sempre. Lo allatta al seno. Se ha freddo, lo avvolge con il lenzuolo. Quando perde il lenzuolo, lo ricopre. Sempre gli copre il petto per vedere se sta bene. Gli sorride sempre. In tutto ciò, il padre non fa niente, dorme. Lei non dorme. La mattina si sveglia anche se non ha dormito la notte, e la aspettano tutti i lavori della casa. E continua così finché il figlio non cresce. Vuole sempre insegnargli tutto, la lingua, le parole con cui si capiscono tra di loro, ma gli altri non capiscono, perché il vero maestro dei bambini è la mamma. Sicuramente se il bambino non impara la lingua della madre, cresce come un sordo. La mamma è molto importante, quando tiene in grembo il bambino, o anche quando lo tiene sulle spalle e si allenta la chiusura del marsupio, lo spavento che prova in quel momento, nessun altro lo può capire. E come ha detto F. prima, la mamma ci tiene molto che il figlio faccia dei progressi, a lei piace che il proprio figlio sia più bello e più bravo degli altri bambini, le piace che sia il più bravo della scuola, le piace che abbia qualcosa in più degli altri, le piace che sia l’eroe di tutti, le piace che abbia raggiunto un livello altissimo. Una mamma non accetta mai che al proprio figlio sia detto stupido, anche se lo è, non accetta mai che gli si dica. La mamma è così importante che non si può riassumere in poche parole.

C’è anche un passaggio di cui parla l’Islam, che il Profeta ha detto, quando i suoi sudditi gli chiesero quale dei due genitori fosse per lui più importante, lui ha ripetuto tre volte ‘La mamma, la mamma, la mamma’. E la quarta volta ha detto ‘Il padre’. Uno dei Compagni gli ha detto ‘Io ho portato sulle spalle mia madre, l’ho portata alla Mecca, e l’ho riportata indietro, ho compiuto il mio dovere nei confronti della mamma?’ e lui ha risposto di no. In questo modo ti fa capire che non si può ripagare tutto ciò che fa la mamma, quello che facciamo non è mai abbastanza. Il Profeta ha detto che il paradiso sta sotto i piedi della mamma, quindi lei ha questo valore. Io ho finito, vi ringrazio.

 

CN 9 (Morire/ricordare) 

A.: Nella cultura musulmana, quando qualcuno muore, si deve seppellire subito. Dopo tre giorni, alcuni una settimana, vengono i santoni, recitano il corano, poi il rus, il ricordo, si fa dopo un anno, e poi di anno in anno.
Quando muoiono i genitori, tutti i figli si riuniscono nella casa del primogenito che ha una casa grande, si fa il rus dei genitori, dei nonni, tutti insieme.

(…): Anche per le questioni di eredità si riuniscono tutti.

Zahra: Se uno non ha una tomba, si può fare il rus?

Sandro: Si può fare il rus anche in assenza del corpo? Questo è un punto importante, in molte culture non si può.

(…): Può esplodere un aereo, può succedere di tutto, basta che si sappia con certezza che quella persona è morta. Se c’è il dubbio non si fa, ma se viene detto che quella persona è morta, anche se non si è visto il corpo e non si sa che fine ha fatto, il rus si fa..

Sandro: Quando un somalo muore per esempio in Europa, c’è un modo per far tornare il corpo in Somalia?

Zahra: Alcune persone non vogliono essere seppellite in Italia, perché non vogliono essere messi nelle bare. Una signora, una settimana fa è partita da Brescia, è tornata in Somalia; ha detto “io quando muoio, voglio essere seppellita in Somalia”. Da noi ti mettono solo un sudario di stoffa, ti devono mettere sulla nuda terra, non in una bara. Quella persona voleva essere coperta solo di terra.

Igiaba: Io mi ricordo di quel funerale al Campidoglio, dedicato a tredici somali morti nel mare, Cristina gli ha dedicato una parte del suo libro. Come i morti nel mare, c’è una sorta di triste continuità in questo… non siamo riusciti in qualche modo… C’erano tredici bare senza nome. Era la prima volta che si faceva qualcosa di istituzionale… Abbiamo pianto tutti quel giorno, eravamo tutti somali, io lavoravo in libreria, quelli nella bara erano tutti avvolti nella bandiera somala, non si sapeva chi erano. Piangevano tutti, ho cominciato a piangere anch’io. È stata una cosa molto toccante.

A.: Ci sono cimiteri musulmani qui?

Zahra: Ci sono a Prima Porta, a Lampedusa, a Treviglio, un piccolo paesino… (…)

I.: Io vorrei tornare a parlare della morte… può capitare che una persona viva sia già morta.
Quando le persone muoiono poi, ognuno ha un’usanza diversa, secondo le culture.
Noi, come somali e musulmani, abbiamo la cultura di seppellire subito: questa è un’usanza che hanno le persone di cultura islamica.
A Djibouti, (…)alcuni mettono dei sassolini, mettono la persona in mezzo, fanno una specie di tomba. Poi mettono i sassolini uno sopra l’altro: se guardi tra le fessure vedi il morto che sta lì. Anche in altre parti dell’Africa usano questo modo.
A Djibouti ho visto anche che scavano una fossa e scavano anche una parte laterale interna per mettere il morto. Poi fanno una specie di fango con acqua e argilla e chiudono.
Un altro modo per seppellire: si scava, da un lato si mettono dei sacchi di sabbia alti, poi delle travi, poi si copre di terra.
Ho visto ancora un altro modo: quando scavano, scavano dritto, non obliquo. Il morto è in mezzo e sopra mettono travi, poi coprono tutto.
Non è come in Europa, che si usa di scrivere la data di nascita e di morte.  Si dice una sura del profeta e si pianta una piccola pianta sulla tomba. Queste piantine che crescono intorno alle tombe sono un piccolo segno. Non c’è bisogno di scrivere nome e cognome, la data… tutti conoscono quella tomba.
Alla tomba del mio secondo nonno, senza scritta, senza niente, andavamo sempre a fare il rus.
Ci sono altre usanze a Djibouti: ogni famiglia e conoscenti hanno il loro posto per seppellire i loro morti. Nel testamento alcuni scrivono: “Quando muoio andatemi a seppellire in quel posto dove ci sono i miei cari…”.
In quella tomba dove c’è il mio secondo nonno c’è pure il mio nonno, anche il figlio di mio nonno e sua moglie. Mio padre mi ha detto che quando morirà vuole essere sepolto lì. Anch’io vorrei essere sepolto lì quando morirò.
Queste sono le usanze che noi tramandiamo.

(…)

In quel periodo la gente si spaventava: si moriva poco, la morte era un grosso evento.
In questi ultimi anni invece, si è vista tanta gente morire, tanti sono morti per cose senza senso, senza motivo; [ora] c’è la guerra ma la gente moriva in modo anche naturale. La morte è diventata una cosa normale.
Una volta quando c’era un morto nel quartiere, tutti erano tristi, tutti lo sapevano. Ora sempre meno. Si sente dire: “È morto questo; di là quest’altro”, sembra che la gente si sia un po’ abituata.
Una volta quando si andava alle tombe a seppellire le persone, ci potevano andare soltanto le persone grandi, dai 25-30 anni. Ora al cimitero vedi ragazzi giovani, bambini che seguono i feretri alle tombe. A quei tempi i piccoli non andavano ai cimiteri, era proibito.
Prima c’era la commozione, lo spavento di accompagnare un morto, ora ci vanno tutti, piccoli e grandi; si mangia, tutti partecipano al banchetto, non c’è più quella cosa sentita, la paura della morte… sembra che si sia un po’ persa.
Poi ultimamente ci sono problemi economici. Una volta quando si diceva che era morto qualcuno uno si spaventava, ora sembra che le persone siano contente, perché pensano che ci sarà il banchetto, cucineranno, e si avrà la possibilità di mangiare.
Quando muore qualcuno, bisogna sgozzare tante capre, cucinare tanto, le persone sono contente di sapere che c’è la possibilità di andare a mangiare.
Una volta quando uno moriva, la gente non mangiava il cibo dei morti, cucinato perché era morto qualcuno; ora sembra che si faccia la corsa a mangiare, ed è una cosa che mi spaventa.
Nella società in cui vivevo, nei tempi andati, c’erano tutte queste usanze un po’ differenti. Ho vissuto tutti questi piccoli cambiamenti, e so che ancora altri avverranno. Non so se continueranno a desiderare che qualcuno muoia per poter mangiare. Non sappiamo che cosa accadrà.

Come un uomo sulla terra – Dialoghi di backstage

Le interviste che seguono sono le traduzioni italiane dei dialoghi di backstage in lingua amarica tratti dal film Come un uomo sulla terra (2008), il film che Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene hanno girato con un gruppo di giovani uomini e donne dall’Etiopia che allora frequentavano, come lo stesso Dagmawi Yimer, la scuola di italiano Asinitas di Via Ostiense. I racconti costituiscono la prima testimonianza audiovisiva del viaggio lungo la funesta rotta L-L (Libia-Lampedusa) che passava per l’oasi meridionale di Cufra (Kufrah), già sede del movimento senussita di resistenza contro l’occupazione italiana, espugnata con la forza dal Generale Graziani nel 1931. Cufra è tristemente nota nei racconti dei migranti provenienti dalla regione del Corno d’Africa come sede di detenzione, efferata violenza, e compravendita di migranti da parte dei trafficanti e delle  forze di polizia colluse con il regime libico.

I racconti di J., D., M., T., S., T. piccolo e T. grande, e di F.,  gli spettatori di Come un uomo sulla terra li hanno appresi attraverso le riprese di Dagmawi Yimer e le sue domande mentre riprendeva i volti smarriti dei suoi coetanei alcuni dei quali suoi stessi compagni di viaggio.

Si danno qui di seguito alcuni brevi estratti dei loro dialoghi sulle modalità di attraversamento dell’inferno libico. Il testo integrale della traduzione in lingua italiana è conservato in archivio.

 

1. J.

J – Sono partito da Addis Abeba il (…) sono arrivato a Khartoum il (…) e poi sono partito verso il deserto e la Libia. Dopo 4 giorni nel Sahara siamo stati fermati dai ribelli del Darfur, in Sudan, dove siamo stati tenuti in arresto per 24 giorni.

D – Chi vi ha arrestato?

J – I ribelli del Darfur

D – Sei sicuro?

J – Sì, hanno arrestato anche i libici che erano con noi. Dopo 13 giorni ci hanno lasciati andare, anche i libici. Dopo che siamo ripartiti, quando stavamo per arrivare a Kufrah, 10 km prima, i poliziotti libici ci hanno arrestati e ci hanno portati alla  prigione di Kufrah.
A Kufrah a quel tempo non rilasciavano le persone facilmente. Sono stato lì per 15 giorni, mentre normalmente ti lasciavano dopo 3-4  giorni.
Ci hanno presi e ci hanno venduti agli intermediari. Dopo che ci hanno venduti, ho dovuto pagare 50 dollari agli intermediari per essere lasciato libero. Così poi sono stato liberato e sono andato nella città di Kufrah, a Ginsia. Da lì ho chiamato e mi sono fatto spedire i soldi. Poi sono ripartito [verso Tripoli] ma mi hanno arrestato in viaggio e mi hanno rispedito alla prigione di Kufrah, di nuovo. Ci sono rimasto per 15/20 giorni e poi sono ripartito per Benghazi.

D – Eri in prigione a Kufrah?

J – Sì, per la seconda volta, poi mi hanno rivenduto e sono partito per Benghazi con un intermediario che sì chiama Ermias. Da Benghazi siamo partiti verso Tripoli. All’ultimo posto di blocco [prima di Tripoli] ci hanno arrestato. Ci hanno tenuti sulla macchina, non ho potuto neanche toccare la terra di Tripoli. Poi ci hanno portati a Gioasat, la prigione dei migranti. Dopo sei giorni di prigionia abbiamo organizzato uno sciopero della fame per protesta. Siccome eravamo nuovi, non sapevamo niente [dei libici]. Allora ci hanno portati in un’altra prigione, dove c’era anche un russo. Dopo 4 giorni ci hanno portati a Fellah, una loro grande prigione. Quando siamo arrivati qui non ci hanno messo insieme agli altri detenuti, ma è subito arrivato un container su cui ci hanno caricati e mandati a Kufrah. Per la mia terza volta.
A Kufrah ho incontrato un intermediario che si chiama K., a cui ho spiegato che non avevo più soldi; lui mi ha fatto partire lo stesso per Ajdabiya. Qui, l’autista libico ci ha portato in un posto, un garage dove non avevamo niente da mangiare. Per 15 giorni abbiamo mangiato solo pane duro, quello destinato alle pecore, che bagnavamo nell’acqua salata. Anzi, persino questo pane non l’avevamo sempre, per 3-4 giorni non abbiamo mangiato nulla. Dopo 14 giorni abbiamo chiesto all’autista di partire, era il periodo di Ramadam. Ci ha portato a casa sua e ci ha detto che saremmo partiti il giorno seguente. Eravamo 26. In 13 eravamo arrivati da tempo [gli altri si sono aggiunti poi]. L’indomani siamo partiti ma dopo10 km da Ajdabia ci ha lasciati in mezzo al deserto con la scusa di dover fare benzina. Non è più tornato. Abbiamo camminato fino a che non abbiamo incontrato un vecchio contadino libico che ci ha dato da bere e da mangiare.

(…)

 

2. D.

Dw – Gli ostacoli della mia vita ho iniziato ad incontrarli quando ho cominciato il viaggio…
Dal Sudan siamo arrivati a Kufrah, in Libia, e poi siamo andati a Tripoli. Ma prima di Tripoli, dopo due giorni di viaggio, ci siamo fermati a Ajdabiya a casa di un intermediario [dallala – contrabbandiere]. Aveva detto che ci avrebbe portato a Misratah per 250 dollari. Alcuni di noi non avevano soldi. Noi che ne avevamo, saremmo dovuti partire alla sera. Ci hanno divisi in gruppi da 20 e ci hanno stipati su un pick-up stretti stretti. Poi ci hanno portati in una casa di intermediari nel deserto. Anche se avevamo pagato 250 dollari ci davano da mangiare solo un tozzo di pane al giorno. Dopo tre giorni, alle 3 di notte, è venuto un intermediario a prenderci con una camionetta e ci hanno messi sotto una tenda. Siamo arrivati a Misratah, dove siamo rimasti qualche giorno in un campo agricolo. Il nostro intermediario ci aveva consegnati ad un altro intermediario, senza che noi lo sapessimo. Questo nuovo intermediario ci ha detto che sarebbero venuti dei taxi a prenderci, e avremmo dovuto pagare 50 dollari a testa, ma noi avevamo finito i soldi ad Ajdabiya. Allora gli abbiamo proposto di poterlo pagare quando saremmo arrivati a Tripoli, se ci avesse portato da un intermediario etiope, ma lui non ha accettato. Così hanno cominciato a partire solo quelli che avevano i soldi per farlo, noi siamo dovuti restare, in attesa di essere trasferiti poi… Noi siamo rimasti lì, ma è accaduto l’imprevisto: è arrivata la polizia. Siccome eravamo nuovi, da poco arrivati, eravamo molto spaventati … Non avendo scelta ci siamo arresi e siamo stati in prigione per 25 giorni. I poliziotti erano spietati. Quando uscivamo per mangiare ci picchiavano, e anche quando rientravamo. Noi eravamo tutti dello stesso quartiere [di Addis Abeba], siamo stati divisi in due celle. Con me c’era anche S.; T. [piccolo] invece era nell’altra. Il venticinquesimo giorno sono arrivate altri 140 persone arrestate, tutte insieme. C’era uno stato di sovraffollamento generale, stavamo stretti, e anche noi che eravamo lì da un po’ siamo finiti a dormire accalcati, senza neanche poter stendere le gambe. Due giorni dopo il responsabile del carcere è venuto a dirci che saremmo stati condotti al carcere di Kufrah, e noi eravamo felici.

D – Perché eri contento, non pensavi di poter avere giustizia a Misratah?

Dw –  E chi poteva darmela? Non c’è nessuno che ti ascolta! Loro ti mandano a Kufrah perché la polizia di Kufrah è lì apposta per organizzare le espulsioni verso il Sudan. Perciò da tutte le città, Ajdabiya, Benghazi etc, mandano le persone a Kufrah. Ci hanno quindi portati a Kufrah, ed eravamo contenti. Dopo quattro o cinque giorni che eravamo lì è arrivato un intermediario  che ci ha comprati. Non ha parlato con noi, ma solo con i libici. Aveva rapporto solo con i poliziotti.

D – Con che mezzi ti hanno portato a Kufrah?

Dw – Ci hanno trasportati in un container. C’erano tre donne. Il viaggio è durato 2 giorni e mezzo. Faceva caldo, era il sesto mese [giugno], stavamo nel container senza vestiti, li mettevamo solo la notte. Abbiamo viaggiato ininterrottamente per due giorni e mezzo, e siamo arrivati alle 4 e mezza del pomeriggio. Da mangiare avevamo una bottiglia d’acqua e due pani [panini] per tutto il viaggio. In viaggio c’erano con noi alcuni che erano stati arrestati mentre tentavano la traversata per mare, che erano piuttosto coraggiosi. In tre hanno infatti spaccato la lamiera del tetto del container per scappare [saltare in corsa] mentre il camion viaggiava. C’era una macchina della polizia dietro di noi, in scorta al container, ogni container ce l’ha. Eravamo quasi arrivati ad Ajdabiya, in una piccola cittadina. Allora il container si è fermato e la polizia ha iniziato a cercarli e hanno contattato la polizia di Ajdabiya, che ci ha raggiunti. Abbiamo passato la notte circondati dai poliziotti, e la mattina ci hanno portato ad Ajdabia. Quando siamo arrivati, pensavamo che sarebbe stato tranquillo e ci avrebbero dato qualcosa da mangiare. Invece ci hanno dato bastonate, senza distinguere nemmeno tra uomini e donne… siamo stati bastonati tutti.

D – Perché?

Dw – Perché pensavano che li avessimo aiutati. Se qualcuno riesce a scappare, anche a Misratah, chi resta viene sempre picchiato. Noi eravamo distrutti, non ci reggevamo in piedi dalla stanchezza e dalla fame, ma ci hanno tirati fuori e picchiati lo stesso, fino a quando siamo entrati in cella.

 

3. M.

M – Quando siamo arrivati nella prigione di Kufrah, senza che sapessimo perché, ci hanno fatto entrare nella prigione picchiandoci. Ho letto tante scritte riguardo a Kufrah nelle altre prigioni in cui ero stato…

D – Tipo?

M – “Perdonami, paese mio”, “Se migrare è così tremendo è meglio la morte”, “Tutto ciò che accade, è per il bene” [frase biblica], “Anche questa passerà”. Queste sono frasi tristi, ma tutto ciò che ho letto a Kufrah [sui muri] mi faceva piangere… Tutte le scritte raccontavano storie di persone del 2003, 2004, 2005. C’era anche scritto:”Trovate un modo di scappare da questa prigione”. Il muro era pieno di scritte come un quaderno. Ad esempio, un ragazzo di nome Ndale T. …

D – Lo conosco!

M – È un ragazzo che è stato espulso verso l’Etiopia, è stato arrestato in Sudan… ha sofferto tanto.

D – Ho fatto una parte di viaggio con lui..

M – Non c’è nessuno che ha sofferto in Libia come lui… è ancora lì, in arresto.

D – È stato liberato

M – Ho sentito che l’hanno rilasciato… è una storia veramente triste la sua, dimmi se conosci qualcuno che ha sofferto come lui, in Libia.

D – Quelli che sono morti.

M – Che Dio gli lasci posto in paradiso! Ma tra i vivi, nessuno ha sofferto come lui…

D – Era anche affondato in mare…

M – Sì, erano morti tutti gli altri e lui, unico superstite, è stato arrestato e mandato in Etiopia. Poi è tornato, di nuovo arrestato e rimandato in Sudan, poi ancora in Libia e quindi di nuovo in Sudan. Quando i suoi amici sono morti, lui di nuovo è stato arrestato, portato a Kufrah e da lì è tornato di nuovo a Tripoli dove è stato in galera per un anno e qualche mese. Noi ci siamo incontrati a Kufrah. Ogni anno che veniva arrestato e rimandato a Kufrah, scriveva sui muri…l’ho conosciuto nel 2005. Mi ricordo che mentre andavamo verso Kufrah arrestati, una ragazza si lamentava di essere stata arrestata molte volte, e lui le ha detto: “Non hai visto quante volte è scritto il mio nome a Ndale T.?” E lei ha risposto “Allora stai andando a Kufrah per ripassare le tue scritte o per cancellarle?”. Allora hanno litigato.
Era la mia prima volta a Kufrah e, come mi avevano raccontato, la prigione era terribile. Ci davano da mangiare in un piccolo piatto per ogni gruppo di 6-7 persone, riso bianco scondito. Se eri fortunato mangiavi due volte in un giorno, altrimenti una. Anzi, ciò che servivano era immangiabile e faceva un caldo insopportabile. Era pieno di pulci e pidocchi… Un altra cosa terribile è che la cella delle donne è divisa e tutti sanno che vengono stuprate perché sono da sole… Gli uomini sono rinchiusi, mentre le donne le lasciano fuori, i poliziotti fanno finta di litigare tra loro e ne prendono 2-3 per stuprarle, dicendole che verrano liberate presto, e indicando la macchina che le porterà fuori. È qui a Kufrah che le donne vengono seviziate…

D – Quanto tempo sei  rimasto in arresto a Kufrah?

M – La prima volta sono restato sette giorni, poi venivano i contrabbandieri a prendere venti persone alla volta, talvolta trenta… Io sono stato comprato da Mahammud, un noto contrabbandiere, una volta che ne ha comprate 70 io ero tra questi. Il sistema è semplice: uno ti compra e ti fa pagare per rimandarti a Tripoli, e siccome Mahammud era una buona persona, pregavamo per venire comprati da lui. E grazie a dio, alla fine mi ha comprato Mahammud. Tutti quelli che venivano comprati da Mohammud erano felici…
Quando stavo da Mahahmud ho fatto mandare i soldi dall’Etiopia in Sudan. Lui ha due campi [posti dove tiene le persone] Chi ha pagato sta da una parte, chi no [sta] dall’altra. Da lui si mangia bene, di tutto, colazione, pranzo e cena, fino a quando si viene mandati verso Tripoli. Quelli che non hanno fatto mandare i soldi li mette da parte e alla fine gli fa pagare almeno il prezzo di ciò che ha pagato lui più quello che hanno consumato.

D – Quanto pagano?

M – Minimo 50 dollari, di solito 100 o 150. Alcuni cercano di scappare ma Mahammud ha la polizia in pugno, se ti vede in giro nella città di Gensia ti riconosce subito e ordina ai poliziotti di arrestarti. Se vieni arrestato in questo modo, non ti portano alla prigione dove stavi prima [Kufrah] ma in un’altra prigione orribile [Bilal], se ci entri sei finito.

(…)

 

4. T. e S.

T – Mi chiamo T.. Nel 2006 sono entrata in Sudan dove potevo stare per due anni [con il visto o contratto] però ho lavorato solo un anno; ho lasciato perché non andavo d’accordo con la signora per cui lavoravo, Poi sono andata in Libia.

D – Avevi un buon lavoro in Sudan?

T –  No, non era un buon lavoro, ero sfruttata dalla signora per cui lavoravo, non mi faceva neanche andare in chiesa e mi obbligava a fare lavori che non erano previsti nel contratto.

D – E dopo sei andata nel quartiere Dem [quartiere degli habesha] o in quale altro quartiere?

T –  Non so come si chiamasse, ma lì ho incontrato alcuni habesha che mi hanno detto che si poteva partire per la Libia. Mi hanno spiegato come, e così siamo partiti. Mentre eravamo in viaggio per la Libia siamo stati arrestati. (…)

D – Dove vi hanno presi?

T – Ci hanno fermati a Kufrah. Da quel momento ho passato un anno in giro diverse prigioni. A Mergi, alla fine ci hanno trasferiti a Misratah.

