Come un uomo sulla terra – Dialoghi di backstage

Le interviste che seguono sono le traduzioni italiane dei dialoghi di backstage in lingua amarica tratti dal film Come un uomo sulla terra (2008), il film che Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene hanno girato con un gruppo di giovani uomini e donne dall’Etiopia che allora frequentavano, come lo stesso Dagmawi Yimer, la scuola di italiano Asinitas di Via Ostiense. I racconti costituiscono la prima testimonianza audiovisiva del viaggio lungo la funesta rotta L-L (Libia-Lampedusa) che passava per l’oasi meridionale di Cufra (Kufrah), già sede del movimento senussita di resistenza contro l’occupazione italiana, espugnata con la forza dal Generale Graziani nel 1931. Cufra è tristemente nota nei racconti dei migranti provenienti dalla regione del Corno d’Africa come sede di detenzione, efferata violenza, e compravendita di migranti da parte dei trafficanti e delle  forze di polizia colluse con il regime libico.

I racconti di J., D., M., T., S., T. piccolo e T. grande, e di F.,  gli spettatori di Come un uomo sulla terra li hanno appresi attraverso le riprese di Dagmawi Yimer e le sue domande mentre riprendeva i volti smarriti dei suoi coetanei alcuni dei quali suoi stessi compagni di viaggio.

Si danno qui di seguito alcuni brevi estratti dei loro dialoghi sulle modalità di attraversamento dell’inferno libico. Il testo integrale della traduzione in lingua italiana è conservato in archivio.

 

1. J.

J – Sono partito da Addis Abeba il (…) sono arrivato a Khartoum il (…) e poi sono partito verso il deserto e la Libia. Dopo 4 giorni nel Sahara siamo stati fermati dai ribelli del Darfur, in Sudan, dove siamo stati tenuti in arresto per 24 giorni.

D – Chi vi ha arrestato?

J – I ribelli del Darfur

D – Sei sicuro?

J – Sì, hanno arrestato anche i libici che erano con noi. Dopo 13 giorni ci hanno lasciati andare, anche i libici. Dopo che siamo ripartiti, quando stavamo per arrivare a Kufrah, 10 km prima, i poliziotti libici ci hanno arrestati e ci hanno portati alla  prigione di Kufrah.
A Kufrah a quel tempo non rilasciavano le persone facilmente. Sono stato lì per 15 giorni, mentre normalmente ti lasciavano dopo 3-4  giorni.
Ci hanno presi e ci hanno venduti agli intermediari. Dopo che ci hanno venduti, ho dovuto pagare 50 dollari agli intermediari per essere lasciato libero. Così poi sono stato liberato e sono andato nella città di Kufrah, a Ginsia. Da lì ho chiamato e mi sono fatto spedire i soldi. Poi sono ripartito [verso Tripoli] ma mi hanno arrestato in viaggio e mi hanno rispedito alla prigione di Kufrah, di nuovo. Ci sono rimasto per 15/20 giorni e poi sono ripartito per Benghazi.

D – Eri in prigione a Kufrah?

J – Sì, per la seconda volta, poi mi hanno rivenduto e sono partito per Benghazi con un intermediario che sì chiama Ermias. Da Benghazi siamo partiti verso Tripoli. All’ultimo posto di blocco [prima di Tripoli] ci hanno arrestato. Ci hanno tenuti sulla macchina, non ho potuto neanche toccare la terra di Tripoli. Poi ci hanno portati a Gioasat, la prigione dei migranti. Dopo sei giorni di prigionia abbiamo organizzato uno sciopero della fame per protesta. Siccome eravamo nuovi, non sapevamo niente [dei libici]. Allora ci hanno portati in un’altra prigione, dove c’era anche un russo. Dopo 4 giorni ci hanno portati a Fellah, una loro grande prigione. Quando siamo arrivati qui non ci hanno messo insieme agli altri detenuti, ma è subito arrivato un container su cui ci hanno caricati e mandati a Kufrah. Per la mia terza volta.
A Kufrah ho incontrato un intermediario che si chiama K., a cui ho spiegato che non avevo più soldi; lui mi ha fatto partire lo stesso per Ajdabiya. Qui, l’autista libico ci ha portato in un posto, un garage dove non avevamo niente da mangiare. Per 15 giorni abbiamo mangiato solo pane duro, quello destinato alle pecore, che bagnavamo nell’acqua salata. Anzi, persino questo pane non l’avevamo sempre, per 3-4 giorni non abbiamo mangiato nulla. Dopo 14 giorni abbiamo chiesto all’autista di partire, era il periodo di Ramadam. Ci ha portato a casa sua e ci ha detto che saremmo partiti il giorno seguente. Eravamo 26. In 13 eravamo arrivati da tempo [gli altri si sono aggiunti poi]. L’indomani siamo partiti ma dopo10 km da Ajdabia ci ha lasciati in mezzo al deserto con la scusa di dover fare benzina. Non è più tornato. Abbiamo camminato fino a che non abbiamo incontrato un vecchio contadino libico che ci ha dato da bere e da mangiare.

(…)

 

