AMM Giovani Etiopia n. 5

Intervista a AW
Questa intervista fa parte di una serie di incontri tenuti intorno al tema del viaggio con alcuni ragazzi etiopici provenienti prevalentemente da Addis Abeba, arrivati in Italia come richiedenti asilo a seguito della repressione condotta dalle autorità etiopiche dopo le elezioni politiche del 2005. Gli incontri hanno avuto luogo a Roma.

Data: 13 maggio 2008
Luogo: Roma
Durata: 1h26’
Intervistatore: Sintayehu Eshetu (SE)
Lingua: amarico

Supporto d’archiviazione: registrazione audio digitale
Trascrizione: Sintayehu Eshetu
Traduzioni: Sintayehu Eshetu (amarico-inglese); Monica Bandella (inglese-italiano)
Revisione: Alessandro Triulzi

AW è un ragazzo etiope nato nel quartiere di Kirkos, Addis Abeba nel 1989. A 17 anni lascia il suo paese per raggiungere il fratello in Inghilterra ma, sbarcato a Lampedusa dopo un viaggio attraverso il deserto, non riesce nel suo tentativo di lasciare l’Italia. Vive a Roma.

SE è arrivato dall’Etiopia in Italia nel 2007. Vive a Roma

Abstract:
A 17 anni, finiti gli studi e nonostante le remore dei genitori, AW decide di seguire le orme del fratello e di partire per l’Europa, aiutato finanziariamente da quest’ultimo e dalle tre sorelle che vivono in Arabia Saudita. Insieme a due cari amici parte alla volta di Khartoum tra mille incertezze e paure, dovute soprattutto alla sua giovane età. I primi problemi cominciano in quando uno dei compagni di viaggio si ammala di malaria e decide di tornare indietro. AW e l’altro compagno continuano il viaggio verso la Libia affidandosi a un dallala sudanese. Finalmente a Tripoli, AW si ferma in una mizrah aspettando di trovare una barca per raggiungere l’Europa insieme ad altri habesha. Sempre tormentati da chi cerca di cavargli più denaro possibile, AW e l’amico tentano due volte di imbarcarsi invano e la seconda volta vengono arrestati dalla polizia libica e portati nelle prigioni di Misratah, Idgilabia e infine Kufra. Dopo nuovi pagamenti per ottenere la libertà, AW e altri etiopi riescono a tornare a Tripoli ma vengono nuovamente arrestati e ricondotti a Kufra dove sono rimasti circa quattro mesi. Di nuovo a Tripoli AW riesce a imbarcarsi con altre 43 persone su una barca guidata da un nigeriano. Nel Mediterraneo il barcone incontra una nave tunisina prima e una francese poi che forniscono acqua e cibo a AW e gli altri fino a che, sfiniti, vengono intercettati da un elicottero e soccorsi. Dopo alcuni giorni a Lampedusa AW viene trasferito a Brindisi dove, due mesi dopo, ottiene la protezione umanitaria della durata di un anno. AW vive poi a Roma per sei mesi nel centro occupato di Anagnina e segue lezioni di italiano fino a quando non tenta di raggiungere il fratello a Londra. Dopo aver preso un treno per Parigi AW e altri amici pensano di raggiungere l’Inghilterra dal Belgio nascondendosi su un camion ma finiscono ad Hannover, in Germania. Da lì AW riesce a prendere un treno per il Belgio ma viene fermato in Olanda e portato nella prigione di Zaandam dove rimane per due mesi. Viene poi fatto rientrare forzatamente in Italia da Rotterdam.

Estratti della trascrizione:
“In quel periodo ero molto inquieto. Avevo solo 17 anni. Mio fratello, che tuttora vive a Londra, mi chiamava e insisteva affinché lasciassi il paese, come facevano tutti. Ne parlai prima con i miei amici Fekade e Abush e poi ne discussi con mia madre. All’inizio era molto perplessa all’idea per via della mia giovinezza; quando poi sentì che dovevo attraversare il deserto e il mare per raggiungere il luogo dove si trovava mio fratello si oppose totalmente. Poi però cedette grazie alla continua insistenza di mio fratello. Una delle cose che mi preoccupava di più era come convincere mio padre. Decisi deliberatamente di dirgli quello che avevo intenzione di fare all’ultimo minuto perché sapevo che non si sarebbe smosso dalle sue convinzioni. Alla fine riuscii a convincerlo rassicurandolo che in Europa avrei ricevuto un’istruzione migliore che in Etiopia. Ma non gli dissi in che modo avrei potuto raggiungere quell’obiettivo.”

“Una sera tardi, stavamo giocando a carte come sempre e intorno alle tre un uomo che si chiamava Miki ci disse di abbassare la voce. Era strano che lo facesse. Dopo un po’ è arrivato un uomo vestito in modo semplice, ci ha salutati e noi abbiamo ricambiato il saluto senza nemmeno farci troppo caso; pensavamo che fosse un parente di Baba. Ma dietro di lui c’erano alcuni soldati con fucili e mazze per sfondare le porte. Non sapevamo dove andare, c’era un’unica uscita. Fuori c’era un grande autobus circondato da soldati in uniforme pronti ad intervenire. Ci portarono all’autobus e ci picchiarono con bastoni di legno, catene di ferro, il calcio delle pistole e qualsiasi cosa avessero a portata di mano. Quel giorno circa cento persone furono arrestate nella casa di Baba; qualcuno naturalmente riuscì a fuggire, ma fu la prima volta che la polizia entrò in quella casa da quando Baba aveva iniziato ad affittarla. Poi fummo portati alla stazione di polizia più vicina per essere trasferiti dall’autobus al container e poter essere deportati a Kufra. Ci vollero tre giorni per il viaggio e nel container faceva un caldo atroce. Scoppiavano risse di continuo e tutti perdevano la pazienza; l’odore di urina e sudore era insopportabile.”

“Ci sono ancora persone che vogliono fare questo viaggio. Se qualcuno di loro mi chiedesse di dargli qualche consiglio, sempre tenendo a mente che non sono nessuno per interferire nella vita di qualcuno, gli racconterei tutto dall’inizio alla fine.  Non c’è stata una sola una cosa positiva da quando abbiamo lasciato le nostre case. Solo orrore e miseria. Anche dopo il viaggio le cose non sono come speravamo che sarebbero state. Ma se qualcuno si trova nella posizione di non poter in alcun modo vivere nel suo paese, non gli resta che fuggire. Per lui è lo stesso.
Mio fratello continua a insistere che io vada da lui. Ci ho provato una volta ma, sfortunatamente, ho fallito. Quando ho deciso di raggiungere mio fratello sapevo che avrei dovuto farlo illegalmente. Prima della partenza alcuni amici italiani mi invitarono a casa loro; eravamo buoni amici, e lo siamo tuttora. Volevano convincermi a cambiare idea e una di loro mi chiese perché volevo fare una cosa così pericolosa: mi sembrò una domanda stupida e le risposi che non aveva idea in che condizioni mi trovassi. Non sapeva nemmeno se riuscivo a mangiare almeno una volta al giorno o no. Quando lei voleva riposarsi poteva andare a letto, io no. Non sapevo nemmeno se avrei potuto mangiare quella sera. Lei non rispose niente ma si mise a piangere.”