D – A Kufrah ti hanno arrestato dei poliziotti

T – Sì, loro ci trasportavano, e sono loro che ci hanno arrestati.

D – Ti hanno spiegato perché venivi arrestata?

T – No, ci hanno presi e messi in prigione

D – Nella prigione di Kufrah?

T – Una volta a Kufrah, una volta a Mergi; per cinque volte siamo stati stipati nei container.

D – Dopo Kufrah dove ti hanno messa?

T – Ci hanno portati a Benghazi. (…)

D – Cosa è sucesso a Kufrah?

T –  A Kufra ci picchiavano, non ci davano da mangiare e non ci potevamo lavare; abbiamo vissuto molte difficoltà.

D – C’erano altre donne con te?

T –  Sì, c’erano.

D – Quante?

T – Circa una quindicina.

D – Hai attraversato il deserto con loro?

T –  Si (…)

D – Raccontami delle donne, io conosco la storia degli uomini. Era la stessa prigione di Kufrah dove si viene scaricati dai container? Mangiavate quello che mangiavamo noi uomini?

T – Sì, sì. Noi mangiavamo pane duro e riso.

D – Quanti giorni sei rimasta lì?

T – Un mese.

D – Come mai così tanto?

T – In quel momento non avevo i soldi.

D – Come facevi a farti mandare in soldi, in prigione non ti fanno chiamare…

T – Ho dato il numero a quelli che sono usciti prima di me [perché avevano i soldi], e loro si sono fatti mandare i soldi dalla mia famiglia e li hanno dati a un intermediario che mi ha comprata.

D – Sennait, e tu da dove sei partita?

S –  Sono partita dall’Etiopia al Sudan e dal Sudan alla Libia.

D – Così, senza subire arresti?

S – No, sono stata arrestata…

D – Eravate insieme voi due?

S –  No, lei è stata a lungo in Sudan, mentre io sono stata molto in Libia. Noi siamo stati arrestati già in Libia, a Misratah [Misurata]…

D – Conoscevi qualcuno quando sei partita o hai incontrato amici in viaggio?

S – Si, avevo un’amica che adesso sta a Milano. Abbiamo fatto il viaggio insieme, e una volta, mentre eravamo su un pick-up nascosti da un telone, dei sudanesi e chadiani che litigavano tra loro lo hanno lacerato e così è arrivata la polizia e ci ha arrestati. Ci hanno riportati a Misratah. In prigione abbiamo incontrato una [donna] che era lì da molto, molto malata, in overdose per le troppe medicine. Era grave. Così hanno fatto venire un container e ci hanno trasferito a Kufrah.

D – Anche la donna malata?

S –  Si, tutti insieme.

D – Sei stata arrestata a Misratah?

S – Si, eravamo quasi entrati a Tripoli, e ci hanno fermato [Misratah è a 200 km da Tripoli]. A causa di questa donna ci hanno rimandato tutti a Kufrah, e lì ci hanno venduti a un sudanese.

D – A quanto?

S –  Noi abbiamo pagato 50 dollari a testa.

D – Ma lui a quanto vi ha comprati?

S – A 30 dinari.

D – Anch’io sono stato comprato a 30…

S –  Dopo che ci hanno comprati abbiamo aspettato che arrivassero i nostri soldi [per vaglia postale] e poi quando ci ha lasciati andare, abbiamo cercato un intermediario sudanese, che poi ci ha fregato i nostri soldi. Ci ha fregati perché diceva che ci avrebbe mandati a Tripoli con una macchina legale, ma quando siamo andati lì per partire, abbiamo visto che voleva mandarci con un pick-up con molti chadiani, e noi abbiamo rifiutato… Poi siamo tornate a Kufrah, nella cittadina di Ginsia e per un po’ siamo rimaste lì, fino che abbiamo pagato 500 dollari a testa per ripartire [per Tripoli]. Ma ci hanno arrestate a Bengazi e mandate di nuovo a Kufrah. A Kufrah, dopo un mese di carcere, un altro sudanese ci ha comprate. Alla fine siamo riuscite ad arrivare a Tripoli. A Tripoli, quando abbiamo provato ad attraversare il mare per raggiungere l’Italia, ci hanno arrestate di nuovo e mandate a Misratah.

D – Tigiste, com’è la prigione a Misratah?

T – È un po’ meglio delle altre, almeno puoi dormire su un materasso pulito e fare la doccia, e mangi un po’ di più e meglio che altrove. (…)

D – Quando siete partite sapevate cosa vi aspettava?

T – No, non lo sapevamo. Io avevo un contratto [in Sudan] ma sentivo dire che in Libia si poteva stare meglio, così sono partita. Invece era molto peggio, e abbiamo vissuto tante sofferenze. (…)

D – Dove vi siete conosciute?

T – Ci eravamo conosciute in Libia, prima della prigione. A Misurata lei è riuscita a uscire con i soldi mentre io sono rimasta.

D – Come è uscita?

T – Lo sai come si fa in Libia?

S – C’era un ragazzo che avevo conosciuto mentre ci stavamo per imbarcare che era riuscito a scappare e lui aveva cercato di farmi uscire, pagando, con il mio passaporto. Ha pagato un libico per un finto contratto di lavoro e così sono uscita.

D – Quanto ha pagato?

S – 500 dollari.

D – Poi dopo che lei è uscita tu sei rimasta lì…

T – hanno diviso tutti gli etiopi e ci hanno mentito dicendo che ci avrebbero lasciato andare, invece ci hanno portato sempre nel container verso Sabah, un lungo viaggio che non finiva mai. Quando abbiamo bussato all’autista per dirgli che una ragazza stava per morire ci ha risposto: Insciallah Mut (che Dio voglia – bene, se lo vuole Dio), siete ebrei. (…)

D – E cosa è successo lì a Sabah?

T – A Sabah ci picchiavano, soprattutto gli uomini, sotto la pianta del piede, a noi ci lasciavano perchè urlavamo e poi eravamo poche. La croce che avevamo al collo ci veniva strappata e ci chiamavano Iudii, e ci sbattevano la testa contro il muro. Noi cercavamo di resistere e non volevamo farci strappare la croce perche’ credevamo nella nostra religione, cosi’ ci sbattevano la testa contro il muro. Alcuni uomini e donne avevano braccia e gambe legate insieme.

D – Perchè?

T – Così, perchè eravamo cristiani, e perchè urlavamo quando picchiavano gli uomini davanti a noi. Come puoi stare zitto mentre vedi i tuoi fratelli picchiati sotto i piedi e senza denti? È così che sono stati espulsi.

D – Li picchiavano davanti a voi?

T – Sì, urlavamo di ucciderci e di lasciare i nostri fratelli vivi.

D – Che ragione hanno per picchiarli? Lo sapevi?

T – Perchè protestavano perchè erano in prigione da un anno e mezzo e chiedevano di essere espulsi o di essere liberati.

(…)

 

5. T. Grande

T – Eravamo quasi arrivati a Misratah, era notte, e la polizia ci ha accostato dicendo di fermarci. Ma l’autista non si è fermato e ha tentato la fuga finché non ci siamo arenati sulla sabbia. Allora i ciadiani sono scesi e sono fuggiti. Siamo scappati anche noi, con noi c’era anche un ciadiano che parlava arabo. La notte abbiamo dormito sulla sabbia e la mattina abbiamo visto un villaggio e ci siamo andati per cercare qualcosa da mangiare. Nel villaggio della gente ci è corsa incontro, noi ci siamo scostati a lato per farli passare ma cercavano noi: ci hanno picchiato con sassi e bastoni. Ci hanno riempiti di botte, senza che neanche sapessimo perché… ci trascinavano dandoci bastonate e calci, è stata durissima… Poi ci hanno messo su un fuoristradastrada-container [costruito apposta con una cella]

D – Che tipo di contatiner?

T – Un Pick-up con una cella di ferro saldata dietro… Quando ci siamo entrati, ci abbiamo trovato dentro i ciadiani seduti… li avevano presi la sera stessa…

D – È la gente del posto che vi ha fatto arrestare?

T – Sì, anche la gente… Poi ci hanno portati a Misratah. Non abbiamo mangiato niente per tutto il giorno. Ci hanno lasciato nel mini-container sotto il sole fino alle 5. Poi ci hanno trasferito in un grande container diretto a Bengazi, c’erano dentro un’ottantina di persone, somali e di altre nazionalità..

T – Quando arrivi a Bengazi ti lasciano nudo e ti perquisiscono ogni veste…

D – Davanti alle donne?

T – In quel momento non c’erano donne con noi… Poi ci hanno radunato in una grande sala dove ci hanno tenuti per quindici giorni.

D – Chi hai incontrato in quella prigione?

T – Ho incontrato M. e N. che erano lì da più di un mese. La maggior parte dei prigionieri era lì da più di 4 mesi, avevano dichiarato di essere somali perché si sa che delle volte i somali vengono lasciati liberi. Evidentemente non in quel periodo… [visto che li hanno tenuti lì per quattro mesi]

D – Non vi hanno fatto alcun processo, o portati in tribunale

T – Non c’è niente del genere. Vieni arrestato e ti mettono in prigione senza che tu possa vedere o parlare con nessuno.

T – Quando è arrivato il giorno della festa di Arafa [festività musulmana] abbiamo deciso di tentare la fuga, perché pensavamo che di sera ci sarebbero stati nel carcere pochi poliziotti. La maggioranza di noi era d’accordo, c’erano anche nigeriani… anche quelli che non volevano, si erano comunque preparati. Proprio allora, i prigionieri che di solito aiutavano il cuoco della prigione, sono venuti a dirci che avevano sentito dire che l’indomani era giorno di condono, perché delle volte per le feste [nei paesi arabi] fanno così. Noi ci abbiamo fatto 15 giorni… Trascorsa la giornata, alla sera ci contavano ripetutamente. Di notte, i poliziotti entravano nella cella drogati e ci chiedevano chi voleva chiamare col loro cellulare per due dinari al minuto. Se nessuno accettava, quella notte ci impedivano di dormire. …
Alla fine quella sera l’abbiamo lasciata passare senza fare nulla. Il giorno seguente fino alle 10 ancora non ci avevano detto niente. Allora abbiamo deciso di uscire comunque, eravamo tanti.

D – Com’era il cibo il giorno della festa?

T – Quel giorno c’era un po’ di pollo, ma non abbastanza: per un piatto di sette persone ce n’era un pezzetto con un osso. Chi è più veloce lo prende.

D – Ci sei mai riuscito?

T – Sì. Quindi quel giorno abbiamo deciso di scappare… quando qualcuno fosse entrato per portare il cibo, l’avremmo tirato dentro tentando la fuga. Così è stato, ma quando siamo usciti ci siamo trovati davanti tantissimi poliziotti. Si sono avvicinati a noi sparando in aria e puntandoci le armi, allora siamo rientrati subito. Ci hanno chiusi dentro e noi con un ferro che avevamo scardinato nel bagno abbiamo provato a bucare il muro. Mentre ci provavamo, sono arrivati ancora più poliziotti. Comunque siamo riusciti a uscire di nuovo, allora i poliziotti hanno preso tutto quello che avevano a disposizione, anche vanghe e picconi, per picchiarci. A un nigeriano hanno aperto la testa  con un ferro, perdeva molto sangue e l’abbiamo riportato dentro, c’era anche suo fratello con noi. Abbiamo cercato di richiudere la porta ma loro spingevano. Un nigeriano che aveva un coltello li minacciava sull’entrata e loro si ritraevano, i libici si spaventano con un coltello. Allora siamo riusciti a richiudere il portone grazie a un ragazzo che in Addis Abeba fa il fabbro [e conosceva la serrature]. Adesso erano loro che hanno cominciato a rompere il muro per entrare. È arrivato anche il capo della polizia e pensavano che la rivolta fosse condotta solo dagli eritrei e gli etiopi. Il capo ci ha parlato dall’esterno dicendo che ci grantiva che se avessimo aperto la porta aveva lui la responsabilità e non ci sarebbe successo niente. Il ragazzo nigeriano ferito, che sapeva chi era il capo, ha controllato se era lui e quando ha socchiuso la porta sono entrati sfondandola e hanno cercato di colpirlo con un ferro che, quando lui si è scansato, ha spaccato il cemento. Sarebbe morto. Il loro capo ha dovuto sparare in aria per farli smettere di picchiarci. Ha lasciato che ci picchiassero per un bel po’ prima di fermarli, anche se aveva promesso altro.
Il loro capo ci ha chiesto il perché della rivolta e noi abbiamo detto che eravamo lì da tanto e tanti di noi erano già stati su e giù da Kufrah almeno due volte e lì invece che tenerci in città o espellerci ci forzavano a ripartire per Bengazi, mentre qui a Bengazi ci rimandavano a Kufrah.
Abbiamo chiesto di venire espulsi o lasciati liberi. Allora il capo ci ha risposto che entro tre giorni avremmo ottenuto una di queste due soluzioni. Dopo tre giorni hanno deciso di mandarci a Kufrah.

 

6. T. Piccolo

D – La seconda volta ti hanno arrestato Tripoli?

T – Ci eravamo imbarcati da Kumus, nel 2006… dopo aver fatto tre giorni di mare non sapevamo dove stavamo andando, le onde non ci lasciavano procedere… ci eravamo persi… poi sono arrivati 6 delfini e una colomba bianca e noi li abbiamo seguiti pregando e piangendo… il capitano era in catalessi… ad un certo punto abbiamo intravisto il profilo di una montagna all’orizzonte, e quando ci siamo avvicinati abbiamo capito che era una grande imbarcazione. Nessuno della nave ha voluto comunicare con noi, e quando ci siamo avvicinati le onde causate da questa nave stavano per rovesciarci… poi la nave se n’è andata… era quasi buio, erano le 6 circa. Poi abbiamo visto le luci [della costa], era la Libia ma non lo sapevamo… È arrivata un’imbarcazione ad alta velocità, era quella di prima, e ci hanno detto di fermarci… allora abbiamo detto al nostro capitano di non ascoltarli perché prima loro non ci avevano ascoltati, e tutti volevamo andare avanti… se dovevamo morire non volevamo farlo soffrendo… Allora ci hanno urtati…

D – Di che nazionalità era questa barca?

T – Libica… tra noi c’erano delle donne che gridavano [per la paura], una nigeriana e sei etiopi… [l’altra barca] ci hanno urtato ancora… per tre volte… già imbarcavamo acqua, la scafo scricchiolava… la nostra barca era di legno… allora il nostro capitano ha spento il motore, mentre l’altro capitano stava chiamando [col cellulare]… avevamo paura che ci avrebbero affondati, per quello ci siamo fermati… ci aspettava solo la morte e nessuno avrebbe potuto sapere della nostra fine. L’altro capitano dopo aver chiamato ci ha chiesto da dove ci fossimo imbarcati… gli abbiamo detto che venivamo da Kumus… e lui ci ha detto di chiamare l’intermediario che ci aveva imbarcati, ma noi abbiamo risposto che non lo conoscevamo…

D – Erano della polizia?

T – No, era una barca di pescatori… c’era un nero, non so se fosse libico… erano giganteschi [i marinai dell’altra barca]… allora ci hanno lanciato una fune… prima sono saliti i due nigeriani, una donna e un uomo, poi M. e H., marito e moglie… mentre stavano salendo i marinai che tenevano la fune l’hanno lasciata e loro sono finiti in acqua… lei teneva la fune e lui per fortuna sapeva nuotare… mentre teneva la fune spingeva lei aiutandola a salire…aveva l’acqua alla gola… ero così preoccupato per lui che ho dimenticato la mia paura… alla fine li hanno tirati sulla barca. Di noialtri ognuno pensava a sè e cercava di salire, anche se avevamo detto che avrebbero dovuto salire prima le donne…intanto la loro barca si avvicinava e si allontanava, il mare era mosso… Quando si avvicinava alla nostra ci dicevano di tenerla a distanza a forza di braccia [fa il gesto] e di spingere… visto che tutti cercavano di mettersi in salvo, anch’io ho fatto altrettanto e ho fatto un balzo dal bordo dove sedevamo e mi sono arrampicato su per la catena [dell’ancora]… chi si era messo in salvo non aiutava gli altri, e dopo aver chiesto aiuto, siccome nessuno mi ascoltava, sono andato a cercare di aiutare chi ancora era giù nell’altra barca…
Dopo che ci siamo messi tutti in salvo ognuno di noi pensava di scappare appena approdati a riva… io non ero d’accordo perché ero troppo debole, non potevo correre [per la gamba] e da tre giorni non mangiavamo nulla… La nave ci ha portato a Kumus… appena ci siamo avvicinati a Kumus, i motoscafi della polizia ci hanno circondati e sulla riva era pieno di macchine della polizia e di gioasat [polizia per l’immigrazione]… era incredibile la quantità di polizia… ci hanno fatto scendere uno per uno dalla barca minacciandoci di picchiandoci. Ci hanno fatto sedere sul bordo dell’asfalto e ci hanno chiesto i nostri nomi… alcuni chiedevano informazioni, altri parlavano senza che li capissimo… poi  sono arrivati i pick-up per portarci via e ci hanno fatto salire… sul pick-up ho cominciato a pensare di scappare…

D – Perché?

T – Perché se ci hanno trattato così in principio mi sono immaginato cosa potevano fare di noi in prigione… sul pick-up il poliziotto libico ci minacciava guai seri a chi avesse tentato di fuggire… se qualcuno di noi alzava la testa veniva picchiato sulla testa con un bastone… bisognava stare in riga, anche se ti sporgevi o se il posto in cui stavi era troppo alto venivi comunque bastonato… dovevamo stare sempre così [piega la testa lateralmente].
Così abbiamo visitato diverse prigioni di Kumus, ma ovunque arrivavamo, dopo che eravamo scesi ci dicevano che erano pieni… comunque ci registravano i nomi e ci davano schiaffoni chiedendoci da dove arrivassimo… per esempio c’era u ragazzo mezzo somalo e mezzo etiope, e quando gli hanno chiesto da dove venisse rispondeva che suo padre era somalo e sua madre etiope… allora un poliziotto lo ha preso a sberle, dicendogli di scegliere un luogo di provenienza…
Ci hanno anche chiesto chi era il capitano tra noi; noi non abbiamo risposto perché sapevamo cosa lo attendeva, ma un sudanese ha parlato. Allora l’hanno picchiato… Alla fine ci hanno messi in una prigione di Kumus [che aveva posto]. Ci siamo rimasti per 4 giorni. Ci hanno fatto spogliare nudi, le donne davanti ai marescialli… ci vergognavamo di stare nudi davanti alle donne, ma visto che ci prendevano a schiaffi non avevamo alternative… così ci siamo spogliati tutti e ci hanno perquisiti… avevo dei soldi arrotolati in una busta, [cuciti] nella tuta… non li hanno trovati… siamo restati lì per 4 giorni senza cibo a sufficienza… e immangiabile. La cella era piccola come questa stanza, ed eravamo 56 persone. L’unica finestrina era piccola come un ventilatore di una camera oscura, in alto sul soffitto [fa vedere]. C’era un bagno con una finestrella piccola come quella di Kufrah, da cui si poteva veder fuori attraverso le sbarre e la retina… solo da lì entra aria… Tutte le persone vogliono stare lì… Si faceva la doccia e se ne usciva sudati.

 

7. N.

N – I. è arrivato e ci ha parlato. È un mafioso, ci ha detto: “quando ho saputo che stavate arrivando da me, vi ho preparato l’acqua e il cibo”. Pensa un po’, l’acqua di cui parlava era quella del pozzo! Credevamo che fosse lui a portarci a Tripoli, e pensavamo che quei 200/300 dollari che avevamo pagato servissero per questo, e invece ci hanno portato solo fino a Agdabiya. Lui ha iniziato un discorso che ci ha spaventato, dicendo così: “Chi vuole entrare a Tripoli deve pagare 300 dollari, chi vuole entrare a Bengasi 200 dollari”. Invece noi credevamo di essere già arrivati. Gli abbiamo detto che noi eravamo arrivati lì con un accordo di raggiungere Tripoli e che avevamo già pagato per questo. Lui ci ha risposto che non conosceva quell’accordo e che eravamo stati venduti a lui. “Come le pecore!” ha detto. E mentre discutevamo diceva di aver comprato tante cose per ospitarci. Gli eritrei hanno un supporto dalle famiglie e dai parenti che stanno in Europa, invece i ragazzi di Addis Abeba sono economicamente bassi. Le nostre famiglie sono povere, quindi noi abbiamo deciso di non pagare.
Gli eritrei non erano d’accordo ed erano dispiaciuti di lasciarci, dopo aver fatto il viaggio insieme, ma hanno pagato per andare, così ci siamo separati.
Ibrahim ha provato a minacciarci. Io gli ho detto che non avevo niente per pagare; lui ha una prigione privata, mi ha portato lì e mi ha chiuso dentro sprangando la porta con un bastone. La prigione era piccola e con un tetto basso. Siccome anche gli altri miei amici si sono rifiutati di pagare li ha rinchiusi con me nella prigione. La città si vedeva, non era lontana da lì, e abbiamo pensato che dovevamo fare qualcosa, che Ibrahim ci stava imbrogliando. Abbiamo deciso di rompere la porta e anche di batterci, per uscire da quel posto o per arrenderci alla polizia, perchè eravamo stufi del viaggio. Non avevamo mangiato niente, così abbiamo bevuto il succo di orzo che avevamo con noi, e abbiamo lasciato i bagagli.
Lì nella prigione abbiamo trovato bastoni di ferro e abbiamo fatto tanto rumore che sembrava che litigassimo per uscire. I colleghi di Ibrahim erano tanti e si sono avvicinati per vedere da una fessura cosa succedeva, e hanno avuto paura. Intanto uno di loro ha girato la macchina per bloccare la porta ma noi lo abbiamo visto e siamo riusciti a romperla prima, e siamo usciti. Avevano paura di noi e alcuni sono scappati, ma dopo un po’ hanno chiamato i loro rinforzi. Noi siamo scappati. Una persona ci seguiva con la macchina, allora abbiamo cercato di prendere delle strade dove la macchina non sarebbe riuscita a passare. Purtroppo uno di noi è rimasto indietro. La macchina lo ha raggiunto e lo ha urtato. Poi lui è stato preso. Noi tenevamo in mano delle pietre e quando ci fermavano, pronti a lanciarle, la macchina si teneva lontana. Aveva paura di avvicinarsi. Ma ogni volta che ricominciavamo a camminare, ci seguiva per venirci addosso. Alla fine, vista la nostra resistenza e temendo di essere denunciato, la persona ha promesso che ci avrebbe portato con i soldi che avevamo in tasca. Per il bene dei nostri amici che erano stati presi abbiamo accettato l’accordo. Eravamo dispersi e ci ha recuperato uno a uno con la macchina.
Una volta ritornati a casa sua, ci ha chiesto di dargli i soldi. Gli abbiamo dato 50, 60… quello che avevamo in tasca. Poi è andato a recuperare i dispersi. Abbiamo fatto la doccia e lui ci ha caricato su una Toyota, con direzione Bengasi. Non credevamo che avrebbe mantenuto la parola data, ma temevamo che ci avrebbe abbandonato in mezzo al deserto.
Per gli eritrei c’era un’altra macchina che gli avrebbe portati a Tripoli. Prima di raggiungere Bengasi siamo stati venduti a un’altra persona nella cui casa abbiamo trascorso la notte da un altra persona. Il giorno dopo siamo stati portati a Bengasi, dove ci siamo separati. Noi abbiamo raggiunto per caso Funduk dove abbiamo incontrato amici del nostro quartiere. Uno dei ragazzi ci raccontava quanto era insopportabile stare in Libia. Diceva che sarebbe stato meglio tornare in Sudan, o da qualsiasi altra parte, addirittura nel nostro paese, a curarci con l’acqua santa. Che la Libia non era un paese. Lì si era soltanto capaci di perseguitare e arrestare le persone. I suoi discorsi ci hanno spaventato. E siamo usciti per telefonare a casa.