2. D.

Dw – Gli ostacoli della mia vita ho iniziato ad incontrarli quando ho cominciato il viaggio…
Dal Sudan siamo arrivati a Kufrah, in Libia, e poi siamo andati a Tripoli. Ma prima di Tripoli, dopo due giorni di viaggio, ci siamo fermati a Ajdabiya a casa di un intermediario [dallala – contrabbandiere]. Aveva detto che ci avrebbe portato a Misratah per 250 dollari. Alcuni di noi non avevano soldi. Noi che ne avevamo, saremmo dovuti partire alla sera. Ci hanno divisi in gruppi da 20 e ci hanno stipati su un pick-up stretti stretti. Poi ci hanno portati in una casa di intermediari nel deserto. Anche se avevamo pagato 250 dollari ci davano da mangiare solo un tozzo di pane al giorno. Dopo tre giorni, alle 3 di notte, è venuto un intermediario a prenderci con una camionetta e ci hanno messi sotto una tenda. Siamo arrivati a Misratah, dove siamo rimasti qualche giorno in un campo agricolo. Il nostro intermediario ci aveva consegnati ad un altro intermediario, senza che noi lo sapessimo. Questo nuovo intermediario ci ha detto che sarebbero venuti dei taxi a prenderci, e avremmo dovuto pagare 50 dollari a testa, ma noi avevamo finito i soldi ad Ajdabiya. Allora gli abbiamo proposto di poterlo pagare quando saremmo arrivati a Tripoli, se ci avesse portato da un intermediario etiope, ma lui non ha accettato. Così hanno cominciato a partire solo quelli che avevano i soldi per farlo, noi siamo dovuti restare, in attesa di essere trasferiti poi… Noi siamo rimasti lì, ma è accaduto l’imprevisto: è arrivata la polizia. Siccome eravamo nuovi, da poco arrivati, eravamo molto spaventati … Non avendo scelta ci siamo arresi e siamo stati in prigione per 25 giorni. I poliziotti erano spietati. Quando uscivamo per mangiare ci picchiavano, e anche quando rientravamo. Noi eravamo tutti dello stesso quartiere [di Addis Abeba], siamo stati divisi in due celle. Con me c’era anche S.; T. [piccolo] invece era nell’altra. Il venticinquesimo giorno sono arrivate altri 140 persone arrestate, tutte insieme. C’era uno stato di sovraffollamento generale, stavamo stretti, e anche noi che eravamo lì da un po’ siamo finiti a dormire accalcati, senza neanche poter stendere le gambe. Due giorni dopo il responsabile del carcere è venuto a dirci che saremmo stati condotti al carcere di Kufrah, e noi eravamo felici.

D – Perché eri contento, non pensavi di poter avere giustizia a Misratah?

Dw –  E chi poteva darmela? Non c’è nessuno che ti ascolta! Loro ti mandano a Kufrah perché la polizia di Kufrah è lì apposta per organizzare le espulsioni verso il Sudan. Perciò da tutte le città, Ajdabiya, Benghazi etc, mandano le persone a Kufrah. Ci hanno quindi portati a Kufrah, ed eravamo contenti. Dopo quattro o cinque giorni che eravamo lì è arrivato un intermediario  che ci ha comprati. Non ha parlato con noi, ma solo con i libici. Aveva rapporto solo con i poliziotti.

D – Con che mezzi ti hanno portato a Kufrah?

Dw – Ci hanno trasportati in un container. C’erano tre donne. Il viaggio è durato 2 giorni e mezzo. Faceva caldo, era il sesto mese [giugno], stavamo nel container senza vestiti, li mettevamo solo la notte. Abbiamo viaggiato ininterrottamente per due giorni e mezzo, e siamo arrivati alle 4 e mezza del pomeriggio. Da mangiare avevamo una bottiglia d’acqua e due pani [panini] per tutto il viaggio. In viaggio c’erano con noi alcuni che erano stati arrestati mentre tentavano la traversata per mare, che erano piuttosto coraggiosi. In tre hanno infatti spaccato la lamiera del tetto del container per scappare [saltare in corsa] mentre il camion viaggiava. C’era una macchina della polizia dietro di noi, in scorta al container, ogni container ce l’ha. Eravamo quasi arrivati ad Ajdabiya, in una piccola cittadina. Allora il container si è fermato e la polizia ha iniziato a cercarli e hanno contattato la polizia di Ajdabiya, che ci ha raggiunti. Abbiamo passato la notte circondati dai poliziotti, e la mattina ci hanno portato ad Ajdabia. Quando siamo arrivati, pensavamo che sarebbe stato tranquillo e ci avrebbero dato qualcosa da mangiare. Invece ci hanno dato bastonate, senza distinguere nemmeno tra uomini e donne… siamo stati bastonati tutti.

D – Perché?

Dw – Perché pensavano che li avessimo aiutati. Se qualcuno riesce a scappare, anche a Misratah, chi resta viene sempre picchiato. Noi eravamo distrutti, non ci reggevamo in piedi dalla stanchezza e dalla fame, ma ci hanno tirati fuori e picchiati lo stesso, fino a quando siamo entrati in cella.

 

3. M.

M – Quando siamo arrivati nella prigione di Kufrah, senza che sapessimo perché, ci hanno fatto entrare nella prigione picchiandoci. Ho letto tante scritte riguardo a Kufrah nelle altre prigioni in cui ero stato…

D – Tipo?

M – “Perdonami, paese mio”, “Se migrare è così tremendo è meglio la morte”, “Tutto ciò che accade, è per il bene” [frase biblica], “Anche questa passerà”. Queste sono frasi tristi, ma tutto ciò che ho letto a Kufrah [sui muri] mi faceva piangere… Tutte le scritte raccontavano storie di persone del 2003, 2004, 2005. C’era anche scritto:”Trovate un modo di scappare da questa prigione”. Il muro era pieno di scritte come un quaderno. Ad esempio, un ragazzo di nome Ndale T. …

D – Lo conosco!

M – È un ragazzo che è stato espulso verso l’Etiopia, è stato arrestato in Sudan… ha sofferto tanto.

D – Ho fatto una parte di viaggio con lui..

M – Non c’è nessuno che ha sofferto in Libia come lui… è ancora lì, in arresto.

D – È stato liberato

M – Ho sentito che l’hanno rilasciato… è una storia veramente triste la sua, dimmi se conosci qualcuno che ha sofferto come lui, in Libia.

D – Quelli che sono morti.

M – Che Dio gli lasci posto in paradiso! Ma tra i vivi, nessuno ha sofferto come lui…

D – Era anche affondato in mare…

M – Sì, erano morti tutti gli altri e lui, unico superstite, è stato arrestato e mandato in Etiopia. Poi è tornato, di nuovo arrestato e rimandato in Sudan, poi ancora in Libia e quindi di nuovo in Sudan. Quando i suoi amici sono morti, lui di nuovo è stato arrestato, portato a Kufrah e da lì è tornato di nuovo a Tripoli dove è stato in galera per un anno e qualche mese. Noi ci siamo incontrati a Kufrah. Ogni anno che veniva arrestato e rimandato a Kufrah, scriveva sui muri…l’ho conosciuto nel 2005. Mi ricordo che mentre andavamo verso Kufrah arrestati, una ragazza si lamentava di essere stata arrestata molte volte, e lui le ha detto: “Non hai visto quante volte è scritto il mio nome a Ndale T.?” E lei ha risposto “Allora stai andando a Kufrah per ripassare le tue scritte o per cancellarle?”. Allora hanno litigato.
Era la mia prima volta a Kufrah e, come mi avevano raccontato, la prigione era terribile. Ci davano da mangiare in un piccolo piatto per ogni gruppo di 6-7 persone, riso bianco scondito. Se eri fortunato mangiavi due volte in un giorno, altrimenti una. Anzi, ciò che servivano era immangiabile e faceva un caldo insopportabile. Era pieno di pulci e pidocchi… Un altra cosa terribile è che la cella delle donne è divisa e tutti sanno che vengono stuprate perché sono da sole… Gli uomini sono rinchiusi, mentre le donne le lasciano fuori, i poliziotti fanno finta di litigare tra loro e ne prendono 2-3 per stuprarle, dicendole che verrano liberate presto, e indicando la macchina che le porterà fuori. È qui a Kufrah che le donne vengono seviziate…