 

8. F.

F –  Il mio nome è F., e sono eritrea. Vengo da Addis Abeba. Ho lasciato il paese per motivi politici. Da Addis Abeba sono andata verso Bahr Dar e dopo due giorni sono partita per Gondar. Da qui dopo altri due giorni e mezzo mi sono diretta verso Metemma.  E poi da Metemma a Ghedaref e da lì a Khartoum …

D – Puoi spiegarmi bene il viaggio da Khartoum in poi?

F –  Attraversiamo il Sahara clandestinamente. Se puoi devi pagare, se no te la cavi raggruppando altri viaggiatori.

D – Come?

F – Se non hai altri soldi raduni altri viaggiatori disposti a pagare, e così non paghi. Se invece ne hai, paghi e parti. Anche se paghi o raggruppi altri viaggiatori, non significa che arriverai a destinazione   perché, se passa una macchina… Sono i poliziotti fuori servizio che fanno questo lavoro… Per non essere sospettati dai loro capi, per una macchina che passa, un’altra viene fermata, loro avvertono e ti fanno arrestare. Quando ti arrestano ti portano a Kufrah. (…) Nella prigione di Kufrah ci sono barili d’acqua di cui non si conosce la provenienza… l’acqua devi risparmiarla, se ti vedono che ti lavi il viso o le mani, ti picchiano…

D – Come donna, cosa ti aspettavi quando sei partita?…

F –  Quando sono partita dal Sudan ho pagato 250 dollari pensando [di arrivare] fino alla Libia, a Kufrah. Ti caricano con dell’acqua.. noi ci siamo fermati nel deserto per 14 giorni. Ci lasciano e non sappiamo dove vanno, vanno a raccogliere altri migranti sudanesi del Darfur e poi tornano. Su un Land Cruiser ci mettono in 45 persone… due ragazzi sono caduti perché non ci stavano, e sono morti. Siamo arrivati in 43. Erano di Addis Abeba.
Quando vieni arrestato a Kufrah ti lasciano in prigione uno o due mesi fino a che non viene qualcuno a comprarti… Ci hanno portati a Kufrah, sono rimasta un mese e mezzo, finché un dallala mi ha comprato insieme ad altri a 35 dinari a testa e ci ha portati da lui.

D – Anche io sono stato comprato a 30 dinari.

F –  Per gli etiopi 30 e per gli eritrei 35 perché credono che gli etiopi non pagano. Dopo che ti ha comprato, il dallala ti porta da lui. Tutte le cose che fai, telefonate, sigarette, cibo… lui le conta e se alla fine non hai da pagare, ti lega con una catena. Per esempio, anche io sono stata legata perché non avevo nulla con cui pagare.

D – Davvero?

F –  Si, ho ancora i segni

SILENZIO

F – Dopo tutto ciò, ci hanno portato ad Ajdabia. Lì ti mettono donne da una parte e uomini dall’altra. Ed è lì che abusano di noi. Ad Ajdabia sono stata comprata ed arrestata tre volte. E tutte le volte mi rispedivano a Kufrah. L’ultima volta ci hanno spedito addirittura di nuovo in mezzo al deserto, verso il Sudan, per espellerci. Ma lì abbiamo preso una macchina che ci ha riportati di nuovo a Ginsia. Ginsia è il villaggio dei neri nella città nel cuore dell’oasi di Kufrah. Lì i neri ci hanno aiutato e siamo riusciti ad andare a Benghazi. (…)
A Kufra il dallala ha capito che non avevo da pagare, mi ha picchiato e mi ha detto di andare con un macchina verso Benghazi, in relata’ mi hanno fermata ad Adjdabia. ..Ma comunque ad Adjdabia ci devi passare per andare a Benghazi…e li se non hai soldi per pagare devi essere abusata..cosi e per tutte le donne, io ho fatto quello che mi dicevano e alla fine solo cosi sono arrivata a Benghazi. A Benghazi stavamo a Fonduk, un dormitori. Ma qualcuno ha informato la polizia e ci hanno arrestato e ci hanno portati alla proigione di Guarsha. Mi hanno dato quattro mesi… La macchina che mi ha arrestato aveva la targa del Giuazat… Ci ha fermato mentre con una macchina andavamo verso Tripoli. Eravamo in sette. Ci hanno portati tutti compreso l’autista nel carcere di Guarsha. Davanti ai nostri occhi hanno liberato l’autista che si è tenuto tutti i nostri soldi. Mentre a noi ci hanno dato 4 mesi.

D – Vi hanno portato in prigione? Come si chiamava?

F – Guarsha.

D – E prima vi hanno portato in un Tribunale?

F – Si, e ci hanno dato subito 4 mesi.

D – C’era un traduttore?

F – No.

D – Come avete fatto allora? Con quel poco di arabo che avevo imparato durante il viaggio. Per forza devi imparare un po’ la lingua se no sei nei guai.

D – Ti hanno messo in prigione per quattro mesi e qualche giorno?

F – Sì, i giorni non si contano…

D – Come ti hanno rilasciata?

F – No, mi hanno mandata a Kufrah con un container senza bagno né acqua né luce. È il sistema dei poliziotti, di farti ritornare pagando.

D – Quanti [eravate] nei container?

F – 200-250, dentro [c’erano] solo etiopi ed eritrei. I poliziotti dopo averti mandato a Kufrah ti fanno chiamare a casa per farti spedire i soldi. Se sei fortunato riesci a rientrare, se no ti arrestano di nuovo. Per fortuna noi abbiamo trovato i sudanesi e grazie a loro abbiamo raggiunto Tripoli dopo Benghazi. …

D – A Kufrah dovrebbero attuare le espulsioni, dunque perché ti tengono lì?

F – Prima era il luogo da dove preparavano le espulsioni, ora è diventata una città di commercio… Per esempio prima del compleanno di Gheddafi portano qui tutti gli immigrati, dopo il suo compleanno li rivendono e li lasciano ripartire per il nord. Si fa del business con la vita degli immigrati, il nono mese [settembre, compleanno di Gheddafi] è un mese di grandi affari. Molte donne che sono rimaste incinta per mezzo di poliziotti e intermediari, libici e sudanesi, non sono riuscite più a uscire [il loro stato le impediva di  affrontare il viaggio], sono bloccate lì.

D – Se nessuno ti compra che fai?

F – È escluso che nessuno ti compri, farlo è il loro lavoro, ti comprano dalla polizia per 30 [etiopi] /35 [eritrei] denari e poi ti chiedono 400 dollari per mandarti a Benghazi, dove comunque non arrivi perché ti fermano ad Ajdabia; lì devi pagare di nuovo e se non puoi farlo ti legano o ti danno ai poliziotti che ti arrestano. Anche sui taxi non sei sicuro, se sentono che non parli arabo, dopo averti fatto salire, dopo un po’ di strada il conducente ti chiede altri soldi altrimenti ti consegna al Giuazat.

D – Quando mi hanno venduto per trenta denari, ho subito pensato ai trenta denari di Giuda, il prezzo di Gesù, hai mai pensato perché la cifra è proprio questa?

F – No, non mi sono mai fatta di queste domande, pensavo a quando mi sarei liberata dalle mani di questi individui [sarei uscita dall’incubo].

D – Pensi che gli italiani conoscano queste cose?

F – Penso che lo sappiano. Ma non ne sono sicura, perché non so come chiederglielo. Ma credo lo sappiano perché sono loro che ci salvano nel mare e non ci rimandano in Libia.

D – Però adesso hanno deciso che bloccano le barche e le rimandano indietro.

F – Allora vuol dire che non la sanno! Vuol dire davvero che gli italiani non sanno! Io pensavo che lo sapessero… perché quando andiamo nel Centri di Identificazione e poi davanti alla commissione per l’asilo  a Brindisi, a Crotone o da altre parti, raccontiamo tutto quello che succede in Libia… le hanno le informazioni. Per questo pensavo lo sapessero. Ma se ora [è stato] deciso questo vuol dire che non l’hanno davvero capito. Gli italiani devono sapere che sono le condizioni di vita in Libia che ci spingono a partire.  E poi nessuno rischia di morire nel deserto e nel mare se non c’è un motivo più forte che ti spinge a fuggire dal tuo Paese. È molto difficile fare questa scelta. (…)

D – Voglio che mi dici il tuo sentimento sulle cose che i libici hanno fatto su di te?

F – Non lo voglio ricordare. Come donna ho sofferto tanto. La Libia è un posto dove una donna non può vivere in pace. Adesso dico tutto questo non per avere pietà dagli italiani però sperando che [aiutino] quelli che si trovano in difficoltà in Libia. Vorrei che [si trovi] una soluzione come per alcuni dei miei compatrioti eritrei che per fortuna hanno [trovato] una soluzione. Per esempio l’Eritrea ha il suo consolato in Libia ma l’Etiopia non c’è l’ ha, e la maggior parte delle donne vengono dall’Etiopia. Molte sono incastrate lì avendo figli dai libici a causa delle violenze sessuale, altre sono ancora sottomesse con medicine tradizionali e [vengono] abusate da intermediari sudanesi perché non [hanno] i soldi da pagare. Perciò ci vuole una soluzione vera per quelli che stanno lì piuttosto che fare espulsioni. Si [potrebbe] anche bloccare il confine verso la Libia e aiutare quelli che sono ormai entrati.

(…)

La situazione attuale in Eritrea

L’Eritrea detiene un triste primato: quello di essere, nel periodo 2005-2013, tra i primi 10 paesi dal quale i propri cittadini fuggono per cercare asilo in varie parti del mondo. Lo confermano le statistiche ufficiali dell’UNHCR.
È la seconda volta nell’arco di un cinquantennio che il popolo eritreo è protagonista di un esodo in massa di queste proporzioni.
La conquista dell’indipendenza eritrea nel 1991 segnò la fine di un primo periodo di migrazione di massa che aveva già visto più di mezzo milione di rifugiati fuggire da una guerra durata 30 anni.
Purtroppo anche in questo nuovo millennio il fenomeno si ripete, con effetti ancora più tragici.
Paradossalmente, l’esodo dei giovani eritrei nel periodo post-indipendenza, ha delle caratteristiche, sia quantitative che qualitative, molto più drammatiche del periodo durante la guerra per l’indipendenza.
Il ritmo con cui, nell’ultimo decennio, i giovani eritrei continuano a fuggire varcando i confini nazionali è molto più intenso del periodo pre-indipendenza. Se si considera che nel 2006 le statistiche globali dell’UNHCR indicavano 19.400 richiedenti asilo eritrei mentre nel 2012 ne indicavano 285.100, si può comprendere la dimensione del fenomeno. Bisogna però anche tener conto che le statistiche ufficiali non includono una considerevole percentuale dei profughi eritrei, che si trovano in situazioni e località molto particolari e per le quali non è possibile un monitoraggio formale dell’UNHCR.
La crescita esponenziale del numero dei profughi, soprattutto se rapportata al numero degli abitanti del paese che, come già detto, conta soltanto 5.6 milioni di abitanti, evidenzia ancora di più la gravità della situazione. L’inconfutabile verità è che le giovani e i giovani eritrei stanno abbandonando il proprio paese in proporzioni molto più alte rispetto ad altre nazionalità.
Vi sono vari elementi che hanno causato questo esodo, iniziato pochi anni dopo che il paese aveva conquistato l’indipendenza. Conoscerli è essenziale per comprendere la situazione generale in Eritrea, ma soprattutto per comprendere le drammatiche peculiarità della migrazione eritrea.

Condanna al silenzio di Gabriel Tzeggai, 17 settembre 2016
Ti chiedo di fare lavorare la tua immaginazione. Ti avverto che non sarà facile. Prova ad immaginare te stesso rinchiuso in una cella buia, cioè una cella senza alcuna illuminazione, dove è sempre buio. La tua cella è larga 3 metri per 4 e include un cesso di pessima qualità […]

Rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Diritti Umani in Eritrea
Il 4 giugno è stato pubblicato il Rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Diritti Umani in Eritrea, istituita un anno fa in seguito al sempre più crescente numero di uomini e donne eritree richiedenti asilo politico in altri paesi […].

La violazione dei diritti umani in Eritrea e le aperture del governo italiano alla dittatura di Isaias Afeworki
Alcune organizzazioni e movimenti della diaspora eritrea in Europa, tra cui il Coordinamento Eritrea Democratica e Stop Slavery in Eritrea Campaign, hanno lanciato un appello ai politici europei affinché sia interrotta qualsiasi forma di collaborazione con il governo di Asmara […].

Lettera di Adal al fratello Abraham, una delle vittime della strage del 3 ottobre 2013
Adal Neguse, rifugiato da 10 anni in Svezia, ha perso suo fratello Abraham nella strage del 3 ottobre 2013. Lo abbiamo incontrato a Lampedusa in occasione del primo anniversario della sciagura e di un laboratorio con i parenti dei migranti scomparsi. Ci ha gentilmente concesso di diffondere e tradurre questo messaggio, originariamente pubblicato sulla sua bacheca di Facebook. È il nostro modo di ricordare quella sciagura attraverso la storia di una singola persona.

Crisi umanitaria – Coscrizione a tempo indeterminato, 19 marzo 2014.
Le testimonianze descrivono i lavori forzati, la privazione generale di ogni libertà di movimento, le detenzioni con trattamento crudele e tortura, ma soprattutto denunciano il fatto che il servizio militare è in realtà una forma di schiavitù che nega la possibilità di scegliere e crearsi un futuro.

Stop Slavery in Eritrea”
Campagna contro la schiavitù in Eritrea.

Sapevamo che era ingiusto… ma non sapevamo si chiamasse schiavitù…
Riportiamo la traduzione della lettera di Luwam Estifanos che descrive la realtà del servizio militare in Eritrea.

L’arroganza della dittatura, un commento di Gabriel Tzeggai sulle ipocrisie del regime eritreo.
11 ottobre 2013.
Tutti gli eritrei sanno che Isaias Afewerki ha sempre spudoratamente negato che i giovani fuggono in massa dall’Eritrea e che anche in questa occasione avrebbe voluto ignorare tutto, proprio come ha sempre fatto. Tutti sanno che in altra occasione lui ha proibito il rientro in patria della salma di un eritreo caduto in sua disgrazia […].

I giovani eritrei. Intervista a Gabriel Tzeggai.
I giovani eritrei di ambo i sessi, arruolati in un sistema di leva nazionale prolungato dal continuo stato di guerra con l’Etiopia, non hanno possibilità di programmare il proprio futuro e hanno poche scelte autonome al di là dell’esodo forzato dall’autoritarismo imperante nel paese… […].

Informazioni storiche sull’Eritrea

L’Eritrea e la sua storia
L’Eritrea diventa uno stato indipendente nel 1993, dopo più di trent’anni di guerra di liberazione contro l’Etiopia. Quella eritrea è una storia di dominazioni straniere, di lotte per la libertà e l’autodeterminazione, ma anche di continue guerre con i paesi confinanti.

L’Eritrea e il colonialismo italiano
L’Eritrea nasce ufficialmente nel 1890 come Colonia Eritrea. Nell’era dello Scramble for Africa, è infatti l’Italia a ritagliarsi la sfera d’influenza nel Corno d’Africa, con l’acquisto da parte della compagnia marittima Rubattino della Baia di Assab nel 1869, ceduta al governo italiano nel 1882 e l’occupazione di Massaua nel 1885. L’Italia si espande nell’altopiano con l’idea di occupare l’Etiopia, ma viene sconfitta prima a Dogali nel 1887 e poi ad Adua nel 1896. La sconfitta di Adua mette fine alle mire espansionistiche italiane in Etiopia e allo stesso tempo l’imperatore etiope Menelik II riconosce all’Italia la Colonia Eritrea. L’Italia consolida la sua presenza in colonia, la colonia primogenita, per non screditarsi ulteriormente agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale dopo la sconfitta di Adua. Negli anni Trenta, in pieno regime fascista, le politiche coloniali italiane subiscono dei radicali cambiamenti e assumono connotati bellici sempre più evidenti: il progetto di Mussolini prevede la migrazione di massa di coloni italiani oltremare (colonialismo demografico) e la conquista dell’Etiopia. L’Eritrea diventa base di attacco della nuova politica espansionistica italiana. Nel 1935-36, l’Italia occupa l’Etiopia grazie soprattutto ad un vasto uso di gas chimici che devastano intere aree del paese e proclama la “conquista dell’Impero”. L’Impero tuttavia entra in crisi già nel 1937-38 grazie alla sempre più organizzata resistenza delle popolazioni locali e alle azioni di gruppi armati genericamente definiti come “banditi”, “shifta”. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale mette fine al colonialismo italiano in Africa Orientale. Nel 1941, l’esercito britannico occupa l’Eritrea e l’Etiopia.

L’amministrazione britannica
L’Eritrea è governata da un’amministrazione provvisoria britannica fino al 1952. L’amministrazione britannica avvia una serie di riforme, soprattutto nel campo della formazione e dell’economia, ma mantiene quasi intatta la struttura amministrativa creata dagli italiani e, almeno fino al 1945, la segregazione razziale imposta dal fascismo. Le numerose continuità con il governo precedente portano ad una crescente atmosfera di malcontento che sfocia in azioni di violenza urbana e di vera e propria guerriglia, che l’amministrazione britannica, come già in precedenza aveva fatto quella italiana, non esita a denominare “banditismo”. Ad aggravare la situazione, gli interessi internazionali nel controllo della zona e le pretese di annessione dell’Etiopia, contrastate dalle spinte indipendentiste di vari gruppi politici eritrei formatisi negli anni Quaranta. Dominano la scena politica eritrea il blocco unionista, supportato dall’Etiopia,  e il blocco indipendentista.

La federazione con l’Etiopia
Nel 1952 l’Eritrea viene dichiarata dalle Nazioni Unite regione autonoma federata con l’Etiopia. L’ipotesi federativa è considerata dalle Nazioni Unite come una soluzione di sintesi tra le istanze dei diversi movimenti politici presenti nel paese, ma evidenzia ben presto tutti i suoi limiti e contraddizioni. Tutti i posti chiave sono occupati da persone vicine al regime dell’imperatore Haile Sellassie che nel 1962 annette l’Eritrea all’Etiopia. Le evidenti violazioni dell’autonomia eritrea perpetuate dall’impero etiopico durante tutto il periodo della federazione e l’annessione nel 1962 portano allo scoppio di una lunga guerra di liberazione che si conclude nel 1991.

La guerra di liberazione
La guerra di liberazione eritrea dura 30 anni. Negli anni Sessanta viene condotta dal Fronte di Liberazione Eritreo (Eritrean Liberation Front – ELF), formato da leader politici in esilio di prevalenza musulmana che conta però sul supporto di gruppi anti-etiopici locali clandestini. La lotta armata è considerata dall’ELF l’unico strumento per liberare l’Eritrea dal dominio dell’Etiopia, e nel 1961 il primo colpo di arma contro il regime di Haile Sellassie arriva dal bassopiano orientale eritreo. Si apre in tal modo la lunga stagione di lotta armata per la liberazione.
All’inizio degli anni Settanta, il Fronte di Liberazione Eritreo subisce una divisione interna che porta alla formazione di un altro fronte di lotta, il Fronte Popolare di Liberazione Eritrea (Eritrean People Liberation Front – EPLF) cha ha tra i suoi fondatori Isaias Afeworki, attuale presidente dell’Eritrea. I due fronti entrano in conflitto. Nel frattempo la situazione politica cambia anche in Etiopia. Haile Sellassie viene deposto dal colonnello Mengistu Haile Mariam, che con un colpo di stato prende il potere nel 1974 e instaura un regime di stampo comunista sostenuto dall’Unione Sovietica. Contro la dittatura di Mengistu, si oppone internamente al paese il Fronte di Liberazione del Tigrai (Tigray Liberation Front – TPLF) che si allea con l’EPLF e conduce una vera e propria guerra contro il dittatore. La guerra si conclude nel 1991 con la vittoria dell’alleanza dei fronti di liberazione. Nel 1993 l’Eritrea indice un referendum in cui il 98,8% della popolazione vota a favore dell’indipendenza.

Eritrea e Etiopia nel periodo post-indipendenza
Le tensioni tra Etiopia ed Eritrea non diminuiscono dopo l’indipendenza eritrea, nonostante l’alleanza tra di fronti di liberazione durante la guerra. Nel 1998, tensioni al confine portano allo scoppio di un altro conflitto che si conclude soltanto nel 2000 con accordi di pace che prevedono la demilitarizzazione dei confini e la demarcazione dei confini attraverso una commissione delle Nazioni Unite (Boundary Commission). Nel 2003, si conclude la demarcazione dei confini da parte della Boundary Commission. I risultati non soddisfano però l’Etiopia. Le tensioni tra i due paesi riemergono, nonostante la presenza del contingente delle Nazioni Unite nell’area di confine. Nel 2008, le Nazioni Unite decidono di ritirare il contingente di pace al confine, in seguito alle numerose ostruzioni sia del governo eritreo che di quello etiopico. Il rischio di un conflitto al confine rimane alto, ma soprattutto ha forti ripercussioni nella politica interna, soprattutto per quanto riguarda la violazione dei diritti umani dei cittadini eritrei.

‘Like a plate of spaghetti’. Migrant Narratives from the Libya-Lampedusa Route

di Alessandro Triulzi
in A. Triulzi e R. McKenzie (eds), Long Journeys. African Migrants on the Road, Brill (2013).

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Abstract
Storico dell’Università di Napoli l’Orientale e presidente di AMM, Alessandro Triulzi fornisce il tracciato di collusione-corruzione tra polizia e passeur libico-sudanesi e degli ostacoli umani e materiali della rotta L-L (Libia-Lampedusa) nella ricostruzione dei migranti etiopi che l’hanno percorsa al tempo di Gheddafi.