D – Quanto tempo sei  rimasto in arresto a Kufrah?

M – La prima volta sono restato sette giorni, poi venivano i contrabbandieri a prendere venti persone alla volta, talvolta trenta… Io sono stato comprato da Mahammud, un noto contrabbandiere, una volta che ne ha comprate 70 io ero tra questi. Il sistema è semplice: uno ti compra e ti fa pagare per rimandarti a Tripoli, e siccome Mahammud era una buona persona, pregavamo per venire comprati da lui. E grazie a dio, alla fine mi ha comprato Mahammud. Tutti quelli che venivano comprati da Mohammud erano felici…
Quando stavo da Mahahmud ho fatto mandare i soldi dall’Etiopia in Sudan. Lui ha due campi [posti dove tiene le persone] Chi ha pagato sta da una parte, chi no [sta] dall’altra. Da lui si mangia bene, di tutto, colazione, pranzo e cena, fino a quando si viene mandati verso Tripoli. Quelli che non hanno fatto mandare i soldi li mette da parte e alla fine gli fa pagare almeno il prezzo di ciò che ha pagato lui più quello che hanno consumato.

D – Quanto pagano?

M – Minimo 50 dollari, di solito 100 o 150. Alcuni cercano di scappare ma Mahammud ha la polizia in pugno, se ti vede in giro nella città di Gensia ti riconosce subito e ordina ai poliziotti di arrestarti. Se vieni arrestato in questo modo, non ti portano alla prigione dove stavi prima [Kufrah] ma in un’altra prigione orribile [Bilal], se ci entri sei finito.

(…)

 

4. T. e S.

T – Mi chiamo T.. Nel 2006 sono entrata in Sudan dove potevo stare per due anni [con il visto o contratto] però ho lavorato solo un anno; ho lasciato perché non andavo d’accordo con la signora per cui lavoravo, Poi sono andata in Libia.

D – Avevi un buon lavoro in Sudan?

T –  No, non era un buon lavoro, ero sfruttata dalla signora per cui lavoravo, non mi faceva neanche andare in chiesa e mi obbligava a fare lavori che non erano previsti nel contratto.

D – E dopo sei andata nel quartiere Dem [quartiere degli habesha] o in quale altro quartiere?

T –  Non so come si chiamasse, ma lì ho incontrato alcuni habesha che mi hanno detto che si poteva partire per la Libia. Mi hanno spiegato come, e così siamo partiti. Mentre eravamo in viaggio per la Libia siamo stati arrestati. (…)

D – Dove vi hanno presi?

T – Ci hanno fermati a Kufrah. Da quel momento ho passato un anno in giro diverse prigioni. A Mergi, alla fine ci hanno trasferiti a Misratah.

D – A Kufrah ti hanno arrestato dei poliziotti

T – Sì, loro ci trasportavano, e sono loro che ci hanno arrestati.

D – Ti hanno spiegato perché venivi arrestata?

T – No, ci hanno presi e messi in prigione

D – Nella prigione di Kufrah?

T – Una volta a Kufrah, una volta a Mergi; per cinque volte siamo stati stipati nei container.

D – Dopo Kufrah dove ti hanno messa?

T – Ci hanno portati a Benghazi. (…)

D – Cosa è sucesso a Kufrah?

T –  A Kufra ci picchiavano, non ci davano da mangiare e non ci potevamo lavare; abbiamo vissuto molte difficoltà.

D – C’erano altre donne con te?

T –  Sì, c’erano.

D – Quante?

T – Circa una quindicina.

D – Hai attraversato il deserto con loro?

T –  Si (…)

D – Raccontami delle donne, io conosco la storia degli uomini. Era la stessa prigione di Kufrah dove si viene scaricati dai container? Mangiavate quello che mangiavamo noi uomini?

T – Sì, sì. Noi mangiavamo pane duro e riso.

D – Quanti giorni sei rimasta lì?

T – Un mese.

D – Come mai così tanto?

T – In quel momento non avevo i soldi.

D – Come facevi a farti mandare in soldi, in prigione non ti fanno chiamare…

T – Ho dato il numero a quelli che sono usciti prima di me [perché avevano i soldi], e loro si sono fatti mandare i soldi dalla mia famiglia e li hanno dati a un intermediario che mi ha comprata.

D – Sennait, e tu da dove sei partita?

S –  Sono partita dall’Etiopia al Sudan e dal Sudan alla Libia.

D – Così, senza subire arresti?

S – No, sono stata arrestata…

D – Eravate insieme voi due?

S –  No, lei è stata a lungo in Sudan, mentre io sono stata molto in Libia. Noi siamo stati arrestati già in Libia, a Misratah [Misurata]…

D – Conoscevi qualcuno quando sei partita o hai incontrato amici in viaggio?

S – Si, avevo un’amica che adesso sta a Milano. Abbiamo fatto il viaggio insieme, e una volta, mentre eravamo su un pick-up nascosti da un telone, dei sudanesi e chadiani che litigavano tra loro lo hanno lacerato e così è arrivata la polizia e ci ha arrestati. Ci hanno riportati a Misratah. In prigione abbiamo incontrato una [donna] che era lì da molto, molto malata, in overdose per le troppe medicine. Era grave. Così hanno fatto venire un container e ci hanno trasferito a Kufrah.

D – Anche la donna malata?

S –  Si, tutti insieme.

D – Sei stata arrestata a Misratah?