Introduction

In October 2003, the discovery of a boat drifting off the coast of Sicily with “13 corpses and 15 barely alive survivors” (Coluccello & Massey 2007:77) captured and magnified in Europe the ‘desperate journeys’ undertaken by increasing numbers of refugees and poor migrants, mainly coming from the African continent, who were being smuggled via the Mediterranean by illegal transnational networks (1). The alarming reports in the media gave way to a series of police investigations in Italy culminating in a country- wide operation called Harig, which showed the extent of the transnational connections of the Libyan-Italian human trade. At the end of a four-year judicial enquiry led by Luigi de Magistris, an Italian magistrate operating from the southern region of Calabria, over 33 people of different nationalities were charged with trafficking no less than 2,500 persons and reducing them ‘to slavery’. The enquiry revealed that the transnational networks involved were not ‘Mafia-like’ hierarchical organisations, but rather ‘smaller, more complex and fluid’. The investigators found out that transnational trafficking in humans was not so easily disrupted as ‘fluid networks are intrinsically resilient to decapitation’ and tend to act like ‘a plate of spaghetti’: “Every piece seems to touch each other, but you are never sure where it all leads.” (Coluccello & Massey 2007:85- 88; quotation at p. 88 is drawn from Green 1969).
Many of the smuggled migrants and refugees came to Italy through the Libya- Lampedusa (L-L) route, which involved the crossing of some 2000 km of sun-scorched Libyan desert, followed by approximately 200 miles across the Mediterranean sea to reach the small island of Lampedusa south of Sicily. While the 2003 police investigation went on, the number of irregular migrants and refugees landing in Lampedusa or rescued from drifting off the Sicilian Channel increased sharply (2). By 2006, 19,000 irregular migrants and refugees had arrived on the island; they had almost doubled by the end of 2008, when their landing on Italian soil was labeled for the first time by Italian authorities as ‘clandestine’ and pursued indiscriminately by Italian law as a severe criminal offence (Del Grande 2010; Morone 2009; Rastello 2010).
It is significant to note that the wide-reaching investigation was given the code name Harig, from the Arabic ‘harg’, ‘to burn’ (also Harrag, see Del Grande 2007:109); a common term employed throughout North Africa to denote those who ‘burn’ (i.e., cross illegally, but also ignore or challenge) a traffic light, a state border or a public ban. The term further applies to migrants who destroy their identity papers upon departure, or at times burn their own fingertips to avoid being identified by immigration officers at the border (3). By the time the Harig investigation was over, in April 2007, it was increasingly clear to police authorities and legislators in Italy that there was no way to handle irregular, i.e, ‘clandestine’ migration, but to crush it. Although there was ample evidence indicating that the number of irregular migrants arriving in Italy by sea was small (only about 12% as compared to the vast majority of persons ‘overstaying’ their legally authorized travel period), the very fact that the majority of sea-borne irregular migration was arriving via Lampedusa allowed the Italian government to invest in the symbolic importance of the ‘clandestine invasion’ by sea as the source of all evils concerning the defense of national identity and the maintenance of security.
Henceforth, all irregular migrants were classified by law as ‘clandestini’, i.e., strangers illegally residing on Italian soil; their landing in Italy or crossing it without authorization was declared a criminal offence to be punished with 4 years of prison followed by expulsion from the Italian territory (Borgna 2011:22). Further, between 2002 and 2009 migration laws and controls were severely tightened by the Italian Parliament and differential legislation was passed not merely to keep out the ‘uninvited’ (Harding 2000) but to make their ‘clandestine’ life simply unsustainable by denying them basic rights in integration processes such as education, health or political representation (Mezzadra 2006; Borgna 2011; Rastello 2010). The L-L route soon suffered the same constrictions. By August 2008, following Italian pressures on the EU to lift its ban on Libyan trade, the signing of a Treaty of Friendship and Cooperation between the Italian and Libyan Governments ended a long-standing dispute over Italy’s colonial responsibilities when the Italian Government agreed to pay reparations amounting to 5 bn. dollars in exchange for oil and a concerted effort to stop irregular migrants from departing from Libyan soil. By the first anniversary of the Libyan-Italian Treaty, solemnly celebrated in Benghazi by the two leaders on August 2009, the L-L route had been effectively blocked and the Italian Minister of Interior Roberto Maroni extolled the virtues of the Italian and Libyan cooperation on irregular migration as a model for the whole of Europe. From May 2009 to March 2011, when Italian forces joined in the NATO-led ‘humanitarian’ war against the Libyan Government, joint patrols of Italian and Libyan naval forces in the southern Mediterranean achieved systematic refoulement of all migrant boats heading north towards the Italian shores (4).
The paper argues that the eastern Sahara migrant route, briefly disrupted by the Libyan war, is in fact ‘resilient to decapitation’ and reacts to outside pressure, like all trading networks, depending on the readjustment of supply and demand. All migrant routes are ready to give way to safer or more profitable alternative routes only to open again once basic security and network conditions have been reestablished. In fact, every ‘closure’ of a migrant route simply means the opening of an alternative one, usually more costly in terms of financial transactions and human lives, as recent examples of both Mediterranean and Canary Island crossings have shown (5). As the opening and closing of the L-L route appears to be emblematic of most irregular migrant trajectories in Africa, and reflects European reactions to control as well as local attempts to exploit them, it is important in my view to gather and document migrant testimonies and their travel narratives in order to understand what exactly the L-L route meant to traveling migrants and how local trade and smuggling networks operate on the ground.
The following narratives are based on migrant testimonies and travel accounts of the L-L route which have been collected in Rome among recent arrivals from the Horn between 2006 and 2009. Narrative sources are, of course, highly interpretive and selective in as much as they reflect individual stories and the ability of those who tell them to recall traumatic events of their lives. Most migrants and asylum-seekers shy away from being interviewed since the migratory process already involves too many awkward questions being asked or forced on them in their uneasy attempt to fit into western categories of a bona fide migrant or refugee. So migrant narratives are often flawed and secretive (Ranger 2005). As such, they may have little to offer to the security, development or migration officer. As a historian however, I have been fascinated by the amount of information these narratives reveal and from the very beginning I have felt the need to create a healthier context for their utterance and survival. Involving migrants in the research process, and helping mobilize their voice and agency to widen awareness of their condition in Italy, resulted in the creation of a migrant memory project in Rome which provided a sympathetic listening context for migrants willing to speak out and to have their voice used both as an archival source and as a live testimony in public occasions and debates (6). We soon found out that ‘unspeakable truths’ could be shared together with fellow migrants within a joint, participatory context which assured both confidence and empathic listening. Richer and longer narratives soon followed aimed not just at acquiring refugee status or humanitarian protection (which was promoted elsewhere) but at producing an articulate body of self-reflexive accounts of the so-called ‘exit-option’ and its human toll. The L-L route amounted to a long journey the cost of which we jointly agreed should be made known to the Italian public as well as to the migrants’ relatives and friends back home.

Background to the L-L route

According to several observers (Marfaing & Wippel 2003, Bredeloup & Pliez 2005; Bensaad 2005, 2007), the Sahara has become in recent times not only ‘the preferred route’ for migrants heading to Europe but also a densely populated area of forced residence for many undocumented African migrants. The restrictive anti-migrant policies being implemented by Governments on both sides of the Mediterranean from the mid-1990s onward forced many Sub-Saharan migrants to remain stranded in the wider Sahara macro-region, transforming countries such as Libya, Morocco or Algeria into both transit and destination countries, confirming the fluid nature of transnational mobility and its impact on target countries (Hamood 2006). This development affected Libya in particular following the pan-African open door policy adopted by Kadafi’s government since the mid-1990s (Pliez 2004). As the Schengen countries gradually closed their gates to migrants in roughly the same period, and linked their containment policies to those of the North African states (De Haas 2006), the Sahara and coastal regions of Libya became increasingly inhabited by Sub-Saharan migrants who found in the informal economy of the Sahara a precarious yet available source of living and working (CARIM 2010).
The Sahara has always been an area of mixed transhumance and migrancy. Mobility flows, however, were accentuated in the last forty years by the worsening environmental and economic conditions and multiple conflicts flaring up throughout the Sahelian region. Starting with pastoral nomads from Niger and Mali moving north in the mid 1970s to escape drought and war, the early migrants were followed by increasing numbers of central and west African agriculturalist and urbanized youth seeking better working conditions, and by refugees and asylum-seekers escaping the excesses and pitfalls of the ‘failed’ states’ of the Horn. The opening of oil fields and construction sites in the middle of the desert encouraged the new economic and political migrants to enter the wider Sahara macro-region, while the increasing migratory flows fed a profit-based economy for transport and services geared towards migrants (De Haas 2006; Pliez 1999, 2004). Thus original inhabitants and established migrants became increasingly connected with the new arrivals, and the informal economy was soon embedded in government policies and an increasing number of ventures for private profit that led to systematic abuse and greed. The new ‘villes-carrefour’ of the Sahara, like Sebha, Agadez, or Kufra (Pliez 2000, 2006), with their flourishing transport and transit economy, depended on the exploitation of migrant labour forces and their hawala credit network (7). With markets and streets named after the migrants’ place of origins (8), these desert cities soon became a living testimony of the transformative role played by migrants in the very making of the Saharan economy.
According to the Algerian geographer Ali Bensaad (2005, 2007), it was during this period of high human mobility that the Sahara reverted to a lively place of cohabitation for North African groups of various origin (Berber, Arab or Afro-Arab descent) who increasingly mixed with the Sub-Saharan migrants and their kin reviving old links and memories of a complex and often tense past. It is in this context that the Sahara rediscovered both its ancient vitality (including new inroads of cosmopolitanism due to the new languages, religions and social values introduced by the migrants) and new exclusionist trends going back to the old trans-Saharan slave trade and long- maintained feelings of ‘white’ superiority vis-a-vis their ‘black’ neighbours. The larger Mediterranean area soon experienced all the contrasts and challenges of the new economic dynamism typical of all ‘globalization at the margins’, involving high mobility, strong communication networks and brutal profit-making. Thus the Sahara was transformed into ‘a major terrain of confrontation and of violence’ (Bensaâd 2007: 55-57). Because of this, “Trans-Saharan corridors now directly link black Africa and the Mediterranean” and the Sahara “is more than ever a Mediterranean outpost. As such it is also a periphery, a ‘suburb’ increasingly close to Europe”, both a ‘taking-off point’ and a ‘holding zone’, or ‘vanguard barrier’ to control unwanted movements of its southern neighbours (Ibid:51-52). It is in this context that an informal economy of transport has arisen, transit States often acting as first organizers and beneficiaries of this trade, whereas nomadic groups and newly-born intermediaries play the traditional “double role of conveyor/robber: they earn money by guiding and by robbing, robbery reinforcing their necessary functions as guides.” Thus a slave economy is gradually being built across the Sahara, having at its base “a mix of local notables and entrepreneurs, local and south-Saharan mafias, and agents of the State.” (Id., 62-63)
For migrants coming from the Horn, and aiming to reach the Mediterranean shore, the L-L route has been the most heavily travelled track and a source of very brisk human traffic. From the early 1990s, reaching the Libyan coast was a mirage and a nightmare, but also a challenge and an initiation to adulthood for young migrants journeying through smugglers’ stop-and-go form of travel and traffickers’ delays. Along the rough 2000-mile route, migrants coming from the region of the Horn encountered all sorts of obstacles — cultural, racial and political — yet the urge to come out of the ‘regimes of violence’ and the continuous state of disarray at home made them push through both the Sahara and the Mediterranean, whose informal ‘economy of violence’ attracted and wearied them out as they strove to forge ahead and gather resources for continuing their travelling.
In fact, both regions offered physical as well as economic and social challenges to migrants. In the Libyan Sahara, the strong economic revival was due to the arrival of next to 1.5 million workers and migrants attracted by the open door policy inaugurated by Kaddafi in the mid-1990s to sustain the economic growth of the country (9). The new Saharan economy that soon emerged was based on vital productive sectors such as constructions of road, housing and public infrastructure, coupled with agriculture and transport services produced by, and anchored to, an abundant supply of cheap manpower and labour supply mainly extracted at the expense of Sub-Saharan migrants whether in transit or in temporary residence. The flowering Sahara economy soon came in contact and converged with the southern regions of Mediterranean Europe (mainly Spain, Italy, and Greece) where, quite in parallel, increasing numbers of African, Asian and Eastern European migrants were competing in the long-established informal economy of agriculture, construction and domestic services. In southern Italy, particularly, the illegal migrants were to be easily absorbed by differentiated horticultural picking seasons, the construction sector, and domestic work benefitting, here too, a profit-based structure of easy-won power and wealth (Leogrande 2008). In spite of the increasing anti-foreign rhetoric publicly announced and sustained by the respective states on both sides of the Mediterranean, and by the repressive anti-migrant policies the Schengen countries imposed on their North African allies, the strong migratory flows crossing both regions were in fact tolerated, or selectively complied with, to allow the informal economies of private profit to continue.
Thus, although they reflected different geo-political, cultural and social settings, the Sahara and the Mediterranean macro-regions share some strikingly common characteristics for migrants who run in both cases along parallel paths of constrictive, albeit transgressive, behaviour. Each macro-region is in fact both the springboard and the terminal venue of a growing informal economy, which fuels cheap labour and economic resources to its respective networks of smugglers, traders and colluded state authorities. These in turn liaise with political and economic actors operating across the national markets on both shores of the Mediterranean, each rivalling to compete within the local economy and with the world’s global markets.
Within these different economic and social settings, two small localities stand out in the imaginations and memories of Sub-Saharan migrants who crossed or stumbled on them: the small oasis of Kufra in the southeast section of Libya, and the small island of Lampedusa, south of Sicily, in the Mediterranean. The latter is surrounded by a vast and unforgiving desert, the former by a deep and formidable sea. As the testimonies collected for the Archive of Migrant Memories were mainly coming from Ethiopian and Eritrean migrants who had crossed or been stopped in these two localities, I will try here to describe the ‘traveling pains’ of the long journey across desert and sea through the voices and memories of a group of young Ethiopian men and women coming from Qirqos, one of the poorest districts of Ethiopia’s capital, Addis Ababa.

The Qirqos youths

Between the Fall of 2005 and the Summer of 2007 a group of disaffected youths mainly coming from the Addis Ababa district of Qirqos decided to leave Ethiopia in the wake of repressive government policies following contested 2005 national election results (10). The stifling of the opposition and the slow growth of Ethiopian democracy was only one of the reasons pushing the Qirqos youths to leave the country. As Dagmawi Yimer states at the beginning of the film Like a Man on Earth, people like him and his friends were tired of living in ‘a country where judges are put to prison for their judging’. In addition, the opportunities for work and social advancement were scant, and an increasing number of young people felt they simply had no future if they stayed behind. A crowded and mostly poor community with a high rate of unemployment and prostitution, Qirqos is somewhat typical of the social marginalization and destitution that pushes many urbanized youth of sub-Saharan Africa to leave friends and family in search of a brighter future (Honwana and Boeck 2005). Although the travelling youths came from different corners of town, the core group was from the Kirkos district, and it is under this name that their memories have been recorded (11).

My name is Adam (…). I am the fifth child (out of eight) in my family. I was born in 1989 E.C. in Addis Ababa, in the Qirqos area (…). At [school] I was able to score sufficient points to go for higher education but at that time many kids of the younger generation were leaving the country in different directions, for different reasons. Some went out to Kenya and then to South Africa. Others went to Yemen via Somalia, the rest went to Sudan and Libya. I was restless at the time. I was only 17 then. My brother, who is still living in London, used to call me and insisted on my leaving the country as everyone was doing then (Interview Adam, May 2008:1).

My name is Negga (…). I am 19 years’ old and am a tenth grader. I came here because I heard a lot from other youngsters in Qirqos about people who had come over to Europe, London, Italy, also by watching western movies and TV. We knew nothing about the problems of how to get to these places, we only heard that life in Europe was beautiful; we were encouraged by all these rumors and tales to make the journey (Interview Negga, February 2008: 1).

Of the Addis Abeban youths who left at about the same time and arrived in Italy between 2006 and 2007, some were high school students who could not continue their studies, one was a 1st year law student enrolled in a private University, two were police officers who had left in disagreement with the government order to crush the post- election protest, one was an English teacher who had been imprisoned for translating opposition leaflets to foreign correspondents, two were young women looking for better job opportunities. Of the others who joined the group later on, three youngsters would die during the fateful crossing of the desert and sea, two would eventually give up and return home. The rest would arrive to Lampedusa after several stop-and-go’s involving various forms of confinement and release imposed alternatively by police, smugglers and/or intermediaries along the way (12). They knew from the start that the journey through Sudan and Libya would be long and difficult:

At that time I heard that some of my friends were ready to go out of the country. I talked to my sister, and she said she would find some money to help me go with them. She sent me the money. Together with my friends, we made preparations (…) We were eleven youngsters from the same safar who had started the journey together and travelled through the Sahara for 21 days. We chose the route thorough Sudan and Libya because we thought it would be easier there to travel without documents (…)We did not want anyone to know about our intentions. We prepared our trip secretly. (Interview Dawit, February 2008:1).

The youths left Addis Ababa in small groups, at different times, not all knowing each other, or the others’ decision to move out. Families were involved only rarely as a decision-making group, as in Dagmawi’s case, who left without telling his father. Brothers and sisters were informed before parents. Of the unwritten ‘rules of travel’ that were recorded after arrival, the first three ran as follows:

1. Never travel with brothers, wives, fiancées, parents. 2. Share with closest friends only, no more than one or two persons, your intention to leave. 3. The day of departure do not say farewell to your dear ones as it may prove to be hard, if not impossible, to leave after that (Carsetti & Triulzi, 44).

Information about the travel and its difficulties were scant, basic instructions were reported in rumours or letter extracts by previous migrants and were circulated among the departing group and their families. Most travellers started their own individual odyssey with no idea of what the journey would be like. Factual information came only later, often too late. Families learned of their children’s fate from an unexpected phone call informing them of a road accident, a renewed smugglers’ hold- up, or a repeated request for more hawala money. The migrants themselves were somewhat reticent to give their families or outsiders a true account of their travel hazards, as its human cost was often too high and traumatic, and could only be divulged to a small circle of ‘arrivants’ (Derrida 1998). For those who arrived, to have made it did not necessarily mean success. The individual experience of violence — forced on them by others and perpetuated by them on others — recalls Primo Levi’s description of camp survivors, either ‘saved’ or ‘submerged’ by their own process of salvation (Levi 1986).

I would not advise anyone to make this trip the way I did. If there were another way of coming, it would have been much better. I would like no one to experience what I had to go through during this journey. First of all no one should sacrifice his own life [to migrate] (…) Let alone my friends, I would not advise even my enemy to come this way. One should experience this only to go to Paradise, not for worldly matters. If it is for this life, I would advise this experience to no one. (Interview Negga, 11-12)

Crossing the Sahara

The crossing of the Sahara desert is no easy matter even for well-equipped travellers. For migrants barely able to care for themselves, endowed with no rights or entitlements in a foreign land, the journey was riddled with traps and obstacles, some of which were beyond imagination. The first part of the trip, the odd 1000 km separating the Ethiopian highland from Khartoum, were easily covered mostly by bus, the Ethiopian youths being directed through a network of local protectors and mediators (dallala) to the Habesha (i.e., Ethiopian) district of Diem in the Sudanese capital (Le Houerou 2004). Here, the migrants were taken to ‘hospitable’ guest houses run by co- religionists who only ‘mildly taxed’ them for food, lodging and urban services. The dallala system of ‘guiding/robbing’ started in fact from Khartoum onwards, where migrants were welcomed by other kinds of ‘relatives’ more profitably involved in the busy traffic of humans. Ato Mesfin13, a man from Gondar, was the first of a long series of smugglers, service intermediaries and money-brokers who would accompany the different members of the migrant group through their diversified itineraries to the coast (14):

We called Mesfin. He told us that on Monday there would be an arranged trip. The trip was supposed to take place on Monday night, but on Monday morning we heard from a friend that another group was coming from Kirkos and we thought we should wait for them. This group arrived on Wednesday. They were three. We stayed there for six days. Then on Friday night we were taken out from Mama’s house and early morning on Saturday we started our trip. On Saturday we were taken outside Omdurman: Mesfin had warned us that this would not be an entertaining trip, and that we should not complain. When we saw the open Land Rovers which were supposed to take us through the desert we thought they were too small. But we managed to get in it, even with all our belongings. We paid 200 dollars. The sitting was arranged by Mesfin. We were 45. Water, food, etc., was distributed by group; our group had nine people. We were basically all from Qirqos but there were youngsters from Megganegna and Liddeta safar. There were 5 Sudanese, and some Eritreans. At first we could not endure the orders given us by the Sudanese. We didn’t understand their language, they beat us whenever they wanted. And slowly, day after day, even the closeness and friendship within our group started to falter. (Interview Tsegai ‘piccolo’, February 2008:3)

Thus, the initial Ethiopian group split several times, adapting to the vagaries of the trip and to individual reactions to it. As noted earlier, not all the members reached the planned or imagined destination: some will give up and return home, some will be imprisoned or otherwise stopped for indefinite periods during their journey; some will die on the way. Throughout, the migrants’ resilience was encouraged and supported by half-guiding half-robbing intermediaries known as dallala, themselves former migrants who had been prevented from going any further and had turned into road mediators to make a living. Their identity and social positioning changed or alternated following the fluid rules of need and greed. The long journey, in fact, was broken into continually negotiated tracts, travelling migrants being retained and freed alternatively by different ‘captors’ and ‘saviours’ under the changeable guise of guide, mediator or policeman.
It was in the middle of the desert, near the Sudanese border, that the Ethiopian group was handed to the Libyan smugglers by the Khartoum brokers so that they would continue ‘guiding’ their travel into the new country. Here, several hundred miles away from Khartoum, just off the Libyan border, began the ‘no man’s land’ where every migrant was on her/his own with no individual right, and without kin or state protection. It is here that the hard and fast rules of the profitable business of guiding and robbing were strictly implemented:

After three days of journey from Omdurman we reached a place near a very high mountain where we were to meet the Libyans (…) It was very hot at that time, and dusty. When the Libyans arrived, we were happy to see white men in the desert (…) The Sudanese and the Libyans exchanged petrol barrels, we were rounded up to meet [them]. Then the Libyans said we should pay 500 dollars each, and all of us were disturbed by this news. Those who came from Addis did not have that amount of money. Two of the Libyans were white and one was black. The nine of us who came from Addis were separated from the rest of the group. Then the Libyans said we should pay four hundred each. The Eritreans were the first to agree to settle with that amount, they were followed by the Oromo for whom even 350 would do. We from Addis said we were going to pay 200 only from there to Tripoli. Some of us did not even have that much money, we only had 150. But the Libyans said ‘al hamdelillahi’, you can stay here for the rest of your life’. (Interview Negga, 4)

The hard lesson of desert crossing was soon learned; illegal migrants were due to follow circular rather than straight trajectories as they were forced to go back time and again to the starting off point by the predatory rules of the smuggling economy: each new start provided ways and means to tax, abuse, or otherwise impose new levies in kind or nature, migrants being squeezed to the end before they were allowed to continue to the next stop. There is no ready evidence of this erratic stop-and-go system, and of the imbued violence inherent in the crossing and re-crossing of entire stretches of desert and sea, except in the memory of old enslavement practices across the Sahara with their strict ‘logic of confinement’ applied equally by smugglers, traffickers and corrupt police authorities:

We were stopped, imprisoned, and sold time and again. I did not think we would be treated like donkeys, we were being sold just like objects. It reminded me of the past when we were sold [like slaves]. In Libya it is the same [today]. I could not believe it (…) After the fifth [arrest] I called my mother and told her crying that I could not bear it any longer and wanted to return. I thought the journey would simply be from Sudan to Kufra, from Kufra to the Libyan coast, and from Libya to Italy. What I did not expect was all that in between. (Interview John, backstage of Like a Man on Earth, March-May 2008:10-11)

Daily violence accompanied ‘all that in between’: conditions of imprisonment were intolerable for both men and women, but were especially degrading and dangerous for children and women. Men were regularly beaten on the soles of their feet, or kept in solitary confinement for any independent reaction or expression of protest against the bad quality of food or prison conditions. Women were raped in retaliation, admonishment or as mere expression of male power, children being abused as routine of an unquestioned show of force. Far-away prisons such as Kufra or Sebha in the Libyan desert were particularly inhospitable. In the words of Tighist, one of the three women interviewed during the making of the film Like a Man on Earth:

At Sebha we were severely beaten, men especially, on the soles of their feet. We were left aside, because we screamed, and because we were only a few. They called us Iudii, they snatched the crosses from our necks, and beat our heads against the wall. We tried to resist, and did not want to give our crosses away because of our religion, so they beat our heads against the wall. Some of us, men and women, had our arms and legs tied together. (Interview Tighist, backstage Like a Man in Earth, March-May 2008:8-9)

It was here that the informal economy of transport and violence first merged with the ‘slave economy’ of the globalized Sahara and its innumerable forms of forced impositions. After crossing the Libyan border, the physical conditions of travel worsened considerably: the Horn migrants were joined by several other groups coming from nearby regions and squeezed into overcrowded pick-ups in a state of total helplessness. People fainted, at times falling off the fast moving vehicles from exhaustion. The smugglers’ fees for the transport services — consisting of food, water, lodging or further movement — were continuously and erratically raised. Arrest by police on the road was often a practice agreed with the smugglers themselves, and was used both as a threat and a control practice to ensure obedience and subordination. It was followed by detention and at times deportation to the southern border areas and their thriving commercial hubs. There, arrested migrants were handed over to local entrepreneurs or colluding dallala who kept them at their service till they earned enough money to be able to start the journey again:

There was a Libyan mediator, called Ibrahim, who led us into the house. He told us he was expecting us, that he had bought water and food. He told us to get rest, washed, after which we could go anywhere we wanted. He told us this in a very gentle way. Then we agreed. But his look was rather suspicious. And we told him before we took our shower ‘let us reach an agreement’. He said we should pay 300 [dollars] to reach Trabulus [Tripoli], and 200 for Benghazi. We said we had already paid 200. We were very angry and we said we would not pay any money. He changed dramatically when he heard this. He slammed the door on us and said ‘If you don’t agree with what I said I will call the police and you will be sent to prison.’ (Interview Negga, 3-4)

In this way, the crossing of the desert could take from 15 days to 6 month or more depending on circuitous events, network connections, and good luck. Its human and financial cost changed accordingly. Rarely was the crossing done only once: migrants were squeezed to the last penny they had or were able to receive from their families. The final indebtedness of migrants and their external supporters — whether they arrived or not — was out of proportion with the possibility of paying back. The only ones who surely profited were those involved in the informal transport and slave economy thriving on forced cheap labour from persons stripped of all basic rights.
The oasis of Kufra, situated at the border of the Great Sand Desert, 300 km away from any water well (Gandini 2004:384) was the starting point and the dead end of every eastern desert crossing until the Libyan Italian Treaty of Cooperation of 2008 started having its effects. The area of Kufra was well connected to the coast by a road of about 900 km and a yet unfinished water pipe leading straight to the coast (Gandini 2004:48-9), but the smuggling of irregular migrants was mostly done at night through the old caravan and slave routes along the Great Sand desert, a much longer, harder and safer route for the traffickers’ overcharged pickups and their networks of contact and support bases.
Most migrants crossing Kufra for the first time were unaware that the desert journey would be repeated several times. Many of them would soon return, trapped in the transport and slave economy of the Sahara desert: brought up north by ‘helpful’ guides, they were taken back to Kufra more than once in a vicious circle of exploitation and robbery. Guided and robbed alternatively by unscrupulous smugglers and zealous dallala, the various members of the Ethiopian group were stopped, arrested, freed and sold back time and again. The smugglers and their local connections employed them in manual work and held them in closed housing till they paid their debt and managed to gather more hawala money to start the journey again. Thus the Kirkos youths, like thousand others like them, were shuttled back and forth between Kufra and the coast until they were coerced out of their remaining savings or usable contacts. From the ‘prison-market’ of Kufra, where migrants were supposed to be expelled to neighbouring countries, they were ‘sold’ instead to covetous dallala. When asked how he was ‘sold’ at Kufra, Dawit gave the following answer to Dagmawi:

Usually we were sold for thirty dinars. It was a Sudanese who did it. His profit derived from the Libyans who would take you back to Tripoli. This is why you normally don’t stay in Kufra for long. For instance, if you go around in town, they may come and tell you that the police is on its way and you’d better hide in one of their houses. Then you have to spend 200 dollars to get out of there. The intermediary (dallala) has a cell phone he will lend you so that you can call home. You do so and ask your relatives to send the money to Mesfin in Sudan. Then you call Mesfin and tell him the name of the dallala you are staying with. He has someone in Sudan, often a relative, who can get the money to Mesfin. When the transaction is done, the intermediary will take you 30 km away from Kufra, and drop you in some abandoned misrah or agricultural set up run by a Libyan he is in touch with. There you wait for the car that will take you again to the coast. (Interview Dawit 2, backstage of Like a Man on Earth, March-May 2008:4)

Mediterranean crossings

Once the shuttling back and forth was over, and the desert crossing by the exhausted migrants came to an end, those who managed to reach the Libyan coast joined the others who had preceded them and squatted in groups in rented shacks around Tripoli’s outskirts or in dallala houses waiting till the first boat sailed out to Italy. According to oral reports, to live in a pre-war Libyan coastal town as an illegal migrant required inordinate skills and contacts. Fear of arrest dominated the daily routine of Habesha migrants and was a constant source of uneasiness and insecurity: one could be betrayed by a suspicious neighbour or taxi driver, or by a simple gesture, a casual dress, a foreign accent. As soon as one got to Tripoli, the search started for a trusted intermediary in touch with reliable sea smugglers to start the lengthy negotiations for the next step of the L-L route, the risky and much-feared sea crossing:

After three trials, I reached Tripoli for the first time and went directly to Krimea where the Habesha used to work and live quietly. I was tired of being in and out of prison and decided to stay there for a while (…). I started working as a porter by the day. We used to take bananas and apples from a depot to a small lorry. We were given one Libyan dinar for every box of apples or other fruit that we carried. One could get about 10 dinars every hundred boxes we carried, but seven dinars went straight to the intermediaries. As I was working in this way, the time for the sea crossing arrived. I had received 1200 dollars from my family to do it. I knew it was hard for them to be asked all that money but I had no choice. So I started asking around among the local mediators whom I could trust. (Interview Negga, 7)

By this time, migrants usually had no money left, so they survived by taking little-paid, unstable and temporary small jobs in the local economy, or were recruited for odd jobs at Sūq Africa, the central market and main meeting point for all contacts and negotiations in Tripoli. Here, in order to raise the money which was needed to pay for the sea trip, one was forced to engage in highly profitable, but often illegal activities or try again for a renewed hawala call for additional money from home. Sub-Saharan migrants — contrary to Maghreb or East Europeans — had to pay their fare in advance and were not given their money back in case of accident or seizure of the boat by the police.

The payment for the sea crossing is 1,200 dollars. It is to be paid in advance without any real guarantee of success. You cannot pay just before leaving, but you have to pay weeks in advance. Once you take the money out of your pockets, you can only pray that the money is not lost. But there is no way for you to make sure of it. Actually the boat owners are rumored to be allied with the policemen themselves. If you don’t pay what they ask you to pay, you will end up in prison. (Interview Dawit1, February 2008:4)

Boats used to leave the coast when there was an adequate number of paying passengers, ranging any number between 30 and 300 according to the size of the boat. The rundown boats were often entrusted to self-made captains who were appointed on the spot in exchange of a free ride or a lower fare, and were given last minute instructions for the improvised job. Because of this, many boats never reached their destination. Some were stopped before they left, some were seized in the open sea and were taken back to the port of departure, others were rescued in Italian or Maltese waters and taken respectively to one of these two countries. In his oral memoir, Negga vividly recollects the agony of a long-awaited departure:

In the meantime the summer had arrived. There was one Sudanese mediator (…) with whom I made an arrangement that if I could get 15 people who would pay full price I could get a free crossing. I managed to find 15 people. We were taken to the departing area called misrah (abandoned house) near the sea. Here there were 400 people from different mediators waiting to go. In this misrah the only meal we could get was one bread and a little cheese. We slept on the floor, it was very close to the sea, we were very worried the police would catch us. We stayed [there] for 15 days. After that, one night, they came and said that the weather conditions were convenient. So they gathered us. There were so many mediators, some Habesha, some Sudanese, but the owners of the barka (boats) were all Libyans. We were taken to the port with a container. We travelled for a long time from the misrah to the port. It was a mafia-like operation. At the port there were three big outboard gommoni (rubber boats) on the beach. They were inflated. They said the weather was good but when we reached there the sea was rough. We prayed and were very afraid, but we could not go back after all that. We were ten from Ethiopia; the others were Sudanese, 60 people in all with our mediator. We carried the boat to the sea. Then the captain took the command and we pushed the boat into the sea. When the boat was well into the sea we jumped into it. By this time we were 72 people, and everyone was trying to embark first. There were fights to get in. The boat was for 50 people, but we were 72, so after the engine went on we saw it could not go very fast. (Interview Negga, 9)

Negga eventually managed to arrive safely in Lampedusa, but it is no wonder that many did not, including three boys from the old Qirqos group. Since then, many more men, women and children have lost their lives during the fateful sea crossing, particularly after the opening of the military operations over Libya in March 2011. Here again, the closing of a migratory route usually means the opening of a more costly and risky diversion for migrants in their attempt to go through. Yet the logic of violence and forced confinement remains unaffected. It is this system that, today, is the cause of the increasing casualties in both desert and sea:

Both the crossing of the desert and the sea are tough. The difference is that while you are in the desert, if something happens, you can stop and wait for help. But this is impossible at sea. There are so many people who died in the sea, many more so than in the desert. People see their relatives die in front of their eyes. This is why it is better that my brother and I did the crossing in separate journeys. It would have been unbearable otherwise. (Interview Dawit 1, February 2008:5)

During the 1911 NATO operations over Libya, the L-L route has been temporarily blocked and made inactive. As the conflict raged however over the Libyan skies and on the ground, the number of migrant as well as civilian losses dramatically increased, as did the number of dead bodies surfacing in the Mediterranean (15). The worsening sea and transport conditions were only partly responsible for the rise of the death toll. This was also due to Kadafi’s decision to hurriedly drive into the sea several thousand harmless Sub-Saharan migrants stranded in Tripoli as a retaliation to the war, and to the guarded efforts by the NATO contingents at sea to avoid ‘interfering’ with irregular migrants crossings the Sicilian Channel. It is a sad irony that, while NATO forces daily bombed Kadafi’s headquarters and military installations in Tripolitania, thousands of new irregular migrants were hurriedly driven to Italy in an attempt to counteract the international ‘humanitarian’ intervention and punish the old Italian ally. The L-L route may have been temporarily disrupted, first by the Italian-Libyan containment policies, and later by the side-effects of the NATO war, but there is no doubt that its deadly effects will continue in the years to come.

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(1) Since then, increasing numbers of pack-full ‘cathedral boats’ coming from Libya have been registered in the Mediterranean. Irregular crossings diminished following the Treaty of Friendship and Cooperation between Italy and Libya, but resumed en masse since the start of NATO bombings over Tripoli in March 2011. The narratives reported in this chapter have been recorded prior to the Libyan war.

(2) Pastore et al. (2006) differentiate irregular entry in Italy by maritime vessels into ‘clandestine landings’ in which migrants are set ashore along unpatrolled strips of coastline, and ‘open landings’ in which the boats are left to drift off in Italian territorial waters till they are rescued by the Italian Coastal Guard; see Coluccello & Massey, 80). By July 2002, the Bossi-Fini Law, from the name of its two initiators in the Italian Parliament (the head of the northern League, Umberto Bossi, and the leader of the neo-fascist “National Alliance” Party, Gianfranco Fini) made all irregular entry into Italian territory a criminal offence.

(3) Uncertainty of origin allows irregular migrants to have better chances in claiming refugee status for oppressed groups or nationalities. The increasing use of DNA for identification has made fingerprints somewhat irrelevant nowadays.

(4) The Italian policy of open refoulement in the Mediterranean was severely questioned by the European Commission of Human Rights in July 2010, and was condemned by the European High Court in February 2012.
5 See the increasingly-distant crossings to the Canary Islands from the African coast, the new Hannaba- Cagliari route connecting Algeria to Sardinia, or the recent Egypt-Gaza crossings of migrants from Eritrea and Sudan.

(6) Beginning in 2007, with the help of migrants who had recently arrived from the Horn, a group of researchers, volunteers and social activists started an informal “Archive of migrant memories” (AMM- Archivio delle memorie migranti) at the Asinitas School for migrants in Rome (see www.asinitas.org). Around the school activities, narrative circles and audio-visual seminars were organized to record, translate, and store migrant narratives which were then printed, filmed and broadcasted through civic medias and social networks. The result was a series of interviews in the form of written, audio and visual testimonies extracts of which will be reported here. The films Come un uomo sulla terra (‘Like a Man on earth’ 2008) and Soltanto il mare (‘Nothing but the Sea’ 2010), both co-directed by Dagmawi Yimer, a refugee from Ethiopia, were the first multimedia results of this work. AMM has since become a nation- wide no-profit association (see www.archiviomemoriemigranti.net).

(7) The hawala is an informal credit system based on mutual trust and compliance. It is through this system that families sustain the travel of their members on the road, and they in turn, once arrived and self- established, sustain their families with remittances that avoid official channels and fees.

(8) Such as Rue Quarante in Sebha, from N’Djamena in Chad, or sūq Sudan in Kufra, or sūq Africa in Tripoli. See Pliez 2000, 2006. Interview with Damallash, passim.

(9) The open door policy was stopped by the Libyan government in the early 2000s after serious racial riots took place and a series of brutal expulsions of illegal migrants opened the way to repressive anti-migrant measures long-advocated by Europe and encoded in the Libyan Italian treaty of August 2008 (Hamood 2006; De Haas 2006).

(10) The repression of political protest in the country led to 193 people dead, several hundred wounded and 30,000 imprisoned. See Smith 2007:7.

(11)  The recorded memories to follow are drawn from the Archive of Migrant Memories (AMM) in Rome and from the backstage production of the film Like a man on Earth – For an account of how the film came about; see Carsetti & Triulzi 2009: 97-132.

(12) Throughout, the European ‘confinement logic’ appears to have dominated both transit and destination countries (Perrin 2005:67).

(13) See Dagmawi Yimer, Our Journey: A Narrative, passim.

(14) On Ato Mesfin see Dagmawi Yimer, Ibid.

(15) In the first six months of 2011, recorded losses in the Sicilian Channel went over 1600, bringing the total amount of registered losses in the Mediterranean in the last fifteen years at about 15,000. The percentage of deaths among irregular migrants attempting to reach Lampedusa has been calculated at 11%. See http://fortre esseurope.blospot.com accessed 3 June 2011. Major shipwrecks on the Sicilian Channel occurred on 14 March (601 dead), 22 March (335), 6 April (250), 6 May (600), and 3 June (250). During the same period, 25,000 refugees from Tunisia and 15,000 more from Libya landed in Lampedusa. See La Repubblica 3.06.2011, 19.

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Bibliography

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Interviews:
All interviews are from AMM, Archivio delle Memorie Migranti, Rome.

Una nuova voce nel cinema italiano?

L’emergenza di forme di cinema migrante in Italia.

di Alessandro Jedlowski

In Camera Africa: Classici, noir, Nollywood e la nuova generazione del cinema delle Afriche
a cura di Vanessa Lanari, Fabrizio Colombo e Stefano Gaiga
Cierre Edizioni, Verona 2011 (pp. 69 – 76).

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Così com’è successo nel campo della letteratura, negli ultimi anni la cinematografia italiana ha visto emergere e consolidarsi il lavoro di una serie di registi di origine africana, la cui voce, le cui modalità espressive, le cui storie ed esperienze sono lo specchio di una nazione che, anche se stenta ad ammetterlo, sta cambiando a grande velocità. Se in paesi come la Francia ed il Regno Unito un simile fenomeno è emerso ormai da diversi anni, ed ha visto il progressivo consolidamento di definizioni come quelle di Black British Cinema in Inghilterra o di Cinéma Beur in Francia, in Italia si tratta di un fenomeno relativamente recente e sommerso, cui ancora si stenta a dare un nome ed una posizione nel panorama della produzione cinematografica italiana. Cinema migrante, Black Italian Cinema o forse più semplicemente nuovo cinema italiano, comunque lo si voglia chiamare questo fenomeno propone allo spettatore inedite prospettive per analizzare l’Italia e la sua società in trasformazione.
I film finora prodotti, anche se non particolarmente numerosi, mostrano una grande diversificazione stilistica e narrativa, che permette di ipotizzare a mio avviso lo sviluppo di tre linee guida: una di natura più sperimentale, che esplora codici estetici e narrativi ibridi; una seconda di natura documentaria, nella quale si rileva un forte impegno politico; ed infine una terza di natura più popolare e commerciale, orientata soprattutto verso il pubblico della diaspora, fondata su forme narrative ed estetiche direttamente imparentate con quelle sviluppatesi all’interno del fenomeno video nigeriano, conosciuto come Nollywood[1]. Questa schematizzazione non pretende certo di essere esaustiva, ed inevitabilmente fra i registi che a breve segnalerò diversi si sono spostati trasversalmente fra queste categorie. Tuttavia essa può a mio avviso essere utile per mettere a fuoco le diverse anime di questa nascente cinematografia.
Prima di discutere alcuni esempi è, però, importante sottolineare che la definizione di cinema migrante non è meramente una questione di biografia. Ciò che permette di discutere e mettere a confronto opere così diverse non è soltanto il fatto che esse sono il risultato del lavoro di registi che hanno, come parte integrante del loro percorso, vissuto l’esperienza dell’esilio, della migrazione, del distacco. Esistono, infatti, altri registi del panorama cinematografico italiano, come Ferzan Özpetek e Rachid Benhadij, il cui lavoro non verrà preso qui in considerazione, che hanno vissuto l’esperienza della migrazione e mantengono un legame importante con la loro patria di origine, ma che tuttavia in molti casi non vengono considerati “registi migranti” poiché il loro lavoro si lega a strutture di produzione ed a codici narrativi ed estetici che fanno parte della produzione cinematografica italiana mainstream [2]. La definizione di cinema migrante è dunque legata, come discusso fra gli altri nei lavori di Hamid Naficy (2001) e di Laura Marks (2000), ad almeno tre fattori principali: l’utilizzo, imposto o voluto, di strategie di produzione interstiziali, che fanno della precarietà e dell’improvvisazione importanti quanto inevitabili elementi di connotazione; la pratica di linguaggi cinematografici nella maggior parte dei casi ibridi che, per contingenza o per scelta esplicita, mettono in discussione codici narrativi dominanti ed esprimono in modo più ravvicinato l’esperienza di rottura e di frammentazione generata dal processo migratorio; ed infine, la definizione da parte dei registi stessi della propria opera come marginale, delocalizzata, in posizione di opposizione rispetto al canone cinematografico su cui si fonda l’immaginario identitario nazionale.
Fatte queste dovute premesse, iniziamo questo percorso con l’opera di Theo Eshetu, video-artista e documentarista di origine etiope, cresciuto fra l’Inghilterra, l’Olanda, il Senegal e l’Etiopia, la cui esperienza simbolicamente segna un utile punto di partenza. Il lavoro di Eshetu, infatti, non solo è quello che, fra quelli analizzati in questa sede, si è sviluppato per primo, ma è anche quello che più di tutti si pone alla frontiera fra generi e stili differenti. Eshetu si è trasferito in Italia nel 1982 ed ha lavorato inizialmente soprattutto come video-artista, interessandosi a temi estremamente vari. Nel 1987 ha fondato la casa di produzione White Light con la quale ha realizzato una serie di documentari per la televisione, fra i quali è importante segnalare Il sangue non è acqua fresca (1997), film nel quale il regista compie un percorso autobiografico per esplorare la propria identità, mescolando così frammenti della propria esperienza personale ad un’analisi della storia politica e culturale del suo paese d’origine. Come video-artista Eshetu ha, fra le altre cose, realizzato nel 2009 un’installazione sulla vicenda della restituzione da parte del governo italiano dell’obelisco di Aksum alle autorità etiopi (Il ritorno dell’obelisco di Aksum, 2009). L’istallazione, un gigantesco collage visuale formato da 15 schermi, ripercorre attraverso la combinazione di immagini d’archivio, foto e video girati dal regista l’itinerario dell’obelisco, riallacciando la memoria dell’esperienza coloniale italiana al momento storico presente ed alle motivazioni dell’attuale restituzione di questo oggetto dall’alto potere simbolico. Del 2010 è, infine, la produzione del film Roma, nel quale ancora una volta Eshetu si dedica all’esplorazione di soluzioni estetiche ibride, che lo conducono a creare un linguaggio che si situa fra il poetico ed il documentario, compiendo un’interessante fusione fra le preoccupazioni di natura politica che attraversano la sua opera e le questioni legate alla sua ricerca artistica ed estetica. “Fellini – racconta Eshetu in una recente intervista – diceva che nonostante la natura imperiale, papale e fascista, Roma è in realtà una città Africana. Questo è lo spunto per la mia Roma che vuole essere la visione dello straniero che vive le contraddizioni della città nella quale dialogano il sacro e il profano, il volgare e il poetico, l’eterno e l’effimero in uno scenario di fantasmi e memorie inafferrabili” [3].
Se nel panorama della produzione migrante, il lavoro di Eshetu è senza dubbio quello che dedica maggiore attenzione alla ricerca artistica, è interessante notare come il lavoro di un altro giovane regista etiope, Dagmawi Yimer, la cui esperienza artistica si è sviluppata all’interno del progetto di video partecipativo promosso dall’Archivio delle Memorie Migranti di Roma, si stia progressivamente muovendo da un’iniziale interesse principalmente politico e documentaristico verso una più accentuata attenzione al linguaggio cinematografico ed alla ricerca di un posizionamento artistico netto. La successione dei tre documentari firmati da Yimer, Come un uomo sulla terra (2008, realizzato insieme ad Andrea Segre e Riccardo Biadene), C.A.R.A. Italia (2009) e Soltanto il mare (2010, realizzato insieme a Giulio Cederna e Fabrizio Barracco), mostra bene questo percorso. Se in Come un uomo sulla terra, infatti, la denuncia delle politiche italiane e libiche sulla migrazione è il tema centrale, in Soltanto il mare l’attenzione si sposta su una più astratta questione relativa alle politiche della rappresentazione e dello sguardo. Chi ed in che termini ha il potere di guardare e di definire? Sembrano questi gli interrogativi che guidano lo sviluppo di questo film che, nato dal desiderio di Yimer di ritornare a Lampedusa, luogo del suo primo arrivo in Italia, si trasforma da documentario autobiografico sul tema degli sbarchi a strumento di incontro con la popolazione dell’isola. Attuando una specie di anthropologie renversée del tipo spesso auspicato da Jean Rouch, Yimer finisce per rivolgere la telecamera verso la società nella quale si è trovato proiettato, mettendo in discussione la gerarchia di sguardi implicita a molta della produzione cinematografica sul tema della migrazione.
Di natura differente è il lavoro di Fred Kudjo Kuwornu, regista italo ghanese che ha realizzato la sua prima opera di livello internazionale nel 2009 con il film Inside Buffalo. Questo film, un documentario che interseca un’approfondita ricerca d’archivio con numerose interviste ed immagini raccolte direttamente dal regista, racconta l’esperienza della 92esima divisione “Buffalo” dell’esercito statunitense durante le fasi finali della seconda guerra mondiale. La storia di questo battaglione, l’unico ad essere interamente composto da afroamericani, è particolarmente affascinate poiché permette di riflettere sull’antirazzismo ante-litteram del movimento partigiano italiano in relazione alla complessa struttura di gerarchie razziste interna all’esercito statunitense dell’epoca. Il lavoro svolto per l’attuazione di questo progetto, inoltre, ha spinto Kuwornu a dedicarsi in modo approfondito al confronto con i materiali d’archivio, dando inizio ad una dinamica di interrogazione della memoria visuale italiana su tematiche legate al razzismo ed all’immigrazione che sembra offrire molteplici linee di sviluppo.
Altri registi da tenere in considerazione tra quelli che oscillano fra documentario e finzione nel tentativo di portare alla luce la condizione specifica del soggetto migrante sono Hedi Krissane, Abdulaye Gaye e Malik Ba. Il primo, attore di origine tunisina che ha lavorato per diversi anni nella televisione italiana, ha finora firmato tre film come regista, Lebess (Non c’è male) (2003), Colpevole fino a prova contraria (2005) e Ali di cera (2008), nei quali si tematizza in modo particolare il peso della discriminazione sulla vita quotidiana dei migranti. Abdulaye Gaye ha diretto invece il suo primo film, Life in the city, nel 2009 documentando la vita quotidiana dei migranti senegalesi a Bologna e dando voce alla frustrazione dovuta alle difficoltà di ambientamento nella società italiana. Infine, Malik Ba, regista anche lui di origine senegalese, ha realizzato nel 2001 il film Foreign Office: Xmas 2001, mettendo insieme gli spunti raccolti durante la sua pluriennale esperienza di lavoro nell’ufficio di assistenza per i migranti del comune di Bologna [4].
A completare questo sintetico quadro della produzione cinematografica migrante in Italia, ci sono due case di produzione nigeriane, la IGB Film and Music Industry creata da Prince Frank Abieyuwa Osharhenoguwu a Brescia nel 2001 e la GVK (Giving Vividly with Kindness) creata da Rose Okoh e Vincent Andrew a Torino nel 2005. Rispetto agli esempi presentati finora, l’esperienza di queste due case di produzione risulta profondamente differente, poiché come accennato in precedenza, essa si rifà allo stile estetico e narrativo che caratterizza il dilagante fenomeno video nigeriano. Non mi soffermerò qui sui dettagli legati alla storia della loro evoluzione né sulla totalità dei film che esse hanno finora prodotto. Basti sottolineare per il momento che l’impostazione delle due case di produzione è piuttosto differente. La IGB, da un lato, può essere definita come una casa di produzione tipicamente nollywoodiana, che orienta le sue produzioni principalmente verso il mercato nigeriano, sia in Nigeria che nella diaspora, e che fa uso di una narrativa in stile melodrammatico tipica della maggior parte dei video prodotti in Nigeria. Dall’altro lato, invece, la GVK sta tentando un lavoro più sperimentale, producendo film co-diretti da un regista nigeriano, Vincent Andrew, ed uno italiano, Simone Sandretti, nell’obiettivo di creare un prodotto capace di funzionare sia sul mercato nigeriano che su quello italiano.
La differenza di orientamento commerciale delle due case di produzione si riflette nel modo in cui il tema della migrazione viene affrontato. In un recente film della IGB, The only way after home but it’s risky (2008), la questione della migrazione non è tematizzata direttamente ma fa invece da cornice allo sviluppo della storia. Come avviene in diversi film nollywoodiani ambientati in Europa (si vedano Haynes 2003 e 2009), in questo film l’azione si svolge all’interno di un contesto che mostra un percorso migratorio di successo. Il protagonista del film, Biney, passa con facilità da una storia d’amore all’altra, offre ricchi regali alle sue amanti, le porta a fare shopping nei negozi di lusso delle vie centrali di Milano, Brescia e Verona. La durezza della realtà cui la maggior parte degli immigrati africani è costretta a sottoporsi è esclusa dalla narrazione. Assistiamo in questo caso ad una rappresentazione profondamente legata alla narrativa classica del melodramma nollywoodiano, simile per certi aspetti a quella delle telenovelas latino americane. In questo genere narrativo il contesto all’interno del quale si svolgono gli intrighi sentimentali dei protagonisti tende a confermare un immaginario collettivo dell’Europa come eldorado, luogo di ricchezza e prosperità.
Nel lavoro di Vincent Andrew e Simone Sandretti, invece, il quadro offerto è differente. Nei film finora prodotti dalla GVK, Efe-Obomwan (2006), Akpegi Boyz (2008), Uwado (2008) e Blinded Devil (2010), Andrew, sceneggiatore di tutte le produzioni della GVK, prende spunto dalla realtà della comunità di nigeriani fra i quali vive a Torino, tentando di mettere a fuoco alcune delle problematiche che la attraversano. I temi trattati, dunque, si orientano sia verso una critica interna alla comunità nigeriana stessa che verso una denuncia del trattamento ricevuto dai nigeriani da parte delle istituzioni italiane, spaziando dai conflitti esistenti fra immigrati appena arrivati in Italia ed immigrati presenti sul territorio da lungo tempo (Efe- Obomwan) al rifiuto manifestato da molte giovani coppie di migranti a mettere su famiglia in Italia, paese in molti casi vissuto dai migranti come luogo inadatto a sviluppare una famiglia (Uwado), dal tema dello sfruttamento della prostituzione da parte di alcuni membri della comunità nigeriana (Akpegi Boys), a quello della corruzione della polizia italiana (Akpegi Boys), a quello, infine, delle infinite difficoltà vissute da molti migranti a causa dell’impossibilità di ottenere un permesso di soggiorno regolare (Blinded Devil).
Prendendo spunto dal modello produttivo e distributivo dell’industria video nigeriana, queste due case di produzione puntano verso una distribuzione direttamente in DVD, ed eventualmente via web (come nel caso di Blinded Devil per la GVK), principalmente orientata verso il mercato costituito dai migranti stessi. In questo modo, IGB e GVK partecipano nel creare un sorta di cinema parallelo, di natura profondamente popolare, che difficilmente entra in contatto con una produzione cinematografica d’autore come quella rappresentata invece dagli esempi citati precedentemente e destinata in primo luogo alla circolazione in festival e rassegne tematiche. L’attività di queste due case di produzione è probabilmente solo la punta di un iceberg di dimensioni ben più grandi, quello rappresentato dalla produzione e circolazione di materiale digitale prodotto da migranti in Italia ed altrove in Europa ed orientato al consumo da parte dei migranti stessi. Una breve passeggiata nei mercati africani di Napoli, Roma, Milano o Torino può svelare con facilità quello che a mio avviso rappresenta un ramo importante, ed ancora poco sviluppato in Italia, della ricerca relativa alla produzione ed al consumo cinematografico fra i migranti.
Nella varietà e nella profonda diversità delle esperienze che ho tentato di sintetizzare in queste pagine si esprime a mio avviso uno scenario di grande creatività, che offre spunti di riflessione utili a ripensare secondo prospettive originali ed inedite le trasformazioni sociali che l’Italia sta attraversando. Il confronto con questa produzione, con le scelte estetiche e narrative che propone così come con le strategie di produzione e distribuzione che sperimenta, ha il potenziale di contribuire in modo determinante ad attivare un processo di presa di coscienza collettiva della ricchezza di opportunità di incontro ed di innovazione creativa generata dai processi di migrazione di massa.