S – Si, eravamo quasi entrati a Tripoli, e ci hanno fermato [Misratah è a 200 km da Tripoli]. A causa di questa donna ci hanno rimandato tutti a Kufrah, e lì ci hanno venduti a un sudanese.

D – A quanto?

S –  Noi abbiamo pagato 50 dollari a testa.

D – Ma lui a quanto vi ha comprati?

S – A 30 dinari.

D – Anch’io sono stato comprato a 30…

S –  Dopo che ci hanno comprati abbiamo aspettato che arrivassero i nostri soldi [per vaglia postale] e poi quando ci ha lasciati andare, abbiamo cercato un intermediario sudanese, che poi ci ha fregato i nostri soldi. Ci ha fregati perché diceva che ci avrebbe mandati a Tripoli con una macchina legale, ma quando siamo andati lì per partire, abbiamo visto che voleva mandarci con un pick-up con molti chadiani, e noi abbiamo rifiutato… Poi siamo tornate a Kufrah, nella cittadina di Ginsia e per un po’ siamo rimaste lì, fino che abbiamo pagato 500 dollari a testa per ripartire [per Tripoli]. Ma ci hanno arrestate a Bengazi e mandate di nuovo a Kufrah. A Kufrah, dopo un mese di carcere, un altro sudanese ci ha comprate. Alla fine siamo riuscite ad arrivare a Tripoli. A Tripoli, quando abbiamo provato ad attraversare il mare per raggiungere l’Italia, ci hanno arrestate di nuovo e mandate a Misratah.

D – Tigiste, com’è la prigione a Misratah?

T – È un po’ meglio delle altre, almeno puoi dormire su un materasso pulito e fare la doccia, e mangi un po’ di più e meglio che altrove. (…)

D – Quando siete partite sapevate cosa vi aspettava?

T – No, non lo sapevamo. Io avevo un contratto [in Sudan] ma sentivo dire che in Libia si poteva stare meglio, così sono partita. Invece era molto peggio, e abbiamo vissuto tante sofferenze. (…)

D – Dove vi siete conosciute?

T – Ci eravamo conosciute in Libia, prima della prigione. A Misurata lei è riuscita a uscire con i soldi mentre io sono rimasta.

D – Come è uscita?

T – Lo sai come si fa in Libia?

S – C’era un ragazzo che avevo conosciuto mentre ci stavamo per imbarcare che era riuscito a scappare e lui aveva cercato di farmi uscire, pagando, con il mio passaporto. Ha pagato un libico per un finto contratto di lavoro e così sono uscita.

D – Quanto ha pagato?

S – 500 dollari.

D – Poi dopo che lei è uscita tu sei rimasta lì…

T – hanno diviso tutti gli etiopi e ci hanno mentito dicendo che ci avrebbero lasciato andare, invece ci hanno portato sempre nel container verso Sabah, un lungo viaggio che non finiva mai. Quando abbiamo bussato all’autista per dirgli che una ragazza stava per morire ci ha risposto: Insciallah Mut (che Dio voglia – bene, se lo vuole Dio), siete ebrei. (…)

D – E cosa è successo lì a Sabah?

T – A Sabah ci picchiavano, soprattutto gli uomini, sotto la pianta del piede, a noi ci lasciavano perchè urlavamo e poi eravamo poche. La croce che avevamo al collo ci veniva strappata e ci chiamavano Iudii, e ci sbattevano la testa contro il muro. Noi cercavamo di resistere e non volevamo farci strappare la croce perche’ credevamo nella nostra religione, cosi’ ci sbattevano la testa contro il muro. Alcuni uomini e donne avevano braccia e gambe legate insieme.

D – Perchè?

T – Così, perchè eravamo cristiani, e perchè urlavamo quando picchiavano gli uomini davanti a noi. Come puoi stare zitto mentre vedi i tuoi fratelli picchiati sotto i piedi e senza denti? È così che sono stati espulsi.

D – Li picchiavano davanti a voi?

T – Sì, urlavamo di ucciderci e di lasciare i nostri fratelli vivi.

D – Che ragione hanno per picchiarli? Lo sapevi?

T – Perchè protestavano perchè erano in prigione da un anno e mezzo e chiedevano di essere espulsi o di essere liberati.

(…)

 

5. T. Grande

T – Eravamo quasi arrivati a Misratah, era notte, e la polizia ci ha accostato dicendo di fermarci. Ma l’autista non si è fermato e ha tentato la fuga finché non ci siamo arenati sulla sabbia. Allora i ciadiani sono scesi e sono fuggiti. Siamo scappati anche noi, con noi c’era anche un ciadiano che parlava arabo. La notte abbiamo dormito sulla sabbia e la mattina abbiamo visto un villaggio e ci siamo andati per cercare qualcosa da mangiare. Nel villaggio della gente ci è corsa incontro, noi ci siamo scostati a lato per farli passare ma cercavano noi: ci hanno picchiato con sassi e bastoni. Ci hanno riempiti di botte, senza che neanche sapessimo perché… ci trascinavano dandoci bastonate e calci, è stata durissima… Poi ci hanno messo su un fuoristradastrada-container [costruito apposta con una cella]

D – Che tipo di contatiner?

T – Un Pick-up con una cella di ferro saldata dietro… Quando ci siamo entrati, ci abbiamo trovato dentro i ciadiani seduti… li avevano presi la sera stessa…

D – È la gente del posto che vi ha fatto arrestare?

T – Sì, anche la gente… Poi ci hanno portati a Misratah. Non abbiamo mangiato niente per tutto il giorno. Ci hanno lasciato nel mini-container sotto il sole fino alle 5. Poi ci hanno trasferito in un grande container diretto a Bengazi, c’erano dentro un’ottantina di persone, somali e di altre nazionalità..

T – Quando arrivi a Bengazi ti lasciano nudo e ti perquisiscono ogni veste…

D – Davanti alle donne?

T – In quel momento non c’erano donne con noi… Poi ci hanno radunato in una grande sala dove ci hanno tenuti per quindici giorni.

D – Chi hai incontrato in quella prigione?