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Note

[1] Secondo il rapporto stilato dall’UNESCO nell’aprile 2009 Nollywood risulta essere oggi la seconda industria cinematografica più produttiva del pianeta. Per mancanza di spazio non mi è possibile presentare qui in modo approfondito l’affascinante storia dello sviluppo di questa industria, a questo riguardo rimando quindi alle raccolte di saggi curate da Haynes (2000) e da Barrot (2005).

[2] Come sottolinea Maria Giulia Grassilli riferendosi alla teoria dell’accented cinema proposta da Naficy, questi sono registi che hanno “italianizzato il loro accento”. Si vedano a proposito gli articoli di Giuseppe Guarizzo (2000) ed Elisabetta Girelli (2007).

[3] Dall’articolo “Theo Eshetu al festival internazionale del film di Roma”, sul sito www.artapartofculture.net, consultato il 03/11/10.

[4] Per i dati contenuti in questo paragrafo si ringrazia in modo particolare la collaborazione di Maria Giulia Grassilli.

To whom it may concern

 

Un documentario di Zakaria Mohamed Ali, 2013 (16′)

Dopo Soltanto il mare, un altro “Diario del ritorno a Lampedusa” firmato questa volta dal giovane giornalista somalo Zakaria Mohamed Ali. Un’occasione per rievocare la sua permanenza nel CIE e andare alla ricerca delle memorie perdute.

Collaborazioni

Le collaborazioni avviate nel corso degli anni con Associazioni culturali, Fondazioni e Onlus ci hanno consentito di accumulare esperienze e professionalità e di sostenere l’Archivio e le sue attività. In particolare, la collaborazione con il Circolo Gianni Bosio ci ha permesso di trovare ospitalità e appoggio operativo presso la sua sede alla Casa della Memoria e della Storia di Roma.

Da tali collaborazioni sono nati vari percorsi culminati in iniziative educative e culturali, eventi pubblici, partecipazione a festival, premi di produzione, azioni di patrocinio econvenzioni con enti culturali, associazioni non governative, università e scuole soprattutto di Roma e provincia.

AMM ha inoltre realizzato, e realizza, attività in altri contesti:in Sardegna, in collaborazione con l’associazione 4Caniperstrada di Sassari, impegnata in attività di video partecipativo e ricerca visuale; in Sicilia, con l’Associazione Isole, il Comune di Lampedusa, la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana a Palermo e gli istituti scolastici Amari-Ferrara-Roncalli e Perez-Madre Teresa di Calcutta; a Napoli, con l’Università “L’Orientale”e l’Università “Federico II”, la Fondazione Valenzi, l’associazione L.E.S.S. Onlus e con l’Istituto Comprensivo Fava-Gioia; e poi ancora nelle scuole diBrescia, Ferrara, Mantova, Milano e Torino.

Dal 2012 AMM è parte attiva di tre progetti a lungo termine in rete con altri soggetti.

Rete di archivi su memoria e migrazioni (Fondo Rete Memorie Migranti – FRMM):

Nel 2012 la collaborazione tra l’Università di Napoli “L’Orientale”, il Circolo Bosio e l’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi (ICBSA) ha dato vita a una Rete di archivi su memoria e migrazioni (RAMM, poi Fondo Rete Memorie Migranti – FRMM) con l’obiettivo di mettere a disposizione del pubblico prodotti audiovisivi e auto-narrazioni di soggetti migranti provenienti da Afghanistan, Bangladesh, Egitto, Eritrea, Etiopia, Italia, Somalia e altri paesi.

Premio Mutti:
Nello stesso anno, in collaborazione con la Cineteca di Bologna, l’Associazione Amici di Giana, Human RightsNights e dal 2016 la Fondazione Pianoterra, AMM ha contribuito alla promozione di un premio annuale rivolto a registi stranieri residenti in Italia da almeno un anno. Il nome del vincitore viene annunciato annualmente in occasione del Festival Internazionale del Cinema a Venezia.

Concorso DiMMi:
Nel 2016 ha avuto inizio la collaborazione con l’Associazione diaristica nazionale (ADN) di Pieve Santo Stefano e i partner della Regione Toscana per il rilancio del concorso DiMMi-Diari multimediali migranti e la sua estensione a livello nazionale. Dal 2018 AMM è una delle sedi di raccolta di testimonianze diaristiche e di racconti di sé nell’ambito del progetto.

Fin dagli inizi AMM ha curato in modo particolare la diffusione del video partecipativo e la produzione di audiovisivi sulla condizione migrante in Italia.

Alcuni di questi video sono stati realizzati all’interno dell’associazione Asinitas (Come un uomo sulla terra, 2008; Una scuola italiana, 2009; C.A.R.A. Italia, 2010), altri con il sostegno di lettera27, di Open Society e del Premio Mutti (Soltanto il mare e Benvenuti in Italia, 2011; Va’ Pensiero. Storie ambulanti, 2012), altri infine sono stati svolti all’interno di progetti educativi (“Il rovescio della migrazione”, progetto FEI, Centro Cabral e Università di Torino, 2014-2015; T’imparano di SurangaKatugampala, progetto “Tor Sapienza i-LAB” con la Fondazione Pianoterra e l’Associazione Anthropos, Roma 2017; Strade minori, progetto “CPIA 1”, Palermo, 2017) o attraverso bandi MigrArti (Rassegna di film con la Cineteca di Bologna, 2016; produzione del corto La consegna di SurangaKatugampala con OktaFilm, 2017; presentazione del corto Ver sacrum di Letizia Gullo e DagmawiYimer con graffiti.doc, 2018).

AMM ha inoltre collaborato alla realizzazione di cd musicali prodotti dal Circolo Gianni Bosio (Istaraniyeri – Musiche Migranti a Roma, 2011, We are notgoing back. Musica e migranti di resistenza, 2017) e dal 2013 è stata avviata una collaborazione con Giunti Scuola che ha portato alla realizzazione di un kit didattico (Va’ Pensiero. Percorsi di antirazzismo in classe, 2014), elaborato a partire dal film Va’ Pensiero. Storie ambulanti (2012) del regista DagmawiYimer e alla pubblicazione di un blog di AMM, dal titolo “A scuola dell’altro”, sulla rivista on line Sesamo.

Per approfondire, ulteriori informazioni sono presenti nelle sezioni Progetti e Scuole.

Lampedusa’s Gaze: Messages from the Outpost of Europe

di Simona Wright

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What marks off the “self” is method; it has no other source than ourselves: it is when we really employ method that we really begin to exist. As long as one employs method only on symbols one remains within the limits of a sort of game. In action that has method about it, we ourselves act, since it is we ourselves who found the method; we really act because what is unforeseen presents itself to us.
(Simone Weil 1959 72-3)

Wir riefen Arbeitskräfte, es kamen Menschen. (Max Frisch 1965)

In March 2011, Globalpost reports the recent events at Lampedusa in the following terms:

Over 10 days in February, the island of Lampedusa saw its biggest arrival of undocumented immigrants from nearby North Africa. Six thousand young Tunisian men and a handful of women, packed into fishing boats with as many as 200 aboard, made the perilous journey across 70 miles of open ocean to the southernmost Italian outpost. Carrying dreams of jobs in Europe and not much else, they arrived, wet and tired, on a rocky island of secret coves and crystal waters (1).

This paragraph expresses the duality, the binary, oppositional identity the migration phenomenon has produced on Lampedusa: on one side, the island is described as traditionally known, as an out-of-the-way, exclusive tourist destination, boasting crystal waters and exotic landscapes, on the other, as a nightmarish warehouse of undocumented immigrants seeking a new life on this southernmost outpost of Europe. The report continues:

The overwhelmed Italian authorities quickly reopened a transit center, packing migrants into prefabricated dorm rooms in a facility built for 850 (2). With nothing to do but wait for transfers to other facilities on the mainland, the migrants walked the streets of Lampedusa’s only town, passing time playing soccer and drinking coffee at the cafes on Via Roma (3).

Not surprisingly, the report talks of Italian authorities being unprepared, overwhelmed, and for the most part unresponsive (4). This is rather typical in Italy, as such episodes of unpreparedness have been witnessed especially vis-a-vis migration (5), arguably the most significant social and political phenomenon interesting Europe, and particularly Italy, in the last 20 years. In fact, the Lampedusa events illustrate, paradigmatically, how Italian authorities, politicians in the first place, have attempted to “resolve” a challenging situation first by ignoring it, and later by attacking and persecuting the same victims they are supposed to help, impacting negatively, in the process, both on the social and political discourse as well as on its practices.

The local population received the first arrivals with the responsiveness that is customary on this island which, according to Annalisa D’Ancona, one of two local activists who promote festivals and curate The Museum of the Immigrant, “has always been a place of passage… a place of hospitality and relief for those who travel between the two continents.” But, as the arrivals increased the national and international authorities remained unable to provide a clear course of action. Pressure started to mount, erupting in riots at the end of September. Again, only after the episodes of tension between an enraged population and groups of despairing and frustrated immigrants, Italian authorities flew the remaining immigrants back to Tunisia or to Sicilian and mainland facilities (6).

What do such episodes tell us about Italy, about a nation, and metonymically about an entire continent, Europe, that are administratively relatively young and still in the formative process? Can they assist us in defining new sustainable political, social, and economic paradigms, in averting the quagmire of isolation, inaccessibility, discrimination, intolerance, and xenophobia that seem to engulf the European political discourse and its legislation at the moment? (7) Can the ineptitude of politicians, the obsessively prejudicial language of the media, be denounced as techniques to alienate the immigrants and to make them scapegoats of a larger, more dangerous new world order? And most importantly, what can authors, film-makers, and intellectuals do to restore a productive, thought-provoking, self-reflective examination of the current social system?

I chose to introduce this article with the events of Lampedusa because I think they help illuminate critical aspects of our reality. Hopefully, they can also assist us in finding new epistemological paradigms, disclosing ways of knowing that by necessity re-contextualize how we imagine Italy and Europe and, most crucially, how we live and articulate citizenry in both. Besides being the focus of many journalistic reports, in fact, Lampedusa, and the Mediterranean that surrounds it, have become symbols, metaphors of a condition of deterritorrialization and of liquidity that is affecting our world and is impacting on our lives as individuals and communities. Hence the first objective of this article is to explore how Dagmawi Yimer’s two documentaries develop the concept of Lampedusa both as a geographic locus as well as a metaphor of the liquid condition in which the media and the political milieu tend to relegate undocumented immigrants. The second objective is to reflect on what meanings deterritorialization and liquidity have for the immigrants themselves and what methods they are applying to confront, resist, and challenge the images, assumptions, and mental constructs on immigration Western society has carefully crafted for popular consumption.

Lampedusa exudes geographic and political eccentricity: its geographic position vis-à-vis the Italian peninsula qualifies it as its most distant outpost. Its southernmost location, south even of Monastir and Tangiers, reflects its embarrassing cultural in- betweenness. Lampedusa is at the same time an Italian island and a minuscule landmass at the periphery of the nation, a piece of Italy in the Mediterranean that is closer to Africa than to Europe, lost at sea, marginal and inaccessible, territorially negligible. A predicament that is continually reiterated, in the interviews, in the articles, and in the news: Lampedusa’s inhabitants lament the desertion of the government and the absence of the state in their daily existence. Geographic distance translates into political insignificance and socio-economic marginality. In addition, thanks to the implementation of a governmental agenda subservient to European directives, Lampedusa now contains oppositional realities that further complicate its identity. The island is both a place of leisure and of suffering, with its known traits of unspoiled paradise for tourists on one side and its less exotic, and thus secluded, reclusion sites (CIE) for immigrants (8). The geographic distance from Italy, its territorial marginality and cultural in-betweenness have rendered the island easily exploitable by Italian authorities (9) that have transformed it into an immigration warehouse away from public attention. A calculated move that was politically advantageous both in regards to the country’s official responsibilities vis-à-vis European immigration law, and in regards to Italian citizenry, that thanks to Lampedusa’s remoteness has been kept in the dark of the real situation and of political accountability.

And while the inhabitants thought of creative ways to help the immigrants with “caffè sospeso,” where whoever can afford it and is in the mood, pays for the coffee of those immigrants who are not allowed to exchange their currency into Euros, Prime Minister Berlusconi announced the (later denied) purchase of a villa on the Southern side of the island.

Media and the Politicians’ Language on Lampedusa

Prime Minister Silvio Berlusconi’s 2011 visit to Lampedusa, with his inappropriate and characteristically boisterous posturing and the traditional cortège of favorable journalistic attention, needs to be examined to understand how Italian media and the political world have addressed sensitive issues regarding human circumstances with discursive practices that are both intentional and negative in their communicative outcome (10). I agree with Camilla Hawthorne when she recognizes that the language surrounding the Lampedusa events merits closer examination: In Why Lampedusa Matters, Hawthorne points to the problematic use of words such as “state of emergency,” “flocking,” “swamp,” “exodus,” “wave,” “overrun,” “flood,” “inundated,” “immigration mess,” and in general to the use of alarmist rhetoric in an effort to stir up anti-immigrant sentiments (11). Additionally, in her article Hawthorne notes the implementation of the following practices:

    1. Discursive slippage between refugees, crime, and violence. Statements by Italian officials conflate higher levels of migration from Arab states with extremism, terrorism, violence, and weapons trafficking. This is a common strategy used by states to justify restrictive immigration policies. New arrivals are screened to determine if they are asylum seekers or economic migrants — a process that draws arbitrary boundaries between “worthy” and “unworthy” migrants.
    2. Use of language to hide the realities of immigrant detention. Although Italian immigration centers have a sordid history of abuse and inhumane conditions, this reality is often masked in official statements, news reports, and even in the process of naming (one type of secure detention in Italy is known as a “Welcome Center”). Said one reporter: “There are no detention centers in Italy. In places like this, people can come and go as they please”(12).
    3. Alarmist reportages and tired media cliches. As is all too common in immigration stories, journalists have resorted to catchy aquatic metaphors to describe the situation in Lampedusa: “Waves” of boats carrying Tunisian asylum-seekers to shore, “floods” of refugees, a “surge” of undocumented immigration, “tides” of migrants. Biblical metaphors have started to enter the fray as well: Italian officials have publicly voiced fear of a “Biblical-style exodus”13 from North Africa. This kind of language has the potential to dehumanize an entire population of migrants, reducing them to a faceless, ceaseless “flow” that must be stopped.

Hawthorne’s considerations are significant for us as they focus on two important dimensions of the immigration issue: the first is the language utilized by the media, with its tendency to hyperbole and generalization aimed at provoking anxiety, alarm, and distress. The second is the political language, which is hyperbolic, inaccurate, and biased, aimed at promoting dehumanization through criminalization (14) and annihilation of the “other” with the assistance of what Chomsky, quoting Reinhold Niebuhr, defined as “emotionally potent oversimplifications” (Chomsky, 1991). Here, the combined utilization of biblical terms and liquid metaphors (15) conflates the televised and media induced image of Lampedusa, which the public will remember as nothing more than a perplexing entity lost at sea, with the larger and most powerful image of the Mediterranean, the liquid form par excellence in the European imaginary.

The Mare nostrum, like Lampedusa, is simultaneously a locus of marketable beauty and unspoken, ignored or, as we shall see, silenced tragedy, a space crisscrossed by cruise liners and overcrowded boats of immigrants, insistently reminding us of the social and economic inequities existing between the North and the South of the planet (16). In the Western literary imaginary, the Mediterranean conjures up metaphors of instability, uncertainty, flux, regeneration, and rebirth. More concretely, today it is linked, in the international news reports, with images of resistance (17), drowning, and death. Housing extreme polarities, hope and despair on one side, allure and conspicuous consumption on the other (18), the Mediterranean remains one of the most ambiguous of contemporary spaces, one of transit of material goods and wealth but at the same time, for many unfortunate immigrants, one of tragedy, death, and oblivion. It is unquestionably a space of obliviousness for the over 18,000 immigrants who lost their lives in its waters, a mass grave, we may accurately say here, of biblical proportions (19) Yet the alarming loss of lives remains largely unreported, making the Mediterranean, for Europe, in political and historical terms, a non-lieu (20), exactly like Lampedusa.

Hawthorne’s attention to the liquid metaphors invites us to a more in-depth analysis of the discursive practices and narratives fashioned around the phenomenon of migration in the last few decades, as they have been able to produce the dematerialization of its protagonists, with the consequent loss, for the European populace, of the immigrants’ physicality and actuality. In examining the liquid phenomenon it is opportune to draw on Zygmunt Bauman’s notion of “liquid,” which he conceived to illustrate the contemporary demise of the societal duties and bonds that tie individuals and communities together. The opposition developed by the Polish-British anthropologist is conceived as a binary structure, where the solidity of ethical obligations, mutual responsibilities and communal bonds that formed the structure of pre-industrial society, and were abandoned in the XVIII and XIX centuries to liberate and optimize business practices, is opposed to the liquidity, or rather the fluidity, volatility, and unpredictability of human relations in the contemporary world (Bauman 2000 4):

What all these features of fluids amount to, in simple language, is that liquids, unlike solids, cannot easily hold their shape. Fluids, so to speak, neither fix space nor bind time. While solids have clear spatial dimensions but neutralize the impact, and thus downgrade the significance, of time (effectively resist its flow or render it irrelevant), fluids do not keep to any shape for long and are constantly ready (and prone) to change it; and so for them it is the flow of time that counts, more than the space they happen to occupy: that space, after all, they fill but ‘for a moment’. In a sense, solids cancel time; for liquids, on the contrary, it is mostly time that matters. When describing solids, one may ignore time altogether; in describing fluids, to leave time out of account would be a grievous mistake. Descriptions of fluids are all snapshots, and they need a date at the bottom of the picture. Fluids travel easily. They ‘flow’, ‘spill’, ‘run out’, ‘splash’, ‘pour over’, ‘leak’, ‘flood’, ‘spray’, ‘drip’, ‘seep’, ‘ooze.’ (Bauman 2000 2)

Bauman explores his well-timed dichotomy in modern reality in terms of what is lost, the stability of that “complex network of social relations” whose absence leaves the individual bare, unprotected, and the collectivity unarmed against the assault of what Thomas Carlisle described as the “cash nexus,” in other words the determining role of the economy as understood by Marx. According to Bauman, the solids presently under attack and ready to be liquefied are “the bonds that interlock individual choices in collective projects and actions – the patterns of communication and co-ordination between individually conducted life policies on the one hand and political actions of human collectivities on the other”. When we consider these two dimensions of society, the individual life choices (policies) and the collective (political) actions, we will notice the absence of what Bauman calls “connection, co-ordination.” More and more individuality and collectivity are disconnected, disengaged, alienated from one another, bypassing each other without ever meeting, and more and more often we realize that the order of things, that system which is sold by its agents as more liberalized and flexible, is instead rigid, unchangeable, and so diffuse as to be unreachable. Never has individuality remained drastically disengaged from the collective as in the representation of the phenomenon of migration. Observing the carefully selected, filtered, cut, and framed images, listening to the sound bites describing the Lampedusa arrivals, we clearly recognize that media and political language have managed to render their protagonists, both the undocumented immigrants and the people of Lampedusa, fluid, liquefiable, drainable, shapeless, in a word, transitory. The liquidity of the Mediterranean, coupled with the utilization of correspondingly symbolic metaphors employed in the syntax of politics and the media, following the techniques of homologation and dehumanization, have distorted, manipulated the physical reality of the immigrants, turning their materiality into immateriality, their presence into absence, their historicity into a void.
The inhabitants of Lampedusa suffered a similar destiny as the island’s CDA was precipitously turned, by government decree, into a CIE, where the dramatic increase in the number of soldiers had de facto transformed its compound into an overcrowded and neglected prison. Useless were the protests of the Lampedusan people, who saw their rights and those of the immigrants trampled, while their island was being transformed, after their demonstrations, in a heavily militarized zone (21).