T – Ho incontrato M. e N. che erano lì da più di un mese. La maggior parte dei prigionieri era lì da più di 4 mesi, avevano dichiarato di essere somali perché si sa che delle volte i somali vengono lasciati liberi. Evidentemente non in quel periodo… [visto che li hanno tenuti lì per quattro mesi]

D – Non vi hanno fatto alcun processo, o portati in tribunale

T – Non c’è niente del genere. Vieni arrestato e ti mettono in prigione senza che tu possa vedere o parlare con nessuno.

T – Quando è arrivato il giorno della festa di Arafa [festività musulmana] abbiamo deciso di tentare la fuga, perché pensavamo che di sera ci sarebbero stati nel carcere pochi poliziotti. La maggioranza di noi era d’accordo, c’erano anche nigeriani… anche quelli che non volevano, si erano comunque preparati. Proprio allora, i prigionieri che di solito aiutavano il cuoco della prigione, sono venuti a dirci che avevano sentito dire che l’indomani era giorno di condono, perché delle volte per le feste [nei paesi arabi] fanno così. Noi ci abbiamo fatto 15 giorni… Trascorsa la giornata, alla sera ci contavano ripetutamente. Di notte, i poliziotti entravano nella cella drogati e ci chiedevano chi voleva chiamare col loro cellulare per due dinari al minuto. Se nessuno accettava, quella notte ci impedivano di dormire. …
Alla fine quella sera l’abbiamo lasciata passare senza fare nulla. Il giorno seguente fino alle 10 ancora non ci avevano detto niente. Allora abbiamo deciso di uscire comunque, eravamo tanti.

D – Com’era il cibo il giorno della festa?

T – Quel giorno c’era un po’ di pollo, ma non abbastanza: per un piatto di sette persone ce n’era un pezzetto con un osso. Chi è più veloce lo prende.

D – Ci sei mai riuscito?

T – Sì. Quindi quel giorno abbiamo deciso di scappare… quando qualcuno fosse entrato per portare il cibo, l’avremmo tirato dentro tentando la fuga. Così è stato, ma quando siamo usciti ci siamo trovati davanti tantissimi poliziotti. Si sono avvicinati a noi sparando in aria e puntandoci le armi, allora siamo rientrati subito. Ci hanno chiusi dentro e noi con un ferro che avevamo scardinato nel bagno abbiamo provato a bucare il muro. Mentre ci provavamo, sono arrivati ancora più poliziotti. Comunque siamo riusciti a uscire di nuovo, allora i poliziotti hanno preso tutto quello che avevano a disposizione, anche vanghe e picconi, per picchiarci. A un nigeriano hanno aperto la testa  con un ferro, perdeva molto sangue e l’abbiamo riportato dentro, c’era anche suo fratello con noi. Abbiamo cercato di richiudere la porta ma loro spingevano. Un nigeriano che aveva un coltello li minacciava sull’entrata e loro si ritraevano, i libici si spaventano con un coltello. Allora siamo riusciti a richiudere il portone grazie a un ragazzo che in Addis Abeba fa il fabbro [e conosceva la serrature]. Adesso erano loro che hanno cominciato a rompere il muro per entrare. È arrivato anche il capo della polizia e pensavano che la rivolta fosse condotta solo dagli eritrei e gli etiopi. Il capo ci ha parlato dall’esterno dicendo che ci grantiva che se avessimo aperto la porta aveva lui la responsabilità e non ci sarebbe successo niente. Il ragazzo nigeriano ferito, che sapeva chi era il capo, ha controllato se era lui e quando ha socchiuso la porta sono entrati sfondandola e hanno cercato di colpirlo con un ferro che, quando lui si è scansato, ha spaccato il cemento. Sarebbe morto. Il loro capo ha dovuto sparare in aria per farli smettere di picchiarci. Ha lasciato che ci picchiassero per un bel po’ prima di fermarli, anche se aveva promesso altro.
Il loro capo ci ha chiesto il perché della rivolta e noi abbiamo detto che eravamo lì da tanto e tanti di noi erano già stati su e giù da Kufrah almeno due volte e lì invece che tenerci in città o espellerci ci forzavano a ripartire per Bengazi, mentre qui a Bengazi ci rimandavano a Kufrah.
Abbiamo chiesto di venire espulsi o lasciati liberi. Allora il capo ci ha risposto che entro tre giorni avremmo ottenuto una di queste due soluzioni. Dopo tre giorni hanno deciso di mandarci a Kufrah.

 

6. T. Piccolo

D – La seconda volta ti hanno arrestato Tripoli?

T – Ci eravamo imbarcati da Kumus, nel 2006… dopo aver fatto tre giorni di mare non sapevamo dove stavamo andando, le onde non ci lasciavano procedere… ci eravamo persi… poi sono arrivati 6 delfini e una colomba bianca e noi li abbiamo seguiti pregando e piangendo… il capitano era in catalessi… ad un certo punto abbiamo intravisto il profilo di una montagna all’orizzonte, e quando ci siamo avvicinati abbiamo capito che era una grande imbarcazione. Nessuno della nave ha voluto comunicare con noi, e quando ci siamo avvicinati le onde causate da questa nave stavano per rovesciarci… poi la nave se n’è andata… era quasi buio, erano le 6 circa. Poi abbiamo visto le luci [della costa], era la Libia ma non lo sapevamo… È arrivata un’imbarcazione ad alta velocità, era quella di prima, e ci hanno detto di fermarci… allora abbiamo detto al nostro capitano di non ascoltarli perché prima loro non ci avevano ascoltati, e tutti volevamo andare avanti… se dovevamo morire non volevamo farlo soffrendo… Allora ci hanno urtati…

D – Di che nazionalità era questa barca?

T – Libica… tra noi c’erano delle donne che gridavano [per la paura], una nigeriana e sei etiopi… [l’altra barca] ci hanno urtato ancora… per tre volte… già imbarcavamo acqua, la scafo scricchiolava… la nostra barca era di legno… allora il nostro capitano ha spento il motore, mentre l’altro capitano stava chiamando [col cellulare]… avevamo paura che ci avrebbero affondati, per quello ci siamo fermati… ci aspettava solo la morte e nessuno avrebbe potuto sapere della nostra fine. L’altro capitano dopo aver chiamato ci ha chiesto da dove ci fossimo imbarcati… gli abbiamo detto che venivamo da Kumus… e lui ci ha detto di chiamare l’intermediario che ci aveva imbarcati, ma noi abbiamo risposto che non lo conoscevamo…

D – Erano della polizia?