Italians watching the news reports or reading national newspapers remained and remain today largely unaware of the material reality of the situation, of the degraded living conditions and the blatant violations of the basic human rights perpetrated before (22) and on Lampedusa between 2009 and 2011 (23). Tourists sunbathing on the island’s pristine beaches were unsuspecting while its inhabitants, who watch with dismay the exaggerated television commentaries, feared that they would, as they did, impact negatively on their livelihood (24). Is this the end of the story? Will we ever know what really happened on Lampedusa and before Lampedusa? Is the liquidity of both the Mediterranean, the careful management of discursive practices, and the sophisticated use of our slippery linguistic codes going to engulf and absorb into oblivion the lives of thousands of men, women, and children that Europe has unceremoniously abandoned at sea? The filmic experiences explored in this article, Andrea Segre and Dagmawi Yimer’s documentaries, Come un uomo sulla terra (2008), and Yimer’s recently released Soltanto il mare (2011), suggest constructive ways to knowledge and new epistemologies of resistance. At the intersection of individual agency and collectivity, of humanity and diplomacy, of hegemonic discourse and individual and communal narrative, the documentaries denounce the annihilating strategies of political discourses and challenge the tactical, preemptive silencing that pervades media narratives. Most crucially for our exploration, as it concentrates on the victims’ stories and their efforts to combat liquefaction, it gives a response to the deliberate obliteration attempts, allowing the victims to regain, through the solidity of their presence and narrating voice, physical materiality and historical weight. Dagmawi Yimer’s body is one of the many we see in these documentaries. Landed on Lampedusa on July 30th, 2006 as an undocumented Ethiopian fleeing an increasingly dictatorial regime (25), Yimer arrived to documentary film by chance, as he attended a course of video-narrazione offered in a Roman school (26). His first short documentary, entitled C.A.R.A. Italia, a report on the Centri di accoglienza per i richiedenti asilo, provides a snapshot of the reality of immigrant lives as perceived and recorded from within, from an insider’s point of view. It is however his most recent documentaries that attract our attention. The first one, co-directed with Andrea Segre, records the consequences of the ‘Respingimenti agreements” signed by Italy and Libya and enacted in 2009 (27). The documentary is an account of what lies behind and beyond words, policies, and diplomatic agreements, as it focuses unambiguously on those whose lives were affected by them. Before reaching the sea, the protagonists of Come un uomo sulla terra, Ethiopians fleeing their country, must confront the solidity of land and law. For them this translates into the interminable and life-threatening experience of desert crossing, from Sudan to Libya, hoarded in metal containers with no food or liquids. Over a thousand-mile trip aimed at weakening their resolve and debilitating both body and spirit. The arrival on Libyan territory coincides with the encounter with brutal officials and prison guards who will buy them for thirty dinars and dump them in overcrowded and filthy prison cells without clear indictment for months and years on end. The trucks, containers, prisons, jeeps and body bags, we will learn in the documentary, have been provided by the Italian government as part of the agreement signed with Libyan authorities in 2008. The accord was centered on the request for “respingimenti,” (push backs) made by the Italian state to Libya in order to stop immigration to Italy from the former’s territory. The agreement included, or rather was centered, on the signing of lucrative business contracts between the two countries.

If we analyze the political language adopted by then Ministro Maroni, as it appears in the documentary, to describe both the situation and the solution produced by the government, we recognize that liquid metaphors like “flussi migratori” are coupled with seemingly neutral, harmless others, such as “respingimenti,” words that are expected to become solid only far away from Italy and the attention of its citizens, metaphors that manifest their physical weight only on the bodies of undocumented immigrants and long before ever setting foot on Italian soil, in a preemptive attempt to liquefy, remove, and “sanitize” (28). Maroni’s words clarify the government’s efforts: “Il primo compito è impedire che arrivino, fare in modo, mettere in atto tutte le misure per impedire gli sbarchi” (29). The dyad liquid/solid is unmistakable here, as the Italian government expresses its desire to stop arrivals, to impede, that is, the materialization of the immigrant on Italian soil, in any way and by any means possible. Words such as “sbarchi, misure, compito, impedire, mettere in atto,” with their cold, rational, and impersonal echo, have imperceptibly severed the link with what they actually represent, the individual human tragedies suffered in Libya and at sea as a result of diplomatic agreements. What Maroni’s language is deceitfully hiding is not only the character of do ut des of the treaty, the lucrative exchange of economic deals that halting immigration entails for both countries, but most importantly the actual physicality that lies behind it, the massive weight of bodies that contains histories, languages, and identities. What Maroni’s words point at is that at stake are not the lives of thousands of immigrants, by now rendered immaterial, but the very substantial trade of infrastructural development and economic advantages (30).

As governments enter specific agreements, the immigrants, whose status as non- beings has already been politically inferred and linguistically constructed, start to lose their bodily substance as they start dying, physically and mentally, along the Libyan desert. After they are arrested by the local police, their journey into hot, airless containers will involve several attempts to, in Bauman’s terms: “’flow’, ‘spill’, ‘leak’, ‘drip’, ‘seep’, ‘ooze’” them into nothingness. An attempt to “evaporate” them is described in the documentary. At their arrival to the prison of Kofhra, in southern Libya, police spray water on the hot metal frames of the containers overcrowded with starved, sick, hot, and dangerously dehydrated men and women. In Kofhra, they will remain in jail, a structure allegedly provided by the Italian government for their unwarranted detention, indefinitely. At their arrival there, locked in containers with no facilities and with only a bottle of water a day in the middle of the desert, they will have been reduced to weightlessness, forced to an absurd journey that will take them from prison to prison and from violence to violence, in Kofhra, in Misrath, back to Kofhra, in a pointless south- north-south direction. Liquidity and mobility are accompanied by uncertainty regarding their survival, while the Mediterranean remains a remote stroke of watery blue. Its crossing, their only source of hope, has been postponed by laws, regulations, and agreements, by rigid, uncompromising forms of control and domination (31). The incarceration will continue without trial, appeal, or intervention from humanitarian organizations, whose visits have abruptly stopped amid the general silence. The documentary’s close-up shots reveal the hardened faces and emotionless voices of the protagonists, who have materialized in front of Yimer’s video camera. Relentlessly they tell of beatings and tortures, of systematic rapes, acts of violence and savagery that have left deep physical and emotional scars. The protagonists’ stories do not match the neutrality, detachment, and immateriality of the interior minister’s words, their reality standing in crass contrast to what political discourse and media jargon have attempted to fashion, the representation of solidity as a vacuum. This attempt at rendering humanity a no-body is now confronted with the simplest but most unique of human elements, language. In Aristotelian terms, voice is common to all living beings, but only humans have the power to articulate voice into an ethical enunciation of meaning (32). In his Politics, Aristotle highlights the relation between phonē and logos:

Among living beings, only man has language. The voice is the sign of pain and pleasure, and this is why it belongs to other living beings (since their nature has developed to the point of having the sensation of pain and pleasure and of signifying the two). But language is for manifesting the fitting and the unfitting and the just and the unjust. To have the sensation of the good and the bad of the just and the unjust is what is proper to men as opposed to other living beings, and the community of these things makes dwelling in the city. (1253a, 10-18)

The protagonists’ stories, recorded by the interviewer in plain and low-key conversations, in modest living interiors, in long motionless close up shots, challenge the assumptions produced by the media of a clean, effortless, and painless solution to the problem of illegal immigration. The attempted (and all too often successful) dissolution of the body of the immigrants is rejected through the power of language, which establishes a hic et nunc that is situated both temporally and historically. Language is employed here as a narrative with manifold effects. Firstly, it reinstates the physicality of the speaker. It restores his/her humanity inasmuch as the speaker asks the audience not to feel pity but to reflect on ethical paradigms (right and wrong, knowledge and indifference, justice and responsibility). Finally, it declares the speaker’s determination to citizenry, to the dasein. What was rendered liquid reclaims its solidity, defying the attempt to degrade human life and asking space through the resolution to political existence. The protagonists of Yimer’s Come un uomo sulla terra declare their commitment to a polis at the same time as they recall the fundamentals of a community, ethical behavior expressed through language as the instrument of discerning just from unjust, narration of collective suffering and survival, recollection of violence and abuse (excruciating but imperative to combat forgetfulness), celebration of togetherness, endurance, and strength (33). Humanity arises here from the articulation of language, while the solidity of human relations, of brotherhood, emerges from the liquid form in which the agents of information and political diplomacy had attempted to reduce the immigrants’ body. The objective and meaning of the documentary’s title, roughly translated into Like a Man on the Earth, become operative. The dyad of man and earth is relevant in its relation of reciprocity. Dependent as it is upon “terraferma,” the body needs the earth’s solidity, stability, and safety. As the title suggests, only when the body meets the land it becomes human, only the earth can grant a project, a future, and a form. Furthermore, the earth is also a symbol of a collective existential experience. Existence for humanity, as the immigrants’ stories reveal, is possible only as a community and only on a common earth, in a belonging that is not bound by ethnic, racial, cultural or national paradigms. The earth is the abode of the living, of humanity, but only in a super-national context. In this light, Yimer’s statement at the beginning of the documentary, which coincides with the inception of his recollecting, is decisive. His refusal of any definition of self in ethnic terms (“sono un uomo”) becomes the Leitmotiv of the narrative, the philosophy behind his intellectual engagement.

The voices of the survivors interviewed by Yimer are continuously juxtaposed to the official narrators of the story, revealing another tragic dimension, that of silence. Silence surrounds the reality of the recent immigration attempts, silence encloses the walls of the Libyan prisons, and silence envelops the violence of the Libyan police and the corruption of the Sudanese intermediaries. The media, the political world, the European and international humanitarian agencies have remained inexplicably quiet, although accounts of Libyan police selling detainees to Sudanese intermediaries had been percolating from various sources. Yet no authority, national or international, has taken the responsibility of denouncing the facts. Frontex, the European Agency for the Management of Operational Cooperation at the External Borders of the Member States of the European Union, appears in the documentary as Yimer travels to its Warsaw headquarters to interview the director, Ikka Laitinen. Very approachable, Laitinen reports of the visit to the Libyan prisons:

We went there, we wanted to see what was happening there, express and exchange our views on what could be the possible cooperation. Frontex is a European coordinator. We coordinate such operational cooperation among the member states of the EU that are willing to participate. Our staff is about one hundred and fifty persons working here. The budget for 2008 is confirmed at seventy million Euros and the trend is increasing. Libya is a very important country in terms of irregular migration. Our interest is to establish partnership with those countries that are either countries of origin of illegal migration or countries of transit. And the philosophy behind that is that border control cannot be only carried out at the border. We have to act before the border where the problems arise, we have to cooperate and act across the border with our colleagues in third countries and then at the border and also behind the border.

The explanation of the agency’s role and its main objectives is carried out in a conventional, even gracious manner, yet the words reiterate the sinister message Interior minister Roberto Maroni and minister of Foreign Affairs Franco Frattini had sent at the beginning of the documentary. It is important to stop migration (note that the focus here is on migration and not on the actual bodies of migrants), before “it” comes in touch with European soil. In this way, in other words, migrants will be unable to materialize as recipients of the human and civil rights Europe bestows on its own citizens. What cannot escape in Laitinen’s explanation are the neutralizing and dehumanizing effects of words such as “diplomatic partnership,” “borders,” “transit,” “irregular,” and “philosophy.” To confront the issue of migration, as the documentary implicitly relates, European authorities and media have developed several techniques. On the one side that of silence, the distancing and obliterating effects that come from indifference, lack of information, half-truths and misrepresentation. On the other the manipulation of language, which becomes detached from the actual reality it is called to describe. Leitinen defines Frontex’ strategies as a “philosophy,” ostensibly agreed upon at the European level and carried out as intellectual and ethical response to the problem. A praxis that will allow Europeans to sleep comfortably knowing that all necessary measures have been taken and all moral justifications found to safeguard their way of life. Europe’s massive support of Frontex in its role of “coordinator” is a logical consequence of this “philosophy.” The seventy million Euros of Frontex’ budget for 2008 underline Europe’s firm intention of impeding illegal migration at all costs and, when possible, of externalizing border control responsibilities to countries whose human rights record is, to say the least, questionable. Europe’s “philosophy” seems to be constituted of evasive words but solid numbers” (34).

Laitinen’s promptness in responding to the interviewer is weakened when the question falls on the specific matter of the visit to Libya and the prison in Kofhra (35). In the answering process, Leitinen’s demeanor and words start to lose potency: “Actually, I do not remember all the cities and I personally was not there and it’s about one year ago. But this sounds familiar, the name of the city sounds familiar. Unfortunately I cannot keep the details of what the experts really saw there.” Oddly enough, the report remained rather general in its statements, that, like the following one, seem to evade all actuality (36): “As outcome of the visit in the desert regions of Libya, the members of the mission were able to appreciate the desert’s expanse and diversity” (37).

On Yimer’s pressing personal question: “Do you know anything of the treatment reserved to the detainees in the Kofhra prison”, Laitinen gives what I would argue is a consummately diplomatic answer: “I do not have the details but I was told that there is much room for improvement.” Diplomacy is the art of the generalized, the ambiguous, and the opaque, the perfect place to make a liquid and shapeless use of language. “Room for improvement,” together with Laitinen’s alleged lack of direct knowledge of the “details”, and his vague recollection of the mission appear both hollow and insincere in the face of the horrors described by the detainees. Language can be mollified, liquefied, emptied of meaning, as in this case, where the nexus between signifier and signified has been deliberately broken.

The same vagueness, inconsistency, apparent lack of connection with the physical reality engulfs the term “respingimenti,” which, upon viewing of the documentary, takes on a solid meaning of “condanna a morte,” death penalty. With its introspective presentation of the facts by witnesses and victims and its sobering revelation of what is hidden behind the “solutions” sought in political and economic agreements, Come un uomo sulla terra challenges government and media reductive and essentializing practices, and rejects their attempts to dissolve people, facts, and governmental actions into the liquidity and vacuity of carefully crafted linguistic codes. The determination of the victims to speak out and record the tragic events into history, in what is clearly a painful repêchage of nightmarish memories, turns the experience into a compelling document. Their stories punctuate the map of a journey made of continuous attacks to the solidity of the human body and being, understood as self in relation to others. Yet despite the agony and anguish brought by physical deprivation, violence, and psychological warfare, in the face of the reiterated attempts to destroy the body through the degradation and humiliation of rape and torture, humanity is preserved by the logic of brotherhood and human alliance that is revealed as a recurrent element of the survivors’ stories (38). A brotherhood that gives purpose and meaning to their struggle even in the present and urges them in front of Yimer’s videocamera. The urge to report, to help those who are still in the Libyan prisons, is even greater than the shame, painfully evident on the faces of the protagonists and stronger than the depression that has befallen their silenced existences.

For Dagmawi Yimer, as for the many individuals that populate the documentary, the arrival in Italy coincides with the return to physicality, to solidity. Only by entering the European border can the survivors’ status as humans be restored (39). But before then, observes Yimer at the end of the documentary, Italy and Europe have enacted strategies, erected barriers to force the immigrants to succumb to a state of flux, of silence and, in due course, of non-existence. All the more important and significant is therefore the protagonists’ determination to resist, to denounce, and to challenge the system. Their narratives call the dead back to life in a process of re-membrance that involves the return of what was made liquid to a state of solidity, of what was degraded to a state of humanity, and what was silenced (40) to the possibility of agency and historicity.

Soltanto il mare

Dagmawi Yimer’s most recent documentary (2010) (41), metaphorically closes the circle of his immigration experience with his return to Lampedusa. The visit’s main objectives are revisiting the places of his arrival and meeting the residents to express his gratitude (42). What seems to be at first glance an ordinary project, a project that developed on site, as Yimer himself revealed in an interview (43), turns quickly into a more complex and multi layered undertaking. The main objective is to understand Lampedusa, a place that, for Yimer as for the multitude of the undocumented immigrants that landed there, had remained distant, concealed by the high walls, physical and psychological, that separated them from the island and the Lampedusani (Liberti 186) (44). The initial scenes reflect that distance, as the confused perception that both peoples, residents and immigrants, have of each other, is rendered in the juxtaposition of views of Lampedusa, observed through a framed opening where the island’s rocky landscape conflates with the sea, and voices, intersecting, overlapping, interweaving, in the phonic background. Soltanto il mare mirrors, albeit with different protagonists, the narrative of Come un uomo sulla terra.
There, Ethiopian refugees spoke of their ordeals to restore the tangibility of their suffering, the physicality of their being, here, the visit to Lampedusa is a journey of discovery, on both sides, of similar marginalities and silenced existences. Here, the protagonists are Italians but, as the Lampedusani recurrently lament in the documentary, Italians of sorts. All interviewed, men and women, young and seniors, express in fact frustration for a government that has forgotten them and exploited the island’s remote location (45). Their exasperation climaxes when they talk about the media, which they chastise for exaggerating and distorting the reality of the arrivals. The immigrant protagonist is also unique. This time, his trip started in Italy rather than in Africa. He travels with a name and documents to confirm it, he lands on the island as a resident, not as an illegal immigrant, as a director, not as a starved and dehydrated, unidentified body. Most crucially, this time he has brought his video camera, the same he used in his previous documentaries. A modest and yet important piece of equipment that can help him give Lampedusa solidity, historical presence, and to do so in a sort of psychological transfer, by giving the Lampedusani an opportunity to come in physical contact with an immigrant, the emblematic “other.” Soltanto il mare, with its openness of structure, its seemingly unstructured interviews of local fishermen, coast guard officers, authorities, and simple Lampedusani, quickly turns into a journey of discovery as the protagonists talk and look in each other’s eyes, discerning for the first time since the beginning of the arrivals, their own “otherness,” their historically and geographically determined brotherhood.

In his recently published volume A sud di Lampedusa, Stefano Liberti maps the routes that lead North African men and women, determined to find a solution to their basic economic needs, to the shores of the Mediterranean. Starting his exploration from Morocco, as far back as 2002, Liberti describes the content of his book as the product of an obsession, a drive that had led him to search for the reasons behind the “viaggi della disperazione” (journeys of desperation). His trips to Senegal, Niger, Mauritania, Algeria, Morocco, Turkey, and Lampedusa, reveal the economic reality of a continent devastated by corporate greed and by the aggressive hunt for natural resources, including land, water, and oil (46). In 2008, Liberti concludes his travels by landing on Lampedusa, where he is shocked to find that the island had separated the two communities, islanders and immigrants, rendering them invisible to one another.

Aveva ragione Giuseppe. Lampedusa era l’unico posto in Italia dove non c’erano gli immigrati. Era un centro di transito e nulla più. Fra i nuovi arrivati e gli abitanti del luogo c’era una sostanziale indifferenza. I locali non volevano sapere nulla de “li turchi,” ma non se la prendevano con loro… “Li turchi,” da parte loro, non vedevano nulla di quel luogo che tanto avevano sognato: una banchina al porto, qualche uomo nella divisa grigia della guardia di finanza, le sbarre del centro di permanenza temporanea. E poi la nave che li avrebbe portati via, sul continente. (Liberti 189)

Yimer’s words at the beginning of the journey and his interviews with the locals confirm Liberti’s surprising findings. Any contact, any relation between the two groups had been deliberately prevented. Their two marginalities had become two solitudes, while the relation of trust and compassion that was traditionally formed between the Lampedusans and the so-called “Turks,” the sailors landing for help on the island over the millennia, had been voided. What Yimer is attempting with this journey is thus more than a simple return, it is a revolutionary act aimed at reclaiming what risked to be lost amidst the liquidity of political narratives and media oversimplifications: the network of human relations which constitutes a collective’s dignity, historicity, and solidity. Yimer’s video camera moves sensitively, allowing the island and its residents to take shape in a variety of oblique narratives and borderline stories. Exploring the human as well as the natural surroundings, the director chances upon the unexpected, like the boat cemetery, the only document of the immigrants’ passage. Located in a remote part of the island, it contains the vessels, seemingly awaiting an improbable demolition, that transported the immigrants to the Italian shores. Yimer records Lampedusa’s many human dimensions in a non-hierarchical order, walking around town, meeting people on the streets, asking impromptu questions, letting men and women speak freely, spontaneously, inviting them to voice their issues unrestrainedly. As in Come un uomo sulla terra, Soltanto il mare shows a predilection for extreme close up shots that give the Lampedusani center stage, allowing them to articulate their experiences, explain their bond to the sea, and assert their disparate views of the immigrants from the point of view of their own physicality, of their own body. What gradually saturates the scenes, as in the preceding documentary, is the sense of solidarity that results from the articulation of language, which recovers the meaning of the “Turk’s” humanity and the consciousness of the dangers and perils s/he faces when forsaken at sea. A regained understanding that does not hide a measure of perplexity and anger at the situation, as they begin to recognize that the inability of the state to help both communities has produced a distance and a silence that cannot be breached.

Intensely and straightforwardly, the Lampedusan communicate their down-to-earth humanity, exemplified in their battle for survival, yesterday at sea, today against political isolation and media falsifications. There is in their voices no sentiment of impotence, their participation is not that of the “defeated,” their perspective is ingrained in solidarity and brotherhood (47) that refuses any subordination to the existing. The video camera solicits them to a method, to the articulation of language, engages them in a narrative. The camera has empowered the actors to become individuals, its reversed gaze aimed at giving voice and not at silencing, by re-personalizing the island and filling the void produced by misinformation, by describing situations and not disguising truths or manipulating facts. A reversed gaze that Yimer develops from the first scenes of the documentary’s preview, where the close up shot of the sea leads gradually to the inclusion of his off-centered face, his eyes looking first down, to the waters, and then up to the sea cliffs of the island, foreshadowing a radically new epistemological experience. Soltanto il mare, like Come un uomo sulla terra, is deeply rooted in solidity. The view from the sea appears only in the introductory scenes while for most of the narrative the gaze is firmly positioned on the land. In Come un uomo, the necessity of solidity was stressed from the start, in the title itself. In Soltanto il mare (Only the Sea), solidity is illustrated in the recurrent scene of a jogger crossing the island at different times of day. A symbolic leitmotiv embracing Yimer’s manifold messages: life as a journey to a “terraferma,” as anguished motion towards being, as existential understanding. Soltanto il mare is the materialization of Yimer’s resolve to re-membrance, as the recovery of a perfectly preserved female body from the sea in Io l’altro illustrated Mohsen Melliti’s determination to remind his viewers of the solidity of the immigrant’s agony (48). Yimer’s journey emblematically projects humanity against the background of a natural surrounding that transcends the limits of history. The sea is that wider horizon in Soltanto il mare as in Come un uomo sulla terra the earth was that land without borders.