T – No, era una barca di pescatori… c’era un nero, non so se fosse libico… erano giganteschi [i marinai dell’altra barca]… allora ci hanno lanciato una fune… prima sono saliti i due nigeriani, una donna e un uomo, poi M. e H., marito e moglie… mentre stavano salendo i marinai che tenevano la fune l’hanno lasciata e loro sono finiti in acqua… lei teneva la fune e lui per fortuna sapeva nuotare… mentre teneva la fune spingeva lei aiutandola a salire…aveva l’acqua alla gola… ero così preoccupato per lui che ho dimenticato la mia paura… alla fine li hanno tirati sulla barca. Di noialtri ognuno pensava a sè e cercava di salire, anche se avevamo detto che avrebbero dovuto salire prima le donne…intanto la loro barca si avvicinava e si allontanava, il mare era mosso… Quando si avvicinava alla nostra ci dicevano di tenerla a distanza a forza di braccia [fa il gesto] e di spingere… visto che tutti cercavano di mettersi in salvo, anch’io ho fatto altrettanto e ho fatto un balzo dal bordo dove sedevamo e mi sono arrampicato su per la catena [dell’ancora]… chi si era messo in salvo non aiutava gli altri, e dopo aver chiesto aiuto, siccome nessuno mi ascoltava, sono andato a cercare di aiutare chi ancora era giù nell’altra barca…
Dopo che ci siamo messi tutti in salvo ognuno di noi pensava di scappare appena approdati a riva… io non ero d’accordo perché ero troppo debole, non potevo correre [per la gamba] e da tre giorni non mangiavamo nulla… La nave ci ha portato a Kumus… appena ci siamo avvicinati a Kumus, i motoscafi della polizia ci hanno circondati e sulla riva era pieno di macchine della polizia e di gioasat [polizia per l’immigrazione]… era incredibile la quantità di polizia… ci hanno fatto scendere uno per uno dalla barca minacciandoci di picchiandoci. Ci hanno fatto sedere sul bordo dell’asfalto e ci hanno chiesto i nostri nomi… alcuni chiedevano informazioni, altri parlavano senza che li capissimo… poi  sono arrivati i pick-up per portarci via e ci hanno fatto salire… sul pick-up ho cominciato a pensare di scappare…

D – Perché?

T – Perché se ci hanno trattato così in principio mi sono immaginato cosa potevano fare di noi in prigione… sul pick-up il poliziotto libico ci minacciava guai seri a chi avesse tentato di fuggire… se qualcuno di noi alzava la testa veniva picchiato sulla testa con un bastone… bisognava stare in riga, anche se ti sporgevi o se il posto in cui stavi era troppo alto venivi comunque bastonato… dovevamo stare sempre così [piega la testa lateralmente].
Così abbiamo visitato diverse prigioni di Kumus, ma ovunque arrivavamo, dopo che eravamo scesi ci dicevano che erano pieni… comunque ci registravano i nomi e ci davano schiaffoni chiedendoci da dove arrivassimo… per esempio c’era u ragazzo mezzo somalo e mezzo etiope, e quando gli hanno chiesto da dove venisse rispondeva che suo padre era somalo e sua madre etiope… allora un poliziotto lo ha preso a sberle, dicendogli di scegliere un luogo di provenienza…
Ci hanno anche chiesto chi era il capitano tra noi; noi non abbiamo risposto perché sapevamo cosa lo attendeva, ma un sudanese ha parlato. Allora l’hanno picchiato… Alla fine ci hanno messi in una prigione di Kumus [che aveva posto]. Ci siamo rimasti per 4 giorni. Ci hanno fatto spogliare nudi, le donne davanti ai marescialli… ci vergognavamo di stare nudi davanti alle donne, ma visto che ci prendevano a schiaffi non avevamo alternative… così ci siamo spogliati tutti e ci hanno perquisiti… avevo dei soldi arrotolati in una busta, [cuciti] nella tuta… non li hanno trovati… siamo restati lì per 4 giorni senza cibo a sufficienza… e immangiabile. La cella era piccola come questa stanza, ed eravamo 56 persone. L’unica finestrina era piccola come un ventilatore di una camera oscura, in alto sul soffitto [fa vedere]. C’era un bagno con una finestrella piccola come quella di Kufrah, da cui si poteva veder fuori attraverso le sbarre e la retina… solo da lì entra aria… Tutte le persone vogliono stare lì… Si faceva la doccia e se ne usciva sudati.

 

7. N.

N – I. è arrivato e ci ha parlato. È un mafioso, ci ha detto: “quando ho saputo che stavate arrivando da me, vi ho preparato l’acqua e il cibo”. Pensa un po’, l’acqua di cui parlava era quella del pozzo! Credevamo che fosse lui a portarci a Tripoli, e pensavamo che quei 200/300 dollari che avevamo pagato servissero per questo, e invece ci hanno portato solo fino a Agdabiya. Lui ha iniziato un discorso che ci ha spaventato, dicendo così: “Chi vuole entrare a Tripoli deve pagare 300 dollari, chi vuole entrare a Bengasi 200 dollari”. Invece noi credevamo di essere già arrivati. Gli abbiamo detto che noi eravamo arrivati lì con un accordo di raggiungere Tripoli e che avevamo già pagato per questo. Lui ci ha risposto che non conosceva quell’accordo e che eravamo stati venduti a lui. “Come le pecore!” ha detto. E mentre discutevamo diceva di aver comprato tante cose per ospitarci. Gli eritrei hanno un supporto dalle famiglie e dai parenti che stanno in Europa, invece i ragazzi di Addis Abeba sono economicamente bassi. Le nostre famiglie sono povere, quindi noi abbiamo deciso di non pagare.
Gli eritrei non erano d’accordo ed erano dispiaciuti di lasciarci, dopo aver fatto il viaggio insieme, ma hanno pagato per andare, così ci siamo separati.
Ibrahim ha provato a minacciarci. Io gli ho detto che non avevo niente per pagare; lui ha una prigione privata, mi ha portato lì e mi ha chiuso dentro sprangando la porta con un bastone. La prigione era piccola e con un tetto basso. Siccome anche gli altri miei amici si sono rifiutati di pagare li ha rinchiusi con me nella prigione. La città si vedeva, non era lontana da lì, e abbiamo pensato che dovevamo fare qualcosa, che Ibrahim ci stava imbrogliando. Abbiamo deciso di rompere la porta e anche di batterci, per uscire da quel posto o per arrenderci alla polizia, perchè eravamo stufi del viaggio. Non avevamo mangiato niente, così abbiamo bevuto il succo di orzo che avevamo con noi, e abbiamo lasciato i bagagli.
Lì nella prigione abbiamo trovato bastoni di ferro e abbiamo fatto tanto rumore che sembrava che litigassimo per uscire. I colleghi di Ibrahim erano tanti e si sono avvicinati per vedere da una fessura cosa succedeva, e hanno avuto paura. Intanto uno di loro ha girato la macchina per bloccare la porta ma noi lo abbiamo visto e siamo riusciti a romperla prima, e siamo usciti. Avevano paura di noi e alcuni sono scappati, ma dopo un po’ hanno chiamato i loro rinforzi. Noi siamo scappati. Una persona ci seguiva con la macchina, allora abbiamo cercato di prendere delle strade dove la macchina non sarebbe riuscita a passare. Purtroppo uno di noi è rimasto indietro. La macchina lo ha raggiunto e lo ha urtato. Poi lui è stato preso. Noi tenevamo in mano delle pietre e quando ci fermavano, pronti a lanciarle, la macchina si teneva lontana. Aveva paura di avvicinarsi. Ma ogni volta che ricominciavamo a camminare, ci seguiva per venirci addosso. Alla fine, vista la nostra resistenza e temendo di essere denunciato, la persona ha promesso che ci avrebbe portato con i soldi che avevamo in tasca. Per il bene dei nostri amici che erano stati presi abbiamo accettato l’accordo. Eravamo dispersi e ci ha recuperato uno a uno con la macchina.
Una volta ritornati a casa sua, ci ha chiesto di dargli i soldi. Gli abbiamo dato 50, 60… quello che avevamo in tasca. Poi è andato a recuperare i dispersi. Abbiamo fatto la doccia e lui ci ha caricato su una Toyota, con direzione Bengasi. Non credevamo che avrebbe mantenuto la parola data, ma temevamo che ci avrebbe abbandonato in mezzo al deserto.
Per gli eritrei c’era un’altra macchina che gli avrebbe portati a Tripoli. Prima di raggiungere Bengasi siamo stati venduti a un’altra persona nella cui casa abbiamo trascorso la notte da un altra persona. Il giorno dopo siamo stati portati a Bengasi, dove ci siamo separati. Noi abbiamo raggiunto per caso Funduk dove abbiamo incontrato amici del nostro quartiere. Uno dei ragazzi ci raccontava quanto era insopportabile stare in Libia. Diceva che sarebbe stato meglio tornare in Sudan, o da qualsiasi altra parte, addirittura nel nostro paese, a curarci con l’acqua santa. Che la Libia non era un paese. Lì si era soltanto capaci di perseguitare e arrestare le persone. I suoi discorsi ci hanno spaventato. E siamo usciti per telefonare a casa.

 

8. F.

F –  Il mio nome è F., e sono eritrea. Vengo da Addis Abeba. Ho lasciato il paese per motivi politici. Da Addis Abeba sono andata verso Bahr Dar e dopo due giorni sono partita per Gondar. Da qui dopo altri due giorni e mezzo mi sono diretta verso Metemma.  E poi da Metemma a Ghedaref e da lì a Khartoum …

D – Puoi spiegarmi bene il viaggio da Khartoum in poi?

F –  Attraversiamo il Sahara clandestinamente. Se puoi devi pagare, se no te la cavi raggruppando altri viaggiatori.

D – Come?

F – Se non hai altri soldi raduni altri viaggiatori disposti a pagare, e così non paghi. Se invece ne hai, paghi e parti. Anche se paghi o raggruppi altri viaggiatori, non significa che arriverai a destinazione   perché, se passa una macchina… Sono i poliziotti fuori servizio che fanno questo lavoro… Per non essere sospettati dai loro capi, per una macchina che passa, un’altra viene fermata, loro avvertono e ti fanno arrestare. Quando ti arrestano ti portano a Kufrah. (…) Nella prigione di Kufrah ci sono barili d’acqua di cui non si conosce la provenienza… l’acqua devi risparmiarla, se ti vedono che ti lavi il viso o le mani, ti picchiano…

D – Come donna, cosa ti aspettavi quando sei partita?…

F –  Quando sono partita dal Sudan ho pagato 250 dollari pensando [di arrivare] fino alla Libia, a Kufrah. Ti caricano con dell’acqua.. noi ci siamo fermati nel deserto per 14 giorni. Ci lasciano e non sappiamo dove vanno, vanno a raccogliere altri migranti sudanesi del Darfur e poi tornano. Su un Land Cruiser ci mettono in 45 persone… due ragazzi sono caduti perché non ci stavano, e sono morti. Siamo arrivati in 43. Erano di Addis Abeba.
Quando vieni arrestato a Kufrah ti lasciano in prigione uno o due mesi fino a che non viene qualcuno a comprarti… Ci hanno portati a Kufrah, sono rimasta un mese e mezzo, finché un dallala mi ha comprato insieme ad altri a 35 dinari a testa e ci ha portati da lui.

D – Anche io sono stato comprato a 30 dinari.

F –  Per gli etiopi 30 e per gli eritrei 35 perché credono che gli etiopi non pagano. Dopo che ti ha comprato, il dallala ti porta da lui. Tutte le cose che fai, telefonate, sigarette, cibo… lui le conta e se alla fine non hai da pagare, ti lega con una catena. Per esempio, anche io sono stata legata perché non avevo nulla con cui pagare.

D – Davvero?