Conclusions: From Abstraction to Concretization of Reality

While abstraction gives the illusion of domination of reality in fact it distances the subject from the object, or, as in this case, from the other subject and its complexity. This is the deleterious consequence of media oversimplified linguistic codes, of political misrepresentation of the reality. Their semantic modes geared to the separation of what is not separable. Yimer’s objective in his visual narratives is to reclaim the body through the account and portrayal of suffering, a condition that was estheticized and reduced by the media into a fragmented common place devoid of linguistic articulation. The voices of the protagonists, in both documentaries, are able to restore the unity of the body through the repossessing of its organic reality. By recounting the stages of their suffering the protagonists recover what media narratives had rendered fragmented, disconnected, and empty. Their stories re-establish in the viewers the sense of the intolerable and simultaneously leave space to the regeneration, the re-building of a reality alternative to that promoted by the media. Truth, virtue, and organic knowledge derive from a gaze that is still able to recognize good and to pursue it. In Carla Benedetti’s words,

Nelle descrizioni di potere occorre eitare il punto di vista cosiddetto ‘oggettivo’. L’osservatore è sempre dentro, e si deve sentire che lo è. Altrimenti la sua parola non avrà abbastanza forza né di critica né di verità. Lo sguardo dei colonizzati è anche il punto di vista di chi non ha cancellato il bene, il punto di parola del parresiasta… del poeta… Significa collocarsi e far crescere una zona di forza della parola, del pensiero, della virtù, della verità: una zona piena, che è la forma organica della conoscenza. (Benedetti 55)

Lampedusa and the Mediterranean are symbols, complex and evocative, of the contemporary human condition, and at the same time provocative places from where we can start to re-imagine both Italy and Europe. Like in Emanuele Crialese’s most recent movie, Terraferma (2011), Europe seems to oscillate between two opposite conditions: that of “terraferma” as firm ground after so much liquidity, a safe landing that offers the possibility of a new life for the immigrant and the possibility to realize a different European citizenry, and that of “terra ferma,” an unwelcoming, indifferent, barren, dead place, unable to open itself to new challenges. Yimer’s documentaries point in the first direction. There, Lampedusa emblematizes a place where marginalities meet and speak out to resist annihilation. A place that restores solidity, agency, a “terraferma” to contrast the funereal oblivion of the sea depths, where the “legitimate” governments of Europe and the hegemonic structures of power would compel the unwanted and unwelcome, the Baumanian “human waste,” to lie without history or memory (49).

 

(1) See Jodi Hilton: “Tunisians, Italians find a common bond in a cup of coffee,” Globalpost, March 3, 2011, http://www.globalpost.com/dispatch/news/regions/europe/italy/110302/italy-immigration-lampedusa-tunisia.

(2) Two years prior to the most recent events, in 2009, the camp experienced the same overcrowding: “The UNHCR said the camp is so crowded that many detainees are sleeping in tents or under plastic sheets. According to the UNHCR, around 36,000 boat people made it to Italian soil last year – a 75 per cent increase compared to 2007 figures. Italy took more than half of the 67,000 immigrants who arrived by sea in Europe last year. The majority of Italy’s illegal immigrants – around 31,000 – arrived on the island of Lampedusa, with others reaching Sardinia, Sicily and the Italian mainland.” See Nick Squires, “1,000 Immigrants Break Out of Detention Centre on Italian Island of Lampedusa,” The Telegraph (24 January, 2009), http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/italy/4332592/1000-immigrants-break-out-of-detention-centre-on-Italian-island-of-Lampedusa.html.

(3) Few facts about Lampedusa: reasons for arrival to the island are civil wars, tyrannies, hunger and hopelessness in Somalia, Eritrea and in Sudan. More and more refugees arrive in poor health. Often they have injuries or burns caused by the boat engines. For the most part they are dehydrated and suffer from heat stroke. Hundreds of refugees don’t survive the trip due to dehydration or exhaustion. Deaths: In 2008 the Refugee Council officially registered 649 dead boat people on the coast of Lampedusa but the real numbers are much higher. It is unknown how many boats sank unnoticed. Fortress Europe reports that more than 17.000 immigrants died since 1988 on their journey to Europe: Gabriele del Grande writes: “Giorno per giorno, da anni, il mare di mezzo è divenuto una grande fossa comune, nell’indifferenza delle due sponde del mare di mezzo. Dal 1988 almeno 18.856 giovani sono morti tentando di espugnare la fortezza Europa, dei quali 2.049 soltanto dall’inizio del 2011. Il dato è aggiornato al 16 marzo 2012. Ne abbiamo le prove.“ http://fortresseurope.blogspot.com/p/fortezza-europa.html.

(4) Since Spain has sealed off its southern border, the Strait of Gibraltar and the Spanish enclaves Ceuta and Melilla forbid every passage, Lampedusa is European’s first shelter for refugees from Africa.

(5) In 2005, a journalist of the magazine “L’Espresso,” Fabrizio Gatti, lived 8 days disguised as Kurdish refugee in the Detention Centre on Lampedusa. Gatti kept a diary, later published, which revealed a series of serious violations of human rights: refugees were horribly abused and humiliated during the examination by the police. Hygienic conditions in the center were catastrophic, just salt water, no doors, no toilet paper, electricity or privacy. No refugee was brought before a judge although this is required by Italian law. “Io, clandestino a Lampedusa,” L’Espresso, 7 ottobre 2005, http://espresso.repubblica.it/dettaglio/io-clandestino-a-lampedusa/2104770.

(6) An Emergency communiqué denounced unequivocally the situation on the island: “Quello che sta succedendo a Lampedusa è figlio di una politica criminale che da molti anni i governi di questo paese stanno attuando nei confronti dei migranti. Migranti che, oltre a essere privati dei più elementari diritti umani, vengono deliberatamente usati per esasperare gli animi, costruire “diversi” e “nemici”, alimentare guerre tra poveri… La tensione e la violenza delle ultime ore, a Lampedusa come a Pozzallo sono l’inevitabile conseguenza della politica di un governo che tratta gli stranieri come criminali, come problema di ordine pubblico, come bestie. Il sovraffollamento delle strutture, la carenza di assistenza di base, la privazione dei diritti fondamentali, oltre a essere una vergogna per un Paese che si vuole definire civile, comportano inevitabilmente l’inasprirsi del disagio e della violenza… Confidiamo che i cittadini italiani abbiamo la ragionevolezza e l’umanità che finora è mancata al governo, quell’umanità che permette di capire che gli ‘stranieri,’ i ‘clandestini,’ i ‘migranti stagionali’ sono, prima che qualsiasi altra cosa, semplicemente ‘persone,’ esseri umani. E come tali devono essere trattati.”

(7) See the article by Alessio Genovese, Hanno insabbiato tutto. Prove di regime a Lampedusa (30 September 2011), http://fortresseurope.blogspot.com/2011/09/hanno-insabbiato-tutto-prove-di- regime.html#more.

(8) Regarding the transformation of the Centri di Permanenza Temporanea (CTP) into Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), the report provided by the Global Detention Project Programme for the Study of Global Migration of the Graduate Institute of Geneva (global.detention.project@gmail.com – www.globaldetentionproject.org) states: “In May 2008 the then-newly elected Berlusconi government declared a “state of emergency” in Italy, citing among other issues the “persistent and extraordinary influx of non-EU citizens” and the presence of Roma and Sinti nomadic communities. The declaration had a significant impact on the country’s migration detention practices. Following the declaration, the government adopted a “Security Package” aimed at facilitating expulsions, introduced a law criminalizing unauthorized presence in the country, and renamed the CPTs to “Centri di identificazione ed espulsione” (CIE), or “Identification and Expulsion Centres” (Massimo Merlino,”The Italian (In)Security Package Security vs. Rule of Law and Fundamental Rights in the EU,” CEPS Challenge Paper No. 14, 10 March 2009, Archive for European Integration, AEI, http://aei.pitt.edu/10764/). Among the penalties introduced was imprisonment “Moreover, Art. 1 of the new law decree has established that an individual “who doesn’t conform to the expulsion order issued by the judge is liable to one to four years of imprisonment” (p. 6). The military was also commissioned to perform immigration-related police operations across the country as the plan “foresees the use of 1,000 soldiers for the surveillance of the Centres of Identification and Expulsion.” Lastly, the status of “illegal migrant” was added to the list of aggravating circumstances (Art. 1(f)) of the Italian penal code (Merlino 2009, cit., pp. 7-8).

(9) The Italian government bears the largest responsibility for the dramatic events occurring on Lampedusa since 2008, when, with a ministerial decree, it transformed the “Centro di accoglienza” into a detention and expulsion center. This change of status is reminiscent of what the island was from 1872 until Fascism, a sort of penal colony, where intercepted Libyan migrants on the way to Italy were detained until their deportation (Gabriele del Grande, Il mare di mezzo, Roma: Infinito, 2010, p. 165).

(10) Exactly a year after the events, Giovanni de Luna’s article in Repubblica’s Venerdì’s magazine (“Ma come è stato possibile credere all’imbonitore?” Il Venerdì, April 13, 2012, 1256: 57) dissects Berlusconi’s speech, now notorious as “Il discorso di Lampedusa,” examining the series of lies, false promises, and bizarre plans shouted by the former Prime Minister through a loud speaker in front of a worshiping and subservient audience made up for the most part of local authorities. See http://www.youreporter.it/video_BERLUSCERTOLA-LUI_SBARCA_A_LAMPEDUSA_- _30_Marzo_2011_1.

(11) Why Lampedusa Matters: http://www.globalconversation.org/2011/03/13/why-lampedusa-matters.

(12) In a RaiTre news report, dated Jun 20, 2011, the High Commissary for the UNHCR, Antonio Guterres, reiterated the UN’s firm rejection of any “respingimenti” as envisioned and recommended by the Lega Nord at the 2011 Pontida meeting. In addition, the UN strongly discouraged the Italian government from criminalizing the refugees and from spreading fear and panic to alarm and frighten its citizens. http://www.youtube.com/watch?v=F4ouXUjg_DQ

(13) The expression was repeated recently, during the Libyan civil war, when Muhammar Ghadafi threatened Italy and Europe to release all undocumented immigrants from Libyan jails. Following the threat, Italian Minister of Interior, Roberto Maroni, informed the media that Italy was expecting an exodus of “biblical proportions.” See Francesca Angeli, “È un esodo biblico» Maroni all’attacco: l’Europa ci lascia soli,” Il Giornale, February 14th, 2011, http://www.ilgiornale.it/esteri/_esodo_biblico_maroni_allattacco_leuropa_ci_lascia_soli/14-02- 2011/articolo-id=505860-page=0-comments=1

(14) “È netta la presa di posizione dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, sui cosiddetti respingimenti. «Basta criminalizzarli» – «La pratica della detenzione dei migranti irregolari, della loro criminalizzazione e dei maltrattamenti nel contesto dei controlli delle frontiere deve cessare. Oggi – aveva sottolineato Pillay – partendo dal presupposto che le imbarcazioni in difficoltà trasportano migranti, le navi le oltrepassano ignorando le suppliche d’aiuto, in violazione del diritto internazionale.” “L’Onu contro i respingimenti: “Violano il diritto internazionale,” Corriere della sera, May 14th, 2009. http://www.corriere.it/politica/09_settembre_14/onu_respingimenti_violazione_diritto_2d556380-a12c- 11de-9cad-00144f02aabc.shtml

(15) Hawthorne reflects also on the power of new technologies to forge new paradigms and new patterns of resistance, when asking: “How are technology, transnational connectedness, and social media changing the nature of borders? At a time when new media tools are allowing sentiments of political dissatisfaction to spread rapidly across borders, how will this impact patterns of migration and official responses to them? (Why Lampedusa Matters: http://www.globalconversation.org/2011/03/13/why-lampedusa-matters).

(16) See Jean Foucault, Présentation, in Imaginaire du jeune méditerranén, vol. 31, Paris: L’Harmattan, 2002, p. 11, and Orhan Pamuk, La mer blanche est d’azur, in À propos de la Méditerranée, Paris: Librio, 1998, pp. 43-47.

(17) The political and resistance movements that produced the Arab Spring have had as a corollary of new departures from the ports of Tunisia and Libya. A series of documentaries and news reports follow the protagonists and track their stories. From Tunisia (http://fortresseurope.blogspot.it/2011/08/via-dalla- tunisia-biglietto-di-sola.html; http://fortresseurope.blogspot.it/2011/11/i-nostri-anni-migliori.html), From Libya (http://fortresseurope.blogspot.it/2011/12/non-e-ora-di-dormire.html), from Eritrea and Ethiopia through Libya (http://fortresseurope.blogspot.it/2011/09/un-video-mostra-il-ruolo-di-gheddafi.html; http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=7e867bda-549b-4d7c-8082-800f6eea8a7a.

(18) See Gabriele del Grande, Il mare di mezzo, pp. 130-3, reports the loss at sea of a boat with 89 immigrants, between the 28 and 31 of August 2010. The loss of 89 lives was the result of negligence on the authorities on both sides of the Mediterranean and of the indifference of the many fishing crews that saw the boat but did not intervene.

(19) Cit. http://fortresseurope.blogspot.it/p/fortezza-europa.html and Gabriele del Grande’s Blog, “La strage negate,” http://fortresseurope.blogspot.it/p/la-strage-negata-17317-morti-ai-confini.html.

(20) I borrow the term from Marc Augé: “Si un lieu peut se définir comme identitaire, relationnel et historique, un espace qui ne peut se définir ni comme identitaire, ni comme relationnel, ni comme historique définira un non-lieu.” Marc Augé, Non-lieux, introduction à une anthropologie de la surmodernité. La Librairie du XXe siècle, Paris: Seuil, p. 100.

(21) See Enrico Montalbano, Emanuele Guida e Dario Riccobono’s 2009 video Lampedusa: Isola senza diritti: http://fortresseurope.blogspot.it/2005/12/lampedusa-isola-senza-diritti.html.

(22) See Coluccello, Salvatore and Simon Massey. “Out of Africa: The Human Trade Between Libya and Lampedusa”, Trends in Organized Crime, 10, 2007: 77-90. It is interesting to note here that the authors of the article utilize the liquid metaphor to describe the different, more diffuse and flexible structure and of organized illegal immigration: “The networks involved in this trade, however, do not conform to mafia-like hierarchical organizations but rather smaller, more complex and fluid criminal networks” (77).

(23) For a complete and comprehensive report of the human rights violations perpetrated in the Lampedusan CIE see http://fortresseurope.blogspot.it/2012/01/lampedusa-le-immagini-dei-pestaggi.html.

(24) “Youth in Lampedusa are even using Facebook to protest against the media’s exaggerated coverage of their island, fearing that overwhelming negative reports will have a harmful economic impact on the area’s tourism industry” (Hawthorne, Why Lampedusa Matters, cit.).

(25) For more historical background on the contested Ethiopian national elections of 2005 and the ensuing protests see Lahra Smith, Political Violence and Democratic Uncertainty in Ethiopia, USIP-United States Institute of Peace, Special Report, August 2007, pp. 1-20.

(26) For information about the documentary and its project see Marco Carsetti and Alessandro Triulzi, Come un uomo sulla terra. Book and DVD. Rome: Infinito, 2009.

(27) On February 2, Fortress Europe reports of leaked documents dated May 14th, 2009 (ten days after the implementation of the first “respingimenti”), discussing Secretary of the Interior Maroni’s policy. In the documents, the American ambassador in Tripoli, Gene Cretz, informs Washington of three episodes (7-9- 10 of May), confirming that in the first two cases the Italian Coast Guard returned the boats to the Libyan port. The European Court has opened an investigation based on the class action suit started by 24 Eritrean and Somali citizens against the government of Italy who deported them back to Libya on May 7th 2009. The court has requested the transmission of the case to the Higher Chamber, in view of the delicate matter at hand. The European migration laws of the last ten years are in fact in clear violation of the European Charter of Human Rights, that expressly prohibits collective deportations and recognizes the right to political asylum and the right to a trial in case of violation. The 24 deported, some of whom are still detained in Tripoli, were denied all these rights. Cfr. Gabriele del Grande, “Wikileaks: il cable sui respingimenti in Libia,” February 2nd, 2011, http://fortresseurope.blogspot.com/2011/02/wikileaks-il-cable-sui-respingimenti-in.html.
The respingimenti have officially ended but they continue amid the complete silence of the traditional media, as reported in an article by Moira Fusco on September 1, 2011: “Ancora respingimenti in mare, violate le normative,” Voci Globali. http://vociglobali.it/ancora-respingimenti-in-mare-violate-le-normative/.

(28) The word sanitize returns in the many “sanatoria” laws devised by the Italian government since the beginning of the immigration phenomenon. See Graziella Parati, Migration Italy. The Art of Talking Back in a Destination Culture. Toronto: University of Toronto Press, 2005.

(29) In reality, the number of immigrants coming on boat from North Africa is rather negligible, 15% of all arrivals from the continent. The majority of immigrants arrive by plane, with a regular visa whose expiration will be ignored. The majority of those arriving to Italy by boat cannot receive a visa from their home country. Eritrea is a good example of that. Besides not having offices granting visa, it considers emigration a crime punishable with forced labor (cfr. Liberti 2011b 203).

(30) Selex, a group controlled by Finmeccanica, was committed to provide “un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche,” with a contract that would allow the Italian conglomerate to make lucrative business in a country rich in natural resources but rather poor in infrastructure. In exchange, however, the Libyan government (through LIA, the Lybian Investment Authority), was going to acquire up to 3% of Finmeccanica, thus obtaining dangerous influence (with imposition of trusted Gaddafi men in its CDA) over the second largest Italian holding that controls the main industries in the military, aeronautical, and spatial sectors. See Antonio Mazzeo, “Gheddafi e il controllo dell’industria militare italiana,” ‘U Cuntu, March 16th, 2011 http://www.ucuntu.org/Gheddafi-e-il-controllo-dell.html.

(31) See Alessandro Triulzi’s “Like a Plate of Spaghetti. Migrant Narratives from the Libya-Lampedusa Route,” in Long Journeys. African Migrants on the Road, Leiden: Brill, 2013, pp. 213-232.

(32) See Giorgio Agamben, Homo Sacer. Sovereign Power and Bare Life, trans. by Daniel Heller-Roazen. Stanford: University of California Press, 1998, p. 8. The following quote from Aristotle’s Politics is taken from Agamben, on the same page.

(33) This is also the objective behind the project of Archivio Memorie Migranti, as Alessandro Triulzi explains in “Per un Archivio delle memorie migranti, Made in Italy. Migrazioni e identità,” in Zapruder, n. 28, 2012, pp. 118-123. See also www.asinitas.org

(34) As reported in the documentary, Italy had also earmarked several million euros in his budgets to confront the problem of illegal migration. Both the Berlusconi and the Prodi government, in a spirit of bipartisanship, had set aside, respectively, twenty three million Euros in 2005, twenty million Euros in 2006 (Berlusconi government), and six million Euros in 2007 (Prodi government). See Come un uomo sulla terra, cit. In addition, Hawthorne reports that at the end of February 2011, at the behest of the Italian government, Frontex deployed Operation Hermes to assist with the management of recent immigrants. Why Lampedusa Matters, cit.

(35) According to the European Mission’s report of 2004, Al Kohfra is one of the three centers for illegal immigrants erected in Libya thanks to the Italian funding: “In 2003, Italy also supported the construction of a reception centre for illegal immigrants in Libya, and the construction of additional camps is planned.” See the European Commission’s Technical Mission to Libya on Illegal Immigration. 27th Nov-6th Dec 2004, Report, p. 15. On page 24 of the same document visits to various sites in Libya, included Kohfra, are “suggested.”

(36) For a detailed story of the recent transformation of the Sahara as outpost of the Mediterranean with its own well developed migrant transit economy based on violence, illegal trafficking, and brutal profit making see Bensaad Ali, “The Mediterranean Divide and its Echo in the Sahara: New Migratory Routes and New Barriers on the Path to the Mediterranean,” in T. Fabre & P. Sant Cassia (eds.), Between Europe and the Mediterranean. London: Palgrave, 2007, pp. 51-69.

(37) My translation: “Come risultato della visita nelle regioni desertiche della Libia meridionale, i membri della missione hanno potuto apprezzare tanto la grandezza quanto la varietà del deserto.” Come un uomo sulla terra, cit.

(38) One of the female protagonists talks about repeated suicide attempts that are prevented by the group. In this case, the strength and attention of the collective were larger than that of the single individual. It would be interesting to study these episodes in depth as they reveal the power of collective care.

(39) One has to remember that many of these illegal immigrants will be recognized by the UNHCR as asylum seekers and given the status of political refugees, as is the case for the author of the documentary.

(40) The silencing of illegal immigrants continues in Italy as reported in the news. In April 2012, the picture of a gagged Tunisian immigrant being repatriated on an Alitalia plane directed to Tunis has surfaced on the web and caused a scandal. In Michela Marzano’s article, “La compassione e le regole” (Repubblica, April 19, 2012: 1-38), the philosopher reflects on the symbolic meaning of gagging a human being. Depriving a person of the power of language is not, Marzano asks, like depriving him/her of humanity? I would argue that the answer to Marzano’s question is well known by Italian authorities as they unfortunately resort daily to such dehumanizing practices in confronting the phenomenon of immigration. The snapshot taken on the Alitalia flight, we can easily presume, reveals just the tip of the iceberg of a series of deliberate violations of human rights carried out daily in Italy at the expense of immigrants.

(41) The documentary was made in collaboration with Giulio Cederna and Fabrizio Barraco and was produced by Prof. Alessandro Triulzi and Marco Guadagnino, with the support of Fondazione lettera27 and in collaboration with the Archivio delle Memorie Migranti Asinitas Onlus.

(42) “The documentary is based for the most part on the island of Lampedusa, where I arrived in 2006. I came back to see it again and to understand it. This island has a close link with my present life in Italy. It is a land that has a physical and symbolic meaning for many others like me and that is why I returned, to see it and to meet the people that live here.” (My translation) Dagmawi Yimer’s interviewed at Milano Film Festival 2010. See: http://www.youtube.com/watch?NR=1&v=wclLgLmP1c0.

(43) In a recent interview, Yimer reflected on the fact that the documentary took shape during his six-day stay on the island. Only after his visit, the director began to organize the pieces of the trip (See: “Intervista a Dagmawi Yimer,” Milano Film Festival 2010.

(44) “Lampedusa sembrava avvolta in una bolla assurda e contraddittoria: quello per cui era nota in tutta Italia, e ormai nel mondo intero, non si vedeva… L’isola viveva di un enorme rimosso. I lampedusani tendevano a ignorare gli immigrati che sbarcavano sulle loro coste. E lo stato, per non suscitare problemi, li nascondeva, cercava di renderli il meno appariscenti possibile” (186).

(45) It is not by chance or accident that Lampedusa has become the destination of so many arrivals. Its marginal, out-of-the-way location made it an ideal “centro di concentramento e smistamento” for undocumented immigrants. As Stefano Liberti discovered (A sud di Lampedusa. Cinque anni di viaggi sulle rotte dei migranti. Roma: Minimum Fax, 2011), no immigrant arrives to the shores of the island by himself, but is rather funneled there by the Italian Coast Guard: “Perché… arrivano tutti a Lampedusa? Perché si vanno a recuperare le barche anche quando sono a cento miglia dall’isola, magari dirette da tutt’altra parte? Perché si vuole evitare che sbarchino in Sicilia, o magari a Pantelleria, l’isola dei vip” (190).

(46) In his latest volume, Liberti continued his search delving deeper in the issue of immigration to substantiate with data that the neocolonial invasion of Africa has impoverished and risks to starve entire populations. See Land Grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo. Roma: Minimum Fax, 2011.

(47) The notion of brotherhood is central to Soltanto il mare as it was in the previous documentary. Among the many significant encounters Yimer includes in his narrative is that with a shipwright. After telling his personal story of migration, Giuseppe Balistreri reveals that he is also the author of a short film: Quello è mio fratello (That is my brother). Centered on the very issue of “clandestini,” illegal immigrants, the movie elaborates the question of brotherhood as the protagonists gradually recognize that loving and caring need to exceed the limits of parental love, a father’s love for his son in this case, to reach a universal dimension of love and care for the br”other.” See Soltanto il mare, cit.

(48) The figure of the jogger, whom the filmmakers followed every morning at dawn, in his running tract around the island, came to signify the possibility of a new day, of a new experience (“Intervista a Dagmawi Yimer,” cit.).

(49) Cfr. “Intervista con Emanuele Crialese,” Sept. 5th, 2011, Mostra internazionale di arte cinematografica, Biennale di Venezia. http://www.youtube.com/watch?v=LRi37PzI75k&feature=related.

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