F –  Si, ho ancora i segni

SILENZIO

F – Dopo tutto ciò, ci hanno portato ad Ajdabia. Lì ti mettono donne da una parte e uomini dall’altra. Ed è lì che abusano di noi. Ad Ajdabia sono stata comprata ed arrestata tre volte. E tutte le volte mi rispedivano a Kufrah. L’ultima volta ci hanno spedito addirittura di nuovo in mezzo al deserto, verso il Sudan, per espellerci. Ma lì abbiamo preso una macchina che ci ha riportati di nuovo a Ginsia. Ginsia è il villaggio dei neri nella città nel cuore dell’oasi di Kufrah. Lì i neri ci hanno aiutato e siamo riusciti ad andare a Benghazi. (…)
A Kufra il dallala ha capito che non avevo da pagare, mi ha picchiato e mi ha detto di andare con un macchina verso Benghazi, in relata’ mi hanno fermata ad Adjdabia. ..Ma comunque ad Adjdabia ci devi passare per andare a Benghazi…e li se non hai soldi per pagare devi essere abusata..cosi e per tutte le donne, io ho fatto quello che mi dicevano e alla fine solo cosi sono arrivata a Benghazi. A Benghazi stavamo a Fonduk, un dormitori. Ma qualcuno ha informato la polizia e ci hanno arrestato e ci hanno portati alla proigione di Guarsha. Mi hanno dato quattro mesi… La macchina che mi ha arrestato aveva la targa del Giuazat… Ci ha fermato mentre con una macchina andavamo verso Tripoli. Eravamo in sette. Ci hanno portati tutti compreso l’autista nel carcere di Guarsha. Davanti ai nostri occhi hanno liberato l’autista che si è tenuto tutti i nostri soldi. Mentre a noi ci hanno dato 4 mesi.

D – Vi hanno portato in prigione? Come si chiamava?

F – Guarsha.

D – E prima vi hanno portato in un Tribunale?

F – Si, e ci hanno dato subito 4 mesi.

D – C’era un traduttore?

F – No.

D – Come avete fatto allora? Con quel poco di arabo che avevo imparato durante il viaggio. Per forza devi imparare un po’ la lingua se no sei nei guai.

D – Ti hanno messo in prigione per quattro mesi e qualche giorno?

F – Sì, i giorni non si contano…

D – Come ti hanno rilasciata?

F – No, mi hanno mandata a Kufrah con un container senza bagno né acqua né luce. È il sistema dei poliziotti, di farti ritornare pagando.

D – Quanti [eravate] nei container?

F – 200-250, dentro [c’erano] solo etiopi ed eritrei. I poliziotti dopo averti mandato a Kufrah ti fanno chiamare a casa per farti spedire i soldi. Se sei fortunato riesci a rientrare, se no ti arrestano di nuovo. Per fortuna noi abbiamo trovato i sudanesi e grazie a loro abbiamo raggiunto Tripoli dopo Benghazi. …

D – A Kufrah dovrebbero attuare le espulsioni, dunque perché ti tengono lì?

F – Prima era il luogo da dove preparavano le espulsioni, ora è diventata una città di commercio… Per esempio prima del compleanno di Gheddafi portano qui tutti gli immigrati, dopo il suo compleanno li rivendono e li lasciano ripartire per il nord. Si fa del business con la vita degli immigrati, il nono mese [settembre, compleanno di Gheddafi] è un mese di grandi affari. Molte donne che sono rimaste incinta per mezzo di poliziotti e intermediari, libici e sudanesi, non sono riuscite più a uscire [il loro stato le impediva di  affrontare il viaggio], sono bloccate lì.

D – Se nessuno ti compra che fai?

F – È escluso che nessuno ti compri, farlo è il loro lavoro, ti comprano dalla polizia per 30 [etiopi] /35 [eritrei] denari e poi ti chiedono 400 dollari per mandarti a Benghazi, dove comunque non arrivi perché ti fermano ad Ajdabia; lì devi pagare di nuovo e se non puoi farlo ti legano o ti danno ai poliziotti che ti arrestano. Anche sui taxi non sei sicuro, se sentono che non parli arabo, dopo averti fatto salire, dopo un po’ di strada il conducente ti chiede altri soldi altrimenti ti consegna al Giuazat.

D – Quando mi hanno venduto per trenta denari, ho subito pensato ai trenta denari di Giuda, il prezzo di Gesù, hai mai pensato perché la cifra è proprio questa?

F – No, non mi sono mai fatta di queste domande, pensavo a quando mi sarei liberata dalle mani di questi individui [sarei uscita dall’incubo].

D – Pensi che gli italiani conoscano queste cose?

F – Penso che lo sappiano. Ma non ne sono sicura, perché non so come chiederglielo. Ma credo lo sappiano perché sono loro che ci salvano nel mare e non ci rimandano in Libia.

D – Però adesso hanno deciso che bloccano le barche e le rimandano indietro.

F – Allora vuol dire che non la sanno! Vuol dire davvero che gli italiani non sanno! Io pensavo che lo sapessero… perché quando andiamo nel Centri di Identificazione e poi davanti alla commissione per l’asilo  a Brindisi, a Crotone o da altre parti, raccontiamo tutto quello che succede in Libia… le hanno le informazioni. Per questo pensavo lo sapessero. Ma se ora [è stato] deciso questo vuol dire che non l’hanno davvero capito. Gli italiani devono sapere che sono le condizioni di vita in Libia che ci spingono a partire.  E poi nessuno rischia di morire nel deserto e nel mare se non c’è un motivo più forte che ti spinge a fuggire dal tuo Paese. È molto difficile fare questa scelta. (…)

D – Voglio che mi dici il tuo sentimento sulle cose che i libici hanno fatto su di te?

F – Non lo voglio ricordare. Come donna ho sofferto tanto. La Libia è un posto dove una donna non può vivere in pace. Adesso dico tutto questo non per avere pietà dagli italiani però sperando che [aiutino] quelli che si trovano in difficoltà in Libia. Vorrei che [si trovi] una soluzione come per alcuni dei miei compatrioti eritrei che per fortuna hanno [trovato] una soluzione. Per esempio l’Eritrea ha il suo consolato in Libia ma l’Etiopia non c’è l’ ha, e la maggior parte delle donne vengono dall’Etiopia. Molte sono incastrate lì avendo figli dai libici a causa delle violenze sessuale, altre sono ancora sottomesse con medicine tradizionali e [vengono] abusate da intermediari sudanesi perché non [hanno] i soldi da pagare. Perciò ci vuole una soluzione vera per quelli che stanno lì piuttosto che fare espulsioni. Si [potrebbe] anche bloccare il confine verso la Libia e aiutare quelli che sono ormai entrati.

(